Recensioni / Da un corpo all'altro

Sulla sua quasi secolare esistenza (È morto novantottenne nel 1998) Julien Green ha lasciato un tasso di informazioni e di riflessioni inesauribile, avendo tenuto per settant’anni un Journal assiduo e senza abbellimenti letterari (vantava le pochissime cancellature) e avendo messo insieme tra il 1963 e il 1974, quattro volumi di autobiografia giovanile, Jeunes années, di una sincerità disarmante. I suoi romanzi sono costantemente editi, e non solo in Francia: in Italia si reperiscono i titoli più importanti, ma non per questo Green raggiunge presso i lettori una popolarità paragonabile a quella di suoi contemporanei quali Camus, Yourcenar o Queneau (È facile anzi che, per assonanza, il suo nome sia confuso con quello, anch’esso più noto, dell’inglese Graham Greene).
È inoltre probabile che un discorso sui romanzieri cattolici veda sempre in prima linea Mauriac e Bernanos; che una ricognizione sulla “diversità” in letteratura lo lasci ai margini rispetto alle esternazioni di Gide, Cocteau e Genet (eppure, sul secondo fronte soprattutto, Green ha lasciato tante memorabili pagine autobiografiche).
Ma quali sono le ascendenze della produzione di Green? Per la memorialistica sono espliciti i nomi di Rousseau e Renan. Ma per la narrativa si tende ad arrancare e non aiutano le eclettiche ed estesissime letture riportate dal Journal, con prevalenza forse di poeti (Villon, Blake, Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont, Péguy, ecc.). Potranno anche stupire certe imperdonabili idiosincrasie (Proust per le lungaggini sul bel mondo; Céline per le “ordures”), ma ci sono argini di ostinata moralità in Green; e non è un caso che il perno di tutte le sue letture sia rimasto comunque la Bibbia.
Il rapporto col proprio tempo aiuta ancor meno una pur cauta classificazione di Green, nemmeno tra i cattolici, visto che (al contrario di un Bernanos con i suoi fervori teologici) seppe ben scindere le convinzioni personali dall’immaginario narrativo (con qualche debole cedimento soltanto nella fase senile). Nonostante l’amicizia col vecchio Gide (che in tutti i modi tentò invano di “scristianizzarlo”), non orbitò attorno ad alcuna ramificazione intellettuale della “Nouvelle Revue Française”; e non fu un compagno di strada, nemmeno occasionale, per nessuna delle grandi correnti del Novecento letterario, fossero esse il Surrealismo o l’engagement, l’Esistenzialismo o i Nouveau roman. Il secolo infuriava sotto le sue ovattate finestre parigine, ma il paziente e quotidiano lavoro sulla pagina indifferente alle temperature esterne, dall’esordio di Mont Cinère (1926) sino alla prolissa trilogia americana scritta tra il 1987 e il 1995, si è sempre svolto estrapolando i fantasmi della propria coscienza e tentando di organizzarli in storie di cui Green stesso non sapeva e non voleva preventivare né sviluppi né epiloghi. Strano ma vero, romanzi di perfetta misura come Léviathan, Le visionnaire o Epaves sarebbero nati da un’ispirazione au jour le jour proveniente da un “altrove” (ailleurs), da un “doppio”, della cui misteriosità lo scrittore fu geloso (e forse compiaciuto) custode; non a caso Breton – pur da avamposti distantissimi – poté additarlo come l’unico esempio di quella “scrittura automatica” che pretende di realizzare il passaggio diretto dall’inconscio alla forma.
La poetica greeniana ha in sé una nervatura dimessa: l’impianto è ingannevolmente naturalistico, da tardo emulo di Flaubert e Maupassant; la scrittura è classicamente neutra, funzionale al succedersi misteriosamente sonnacchioso degli eventi, senza scarti bruschi o pezzi di bravura affinché tutte le passioni e le illusioni procedano con ritmo uniforme verso una risoluzione ai cui margini, come divinità inesorabili, si profilano la follia, il crimine, la disfatta.
Recensendo Adrienne Mésurat, Mauriac ne elogiò l’accurato descrittivismo, riconoscendo implicitamente nel più giovane autore un confrère dei medesimi percorsi di oggettività; ma deplorò, come un difetto capitale, la mancanza di qualsiasi appiglio “positivo” nella vicenda, la mancanza di brezze e spiragli, e auspici qualche traccia di catarsi per le prove successive. Agli antipodi, Walter Benjamin (recensore puntuale di diversi romanzi greeniani, da lui definiti “capolavori” e “dipinti notturni delle passioni”) notò come quell’“aura visionaria”, atemporale, esulasse nettamente sia dal romanzo psicologico che da quello naturalistico e come il senso del destino nei personaggi avesse un’impressionante affinità con quello della tragedia antica.
Le recensioni di Mauriac e Benjamin avevano però una singolare convergenza nell’uso di indicazioni e metafore infernali, né c’è opera di Green che non sia “inferno umano”. Anche in questo Si j’étais vous del 1947 (Se fossi in te..., un tempo edito come Essere un altro nella “Medusa” di Mondadori, adesso nella revisione del 1970 lo ritraduce agilmente Clio Pizzingrilli cui si deve anche la densa postfazione), la storia del dono di poter cambiare identità, conferito dall’emissario infernale Brittomart al giovane Fabien, coincide con la secca disillusione di poter mai evadere dal proprio destino particolare. Nei fatti, l’impossibile slancio verso la modificazione era sempre stato una latenza inquietante di tutti i “reclusi” dalla sorte (anche adolescenti come il Denis de L’Autre sommeil) inventati da Green. Nel caso di Si j’étais vous, però, il sottile e sapiente equilibrio fra realtà empirica e visionarietà, su cui si reggono le migliori invenzioni dello scrittore, tendeva a
sconfinare, senza evidenti vantaggi, nel puro fantastico delle migrazioni di Fabien da un corpo all’altro; non è un caso se al finale originario, con il protagonista che muore ritrovando il proprio corpo, Green preferì sostituire quello del suo risveglio da un lungo e cervellotico incubo: il romanzo recedeva così dallo statuto del fantastico a una visionarietà onirica. Alcuni anni prima della revisione, un saggio di Melanie Klein su Si j’étais vous aveva anticipato il vero snodo: tutti i personaggi incontrati da Fabien non esistevano se non come sue proiezioni. Nel Journal Green racconta che la tardiva scoperta del saggio della psicoanalista lo riportò a tutti gli interrogativi sui propri processi creativi: chi sarebbe lo sconosciuto che lo abita il double, l’autre che detta a lui, Julien Green, i romanzi? Che rapporto ci sarebbe tra costui e la persona che conosce da sempre e che vede riflessa nello specchio?
Strano modo, questo, di individuare la creatività del proprio inconscio. Ma Green, geloso dei propri “misteri”, ha sempre istintivamente svicolato dai lumi della psicoanalisi (ed evitato persino un incontro con Freud prospettatogli da Zweig). Le migliaia di pagine del Journal più lungo mai scritto si aprono alla lucida osservazione del circostante ma si fanno ineffabili nella protezione delle zone d’ombra. Analogamente, in Jeunes années, Green, confessando la sua clamorosa ignoranza sessuale durata sin oltre i vent’anni e tiranneggiata da una visione manichea del Puro e dell’Impuro, rivaluta il fatto d’essersi preservato in “una sorta d’infanzia intellettuale” (fatta di ardenti e confuse idealizzazioni di giovani volti). A questo prolungato “accecamento” attribuiva un modo virginale di scoprire il mondo come continua novità e la tensione verso certe folgoranti rivelazioni del sovrannaturale. Probabilmente le sinistre apparizioni di Brittomart in Si j’étais vous devono molto a un paio di apparizioni del “demonio” raccontate nelle Jeunes années. E ALIAS  N 11 - 13 Marzo 2004
forse il fanciullino, Georges, che è il solo individuo di cui Fabien, con la sua magica formula, non riuscirà a possedere l’identita, più che una metafora cristianeggiante dell’innocenza, è un omaggio alla propria impermeabile, fortissima alterità negli anni di quella ignoranza cosi fertile.

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C. Lauro è studioso in letterature comparate e francesistica.