Recensioni / Green, com'è seducente il diavolo

È un tema caro a Ju­lien Green, quello della tentazione. Ma più ancora, quello della lotta interiore di fronte alla tentazione. Per l'uomo, l’ex protestante convertitosi al cattolicesimo all'età di 16 anni, omosessuale tormentato ma senza vergogna, malgrado i tempi, quella lotta si risolse in una sconfitta fino a un certo giorno. Un giorno preciso, nel­la vita di Julien Green, in cui - in uno scontro serrato ed estre­mamente doloroso a tu per tu con se stesso - decise di rinun­ciare. «Alla carne», sussurrò nella penombra del suo salotto di velluti rossi e neri, durante una conversazione molto toc­cante che ebbi con lui poco tempo prima che morisse. Ben­ché avesse superato i novant' anni, conservava un portamen­to delicato di grande fierezza, solo in apparenza contrastante con l’espressione dolce degli occhi, occhi chiari e profondi. Mi disse che un certo giorno fece quella scelta, la rinuncia alla carne, ottenendo in cam­bio qualcosa di impagabile: la serenità.
Il figlio adottivo Erik viveva con lui, e accudiva alla sua vecchiaia con amore e dedizione, premuroso e attento, ma anche molto fermo nel preser­vare il desiderio di riservatez­za di Julien Green. Di cui è l'erede, effettivo e spirituale.
Viene in qualche modo spon­taneo, adesso che Quodlibet ha pubblicato Se fossi in te..., identificare il protagonista con l’autore - vedere, cioè, nel libro un indubbio romanzo dell’io - ma contemporaneamente iden­tificarlo con Erik, quel giovane silenzioso e servizievole che gli dava il braccio. E non è un caso che il protagonista sia scindibile in più identità. La storia che Green racconta, in questo libro che esce ora tra­dotto per la prima volta da Clio Pizzingrilli, ma risale al 1947, è la più esauriente esplicitazio­ne possibile dell’ossessione sua di quegli anni, la seduzione del tentatore e la perdita di sé cui va incontro chi gli cede. Accet­tando, nel caso del protagoni­sta di Se fossi in te..., di assumere via via le identità di una serie di vittime inconsape­voli, per il gusto di sfuggire al peso delle responsabilità e dei conflitti di coscienza di chi sa restare se stesso per tutta la vita.
Il diavolo si chiama Britto­mart e promette, per sedurre il giovane Fabien, exploits mira­bolanti: far tornare una donna perduta per sempre, ad esem­pio, e soprattutto il potere di cambiare identità, scegliendo­le volta a volta con leggerezza e incoscienza.
Il percorso di Fabien, linea­re dal punto di vista della narrazione, è invece labirinti­co per la sua psiche, e quando lui penserà di aver ritrovato il bandolo, a un passo dalla mor­te, noi lettori resteremo in bilico tra incubo, allucinazio­ne e realtà: in questo punto d'incertezza è la chiave del libro.
La Parigi di Green, questa volta, è totalmente misteriosa: a tratti riconoscibile, ma per lo più notturna e irta di minacce. Forse, in effetti, è lei la vera protagonista del libro, una cit­tà che può dannare ma anche salvare, a patto che si sappiano «leggere»i suoi passages.