Recensioni / Il sole e la morte. Saggio sulla teoria letteraria di Francesco Orlando

Può essere sorprendente, per chi, per motivi anagrafici, si è in parte formato anche sui libri di Francesco Orlando, trovare un intero saggio a lui dedicato. Questo grande studioso, da pochi anni scomparso in età non propriamente tarda, è tuttora un autore “vivo”, nel metodo e nei contributi, fra chi si occupa di letteratura. Mai troppo fortunato, qua e là ostico e forse eccessivo nella sua sistematicità, ma pur sempre un riferimento attuale. Una monografia su Orlando è perciò segno dell’interesse che il suo magistero riserva a studiosi dell’ultima generazione, quale Baldi; un interesse che ravviva anche l’originalità degli interventi e delle proposte del francesista e comparatista palermitano, che se diventa ipso facto un classico, in quanto oggetto, appunto, di una monografia, merita anche, dobbiamo dirlo, la sua canonizzazione.
E in effetti lo studio di Baldi, che molto parte dalla ricostruzione della vicenda biografica del critico, dalla sua inquietudine esistenziale e dalla relativa instabilità delle collocazioni accademiche, rimanda inevitabilmente ai suoi “maestri” indiretti (Freud, Lacan, Matte-Blanco su tutti; ma anche Auerbach), e alle originali proposte di lettura del fatto letterario che, non c’è dubbio, hanno rinnovato in modo diretto il ruolo e il rango della psicoanalisi nello studio della letteratura, e, indirettamente e specularmente, anche il contributo più rilevante che alla psicoanalisi viene dallo studio della letteratura, ossia la priorità del linguaggio (e non solo dell’inconscio come linguaggio). Essenziali nozioni di ascendenza freudiana (ritorno del represso, formazione di compromesso, logica simmetrica o asimmetrica) o linguistica (forma del contenuto) sono ormai da tempo di uso comune grazie all’opera di Orlando.
Baldi ricostruisce il percorso dello studioso in dialogo costante con gli studi teorici più recenti (e soprattutto con la raccolta di saggi Sei lezioni per Francesco Orlando, uscita per iniziativa e con contributi di allievi) e facendosi guidare in ordinata sequenza dalle sue opere principali: dai contributi teorici del decisivo Per una teoria freudiana della letteratura, contornati dagli studi su Racine e Molière (siamo fra gli anni Sessanta e Settanta), al saggio su Illuminismo e retorica freudiana (1982) al grande affresco sistematico su Gli oggetti desueti; a questo corpus si aggiungono o affiancano altri studi importanti, fino alla ripresa di interesse (mai dismesso per la verità) per Auerbach e il “realismo”. Nella ricostruzione il lettore riconosce quale sia il punto di originalità di Orlando: non soltanto l’aver definitivamente sottratto alle indagini di stampo psicoanalitico ogni elemento contenutistico e “clinico”, non soltanto aver riutilizzato innovativamente il contributo di Lacan (dal quale non esita ad allontanarsi, ove occorra), ma anche e soprattutto, forse, il fatto che egli riesce ad essere un critico che lavora a un tempo sul piano formale e sul piano tematico: come potrebbe dimostrare, fin dagli anni Sessanta, il tema del ritorno del represso sia sul piano formale sia nella serie dei contenuti; proposta che, per quanto possa scontare una certa schematicità, mostra a mio parere a tutt’oggi la sua ricchezza e la sua fecondità.
L’incontro con il pensiero dello psicoanalista cileno Ignatio Matte-Blanco, più avanti, rafforza e precisa i termini della proposta di Orlando. Lo studio di questo autore, combinandosi con l’analisi del Freud autore del saggio sul Witz, il motto di spirito, e in genere degli studi sui sintomi e sulla negazione, produce a mio avviso alcuni fra i più originali suggerimenti allo studio della letteratura. La estrema fungibilità e duttilità dell’inconscio, nel quale non vale la logica asimmetrica di Aristotele (quella del principio di non contraddizione, per cui A è differente da B), ma invece una logica simmetrica opposta (A=B) non è tuttavia senz’altro la letteratura. Essa, come del resto la vita e le relazioni, è invece frutto di una formazione di compromesso.
Certo, Orlando non è scrittore facile e corrivo. La sua tendenza alla classificazione e alla sistematicità quasi compulsiva, che darà il meglio e il peggio nello studio sugli oggetti desueti, tende ad un eccesso di esaustività che talvolta si ritorce contro la stessa proposta teorica. Anche nel denso saggio dedicato ad Auerbach, del resto, l’individuazione di un alto numero di possibili nozioni di realismo in Mimesis pare sovrabbondante. Tuttavia è anche vero che tanto il lavoro sugli oggetti desueti e sulla corporeità non funzionale quanto gli studi dedicati al grande filologo obbediscono a criteri affini: la sostanziale unitarietà della fenomenologia letteraria e l’«inscindibilità tra dati di realtà e convenzioni letterarie», col conseguente tramonto del mito dell’autoreferenzialità letteraria.
Certo, Orlando è più teorico che critico: questo non è certo un difetto, e probabilmente lo stesso autore ambiva a questa valutazione e risentiva dello scarso successo internazionale. È anche vero, come qualcuno ha osservato, che nelle sue opere è praticamente assente la poesia, e questo è un argomento sul quale occorrerà prima o poi ritornare. Tuttavia sono convinto della assoluta centralità dei contributi di questo studioso, cui certo il libro di Valentino Baldi conferisce un giusto riconoscimento, riproponendo anche l’opportunità di una riconsiderazione e di un rilancio della sua cospicua eredità.