Recensioni / Raboni e quella tradizione lombarda che da Manzoni arriva a Gadda e Sereni

Una miscellanea di interventi curata da tre docenti dell`Università di Verona: Soldani, Girardi e Zangrandi

A dodici anni dalla morte il punto sulla poesia ma anche sulle traduzioni e sulla critica teatrale

Milano è tante cose: la locomotiva d’Italia, la città della moda, della finanza italiana, la città dalle periferie grigie e nebbiose. Difficilmente la si direbbe musa di un poeta, eppure Milano è anche la città di Giovanni Raboni, che in essa ha osservato e meditato i riflessi della storia italiana ed europea. Già presente nei libri di storia della letteratura italiana, Raboni rimane nondimeno interprete brillante del nostro presente. I professori dell’Università di Verona Arnaldo Soldani, Antonio Girardi e Alessandra Zangrandi hanno di recente curato un libro che, a dieci anni dalla sua morte, fa il punto sulle ricerche. Questo e altro. Giovanni Raboni dieci anni dopo (2004-2014), appena uscito per Quodlibet, è un miscellanea degli interventi di un convegno svoltosi a Verona nel 2014.
«L’intenzione era quella di raccogliere le tante identità dello scrittore lombardo», dice Soldani. Poeta e cantore di una Milano travolta dalla società dei consumi, ma anche critico teatrale del «Corriere della Sera» e traduttore di scrittori decisivi per la cultura contemporanea, a lui si devono le traduzioni della Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust e dei Fiori del Male di Charles Baudelaire. «Raboni fa parte di una tradizione che da Alessandro Manzoni, dall’illuminismo lombardo arriva fino a Emilio Gadda e Vittorio Sereni», dice Soldani.
Da quella tradizione egli mutuò la sua vocazione civile, che lo vide critico attento delle nuove tendenze letterarie, del boom economico o degli scandali della seconda repubblica. Certo non militò mai in nessun partito, mantenendo una strana posizione di cattolico di sinistra; fin dagli anni Sessanta si ritrovò inoltre in aperto contrasto con la violenza del consumismo e dei nuovi media.
Le metafore e le analogie di Raboni sono di grande densità concettuale, per questo difficili da capire immediatamente. C’è forse un’eccezione: come scrive Massimo Natale, nella raccolta di poesie Case della Vetra ritorna frequentemente il paragone tra uomini e animalità, come immagine nitida dello stadio degradato delle persone nella società del consumo. Continua Soldani: «Egli fu sempre in aperto contrasto con quei prodotti artistici dell'industria culturale che si riducevano a puro intrattenimento».
Ma allora come può essere autenticamente contemporanea la poesia, se a leggerla sono in pochi accademici? «La poesia sfugge alla dittatura dei numeri. I poeti scrivono quello che hanno da scrivere. Non si preoccupano di quanti sono i loro lettori. Gli appassionati di poesia, anche di Raboni, ci sono, anche fuori dall'accademia. E aspettano di trovare qualcuno che parli loro con parole di verità».