Recensioni / Traslochi ontologici

Chino a un tavolo della sala di consultazione della Biblioteca Nazionale, la mano sinistra su una pila di schede già pronte per lo scartafaccio di Das Passagenwerk, la destra che impugna la stilografica: una vecchia foto ritrae Walter Benjamin sul finire degli anni trenta, quando cercava di sopravvivere a Parigi scrivendo recensioni di argomento letterario da inviare all’amico Theodor W. Adorno perché uscissero sul bollettino del famoso Istituto di Francoforte. In piena mobilitazione surrealista e nel frangente in cui il Fronte Popolare lanciava la parola d'ordine di un rinnovato impegno politico, lo avevano invece colpito le opere di Julien Green, avversario naturale dell'engagement, uno scrittore nato a Parigi nel 1900, formatosi negli Stati Uniti, presto convertito dal protestantesimo al cattolicesimo, la cui poetica, fissa alle dinamiche della vita interiore e ai moti più sottili del travaglio morale, in tutto sembrava contraddire lo spirito del tempo. Dell'operosità longeva di Green (morto a novantotto anni, con un lascito enorme di pagine, da cui svetta il Journal, monumento alla vita del riserbo e dell'intimità, I'esatto antidoto al morbo della dissipazione e della compromissione che abita il diario di André Gide) Benjamin aveva già potuto calcolare i primi grandi risultati (ad esempio la trilogia del '26-'29, Mont-Cinère, Adrienne Mesurat, Leviathan) e ne aveva dedotto il genio di una costruzione romanzesca dove tutto succede senza che nulla accada, il segreto di una narrativa alla lettera inenarrabile, fatta di personaggi defigurati e quasi scorporati, presa nel cerchio di sentimenti così elementari e ossessivi da programmare la monotonia e l'asfissia; Benjamin si riferiva in particolare al tema del dolore, che a sua volta rimandava allo spasimo religioso della verità, e così concludeva uno scritto del 1930: «È da queste sconcertanti altitudini che trae origine la sconcertante impervia opera di Green. La distanza di Green dal comune romanziere sta tutta nella distanza che separa rendere presente da descrivere. (...) Green non descrive le persone, le rende presenti in certi momenti fatali. È in tali momenti di strana assenza, di banale distrazione, che il destino visita le sue figure come una malattia».
Ma si sarebbe ricreduto almeno in parte nel leggere il romanzo successivo di Green, Se fossi in te..., uscito nel 1947, a sette anni dalla morte del filosofo tedesco, e ora finalmente in italiano nell'impeccabile versione d'autore, che sa renderne la calma inventiva ritmica e la luminosità linguistica, a firma Clio Pizzingrilli (Quodlibet, pp. 288, Euro 15,00). Qui per una volta Green si concede il beneficio dello schema abusato, persino l'alibi di un precedente tanto iscritto nella tradizione da poterlo interrogare/sfatare/ricostruire a piacere. Se fossi in te... rilancia nientemeno il topos del patto col diavolo e della sottomissione schiavistica al Grande Tentatore; la posta in gioco, tramite la fuga dall’angusta prigione dell’io, è l'ideale di pienezza esistenziale («Umanità, grande coppa da cui berrò» proclama a un certo punto il protagonista), cioè tanto l'utopia umanistica quanto il sogno orgoglioso che fu in antico di Lucifero ed è tuttora dei moderni Faust. Dunque negli stessi anni in cui Sartre asserisce che per un borghese bennato «l'Inferno sono gli altri», Julien Green pare prenderlo in parola rovesciandone l'assunto e sfidandolo sul medesimo terreno: Se fossi in te... è la storia di un giovane soffocato da inerzia e indigenza spirituale che per divenire uno o qualcuno si trova a esperire, illudendosi di scegliere e così di migliorare, la vita di altri, e potenzialmente di tutti gli altri.
Proprio alludendo un omaggio a Walter Benjamin, la vicenda inizia nell'incerta luce da acquario di un passage, quasi si trattasse di un attracco per la discesa agli inferi; lì Fabien (piccolo impiegato che ha alle spalle studi interrotti e velleità letterarie, nonché una tormentosa educazione cattolica) stringe il patto con l'ambiguo Brittomart, Uomo Nero e pescatore d'anime, che gli cede con apparente gratuità la formula per entrare, anzi per evadere, nel corpo di qualunque uomo egli desideri. In altri termini, Brittomart gli mette a disposizione i suoi simili come fossero altrettanti Golem in attesa della formula magica e del soffio vitale: «Avrebbe dovuto uscire da se stesso come si esce dalla propria casa, quindi usurpare l'altrui personalità come ci si istallerebbe nella casa del vicino, infine vedere l'universo con altri occhi, opporre al vento una fronte di un'altra forma, non avere né la stessa bocca, né la stessa pelle, né le stesse mani...». Di volta in volta, Fabien diviene un opulento imprenditore, una canaglia omicida, un mistico e raffinato traduttore di patristica, un irresoluto bellimbusto di provincia, mentre l'unico che gli resiste, non a caso indenne dalla formula, è un bambino di sei anni, creatura incosciente e in perfetto stato di grazia. Nella vana ricerca di una alterità che sia allo stesso tempo totalità, Fabien, dopo mille sofferenze e pentimenti, scopre l'ontologico parziale della condizione umana e lo ritrova infatti, alla fine del romanzo, nella sua spoglia tramortita di giovane oscuro e infelice. Quella spoglia convalescente, suggerisce lo scrittore, è tuttavia l'unico bene che ci è dato, l'unica risorsa per cui un uomo può continuare a dirsi un uomo, dentro una vicissitudine spirituale che peraltro la letteratura francese conosce a memoria, specie nei torbidi provinciali di cui dice Groviglio di vipere di François Mauriac e soprattutto il capolavoro di Bernanos, il Diario di un curato di campagna, il quale si conclude, davanti all'atroce insensatezza del male, con l'apice dei paradossi evangelici: «Che importa? Tutto è grazia».
D'altronde se per Julien Green non esiste ovviamente il paradiso sulla terra (o solo nella forma dell'apparenza tentatrice, nello sfogo proiettivo e autodistruttivo: ciò che i cattolici chiamano appunto il peccato) non è vera nemmeno la metafisica dell'individualismo borghese secondo cui l'inferno sarebbero i nostri simili. Semmai, per lui, risulta evidente l'opposto: il vero carcere è la non comprensione e la non accettazione dell'io individuale, con tutto quanto esso implica di opaca cupezza, di precario equilibrio e, a soprassalti, di luce accecante. Perciò chi vuole evaderne, senza pagare pegno, fallisce la vita appagandosi della vana tentazione, anzi esaltando la sua libertà nel momento in cui entra in un carcere più grande e terribile. E così Julien Green, con le più semplici parole, congedava nel 1970 l'ultima edizione di Se fossi in te...: «Man mano che si avanza negli anni, il bizzarro desiderio di traslocare corpo e anima si attenua (...) La cosa più saggia è accettare se stessi, come si è, con gli umilianti limiti che derivano dal peccato originale. Se incontrassi Brittomart, e credo che gli siamo tutti passati accanto in un momento o nell'altro, non gli direi neppure che non ho bisogno dei suoi servigi, perché è rischioso iniziare una conversazione con uno come lui, ma cambierei marciapiede».