Recensioni / Viene proposto un romanzo del 1947, finora mai tradotto in Italia, dello scrittore francese rappresentante del filone cattolico.

Se volessi riassumere in una parola l’argomento di questo libro, direi forse che e l’angoscia, la duplice angoscia di non poter sfuggire né al proprio de­stino particolare, né alla dura neces­sità della morte, e di trovarsi soli in un universo incomprensibile». Così scri­veva Julien Green nel "proemio" che introduceva, nel 1947, la pubblica­zione del suo romanzo Se fossi in te... mai tradotto fino ad ora in Italia e giu­stamente proposto da una piccola ca­sa editrice, Quodlibet di Macerata, nella preziosa traduzione d'autore di Clio Pizzingrilli. Del resto è assai im­portante questo romanzo per capire l'evoluzione dell'opera di Green, la vi­sionarietà del suo assunto che si ma­nifesta nel profondo dell'azione nar­rativa e che pone in parallelo, ma dif­ferenzia notevolmente, il suo appor­to di cognizione della realtà misterio­sa dell'uomo portato avanti dal grup­po di scrittori francesi a lui coevo, di cui fanno parte Mauriac e Bernanos. II libro letto oggi è di una estrema mo­dernità e tocca uno dei temi che ca­ratterizzano la disillusione e il diso­rientamento dell'uomo contempora­neo, la solitudine e l'impossibilità di accettare il proprio destino, con il caos di identità che ne consegue. Se pen­siamo poi che il nucleo ispirativo, l'i­dea poi messa a punto nel corso de­gli anni da Green, come lui stesso ri­vela nella prefazione alla nuova edi­zione uscita nel 1970, risale al 1921, quando Green era ancora studente al­l’ Università della Virginia, emerge an­cor di più la grandezza di questo scrittore che, nel rimedi­tare un tema pa­rallelo a quello mitico proposto da Stevenson nel dottor Jekyll e Mr.Hyde, affonda la propria riflessio­ne sulla realtà del demoniaco, sulla figura del tentatore che propone una risoluzione illusio­ria all'accettazione della propria realtà, dichiarandone il fallimento. Tutto questo Green lo propone nel­l’ambito di un romanzo che ha tutta una serie di ampi riferimenti teologi­ci e filosofici (al riguardo si rimanda alla nota finale di Pizzingrilli, precisa e puntuale nel rilevare le questioni che accompagnano l'evolversi dei fat­ti), ma che si presenta con una scrit­tura lineare, quasi sommessa, come un affondo nel tormento di un’anima corrosa dalla noia, qual è quella dei protagonista, Fabien, un impiegato, che ha interrotto gli studi e vorrebbe essere uno scrittore, ma si trova a fa­re i conti con la propria mediocrità. Un incontro casuale, su un marciapiede con Brittomart, un’incarnazione con­temporanea del tentatore, nella sua figura ambigua che circuisce le ani­me,  gli pone innanzi nuove possibilità, grazie ad un patto che Fabien sotto­scrive e che valuta con un dono, an­che se alla fine i risultati saranno di­struttivi. La possibilità che gli si offre è quella di avere il potere di lasciare la propria identità, di abbandonare il proprio io, per poter assumere le i­dentità di un altro, qualunque essere che Fa­bien possa desi­derare di essere. Così Brittomart lo circuisce: «Vi viene offerta tut­ta l'esperienza umana sparsa at­torno a voi. Da un essere all'altro, secondo il capric­cio della vostra curiosità, viaggerete come il viaggiatore che si ferma in u­na città per consumarne i piaceri o soddisfare la propria brama di sape­re. Della sofferenza non conoscerete che quanto vorreste saperne e godre­te di tutte le felicità possibili».
Così Fabien diventa un vagabondo del corpo e dell'anima altrui, divenendo prima imprenditore, poi omicida, poi uomo comune, ma anche traduttore di patristica. Alla fine ritroverà la pro­pria dimensione umana, la propria verità nelle spoglie di un giovane in­felice. Ad un certo punto l'esperienza fallisce e il vecchio signore satanico che è Brittomart viene vinto da un bambino. Così Green spiega questo passaggio sostanziale del romanzo: «L'ostacolo era costituito dall'inno­cenza. L’intellettuale ossessionato dal­la teologia voleva stabilirsi nell'anima di un bambino attraverso il metodo insegnatogli dallo spirito del male, ma non ci riusciva, in quarto la grazia sventava lo stratagemma demonia­co». Questo romanzo riporta in grande attualità, sopratutto se letto in con­troluce e in senso metaforico ristret­to al nostro presente, il tema dell’ en­tità del male e del valore della grazia, la cui risposta è assai precisa e profondamente cristiana. Per Green in essa si nasconde una profonda verità, for­se troppo dimenticata, quella di esse­re nelle proprie radici esistenziali: «La cosa più saggia è accettare se stessi, come si è, con gli umilianti limiti che derivano dal peccato originale».

Un grande del '900
Julien Green è uno dei grandi scrittori francesi del Novecento. È nato a Parigi, nel 1900, da genitori di fede Protestante, originari del Sud degli Stati Uniti. Nel 1916, dopo la morte della madre, Green aderisce al cattolicesimo. Dopo la prima guerra mondiale, studia Péguy e lo traduce in inglese. Con Mauriac e Bernanos compone quel gruppo di autori che hanno espresso un cattolicesimo tormentato, con un affondo nella realtà del male e nel contraddittorio delle coscienze. Sono i temi che ricorrono anche nei romanzi più conosciuti di Green, «Adrienne Mesurat», «Leviatan» e «Moira».
È  morto a Parigi nel 1998.