Recensioni / L’intrico di saliscendi meraviglia di periferia

Il condominio Monte Amiata di Aymonino e Rossi, al Gallaratese, attira schiere di studenti di architettura

All’ingresso, il casotto della i portineria veglia con ordine e orgoglio il monumento. Le missive destinate ai condomini sono riposte in fila nelle caselle, alle pareti sono state appese sciarpe calcistiche donate da turisti arrivati negli anni da ogni parte del mondo o dall’Italia. Juventus, Inter e forse anche Milan, Manchester e Real. I colori più vistosi sono però quelli dell’Atletico Bilbao, compagine basca che in campo ha lo stesso sentimento feroce di appartenenza alla terra, alla lingua e alle tradizioni della fiera e temuta civiltà nord iberica che rappresenta. Si alza lo sguardo e dietro le sciarpe sorge un’imponente città stato di cemento. Il complesso Monte Andata, 2400 anime, costruzione strabiliante nel nord est di Milano a 7 chilometri dal Duomo, somiglia nel suo piccolo a Bilbao, è come i baschi. È una civiltà incastrata nel Gallaratese, dal 1973 meraviglia clandestina del milanese. Progetto nobile di edilizia popolare, è ormai un condominio privato che raccoglie un pellegrinaggio internazionale di migliaia di architetti e appassionati.
Basta lasciare un documento a Roberto, da 7 anni fiero portinaio. «Sono il secondo da quando è venuto su il Monte Amiata, quello prima è durato quasi 40 anni». Gli autori furono gli architetti Carlo Aymonino e Aldo Rossi. Il primo romano, molto politico, che del progettare amava, guardando a sinistra, le ragioni sociali. Il secondo milanese, per molti uno degli autori più importanti del dopoguerra e che proprio Aymonino lanciò come firma di prestigio invitandolo ad arricchire la sua idea di casa di periferia. Il complesso Monte Amiata ha quindi un’anima doppia. Da un lato c`è la città stato di Aymonino. Un intrico di saliscendi, di passaggi colorati rossi e gialli, di scale a chiocciola, pertugi panoramici comprensivi di un anfiteatro ai piani alti e di piazze con negozi, tra cui oggi sopravvive una palestra. In mezzo una comunità da migliaia di persone che si sentono la nobiltà delle periferia. Dall’altro c’è il severo edificio di Aldo Rossi incastrato nel mezzo. Un colosso bianco issato su dei portici, a lungo il pezzo più ammirato dalla critica. «Ma più passano gli anni e più preferisco la parte di Aymonino» svela Stefano Boeri. Da poco per i tipi di Quodlibet ha pubblicato La città scritta, rivisitazione della sua tesi di dottorato al Politecnico in cui facendo i conti con 5 architetti del dopoguerra, se la vede anche con Aymonino e Rossi. E col capolavoro del Gallaratese. «L’ho vissuto tre volte, occupato nel ’76 quando sembrava un astronave gettata nel vuoto delle periferie, da dottorando negli anni ’80 quando era già un condominio in fondo borghese e infine con Cino Zucchi accompagnando studenti pochi anni fa». Anche nel Bosco Verticale di Boeri sembra esserci in fondo la stessa volontà di dar vita ad entità che seppure incagliata nella città siano in grado di vivere da sole. «Il paragone è impossibile, il Bosco ha dei prezzi al metro quadro molto diversi, però è vero che i balconi, molto vicini tra loro, hanno finito col somigliare agli spazi comuni scolpiti da Aymonino e che hanno dato poi esiti così felici per gli abitanti del Monte Amiata». Dove i condomini hanno montato il presepe e tra i pertugi vagano cinque parigini ammirati.