Recensioni / L'arte di interpretare il volto

In “Dizionario fisionomico”, Giovanni Gurisatti traccia la mappa di questa disciplina

Da oltre due millenni esiste un 'arte, la fisionomica, che pretende di riconoscere il carattere dell'uomo
studiandone le espressioni. In origine essa esaminava le espressioni del volto e del corpo, ma poi anche tutte le altre forme create dall'uomo: grafia, lingua, opere d'arte, oggetti e monumenti della sua storia, perfino le sue città. Alla fine ciò che l'espressione rivela non è più soltanto il carattere del singolo, ma la "natura" di un'intera comunità, lo "spirito" di un'epoca: esso, come scrive Schopenhauer, «somiglia al pungente vento dell'est che entra dappertutto, plasmando ne la fisionomia».
A tale disciplina, oggi caduta in dimenticanza, diedero un contributo decisivo pensatori come Aristotele e Cardano, Lavater e Goethe, Carus e Schopenhauer. Nonostante le sue patenti bizzarrie, su cui ostinatamente insistono le letture folcloristiche o pseudo-semiotiche, su di essa continuarono a basarsi linguisti come Humboldt e Wundt; storiografi come Dilthey e Spengler, caratterologi come KIages e Kassner, iconologi come Warburg e Wind, critici d'arte come Riegl e Sedlmayr, analisti della metropoli come Simmel, Bloch, Kracauer e Benjamin.
Nel suo imponente Dizionario fisiognomico Giovanni Gurisatti offre una mappa esauriente di quest'-arte, ricostruendone la storia e i problemi. Egli documenta l'esistenza di un grande "paradigma fisiognomico" mediante il quale si è tentato di catturare l'espressione, così sfuggente e indescrivibile, e di trasformarla in una presenza densa e osservabile. nucleo dell'insegnamento fisiognomico - che da Aristotele arriva al postmoderno - può essere così sintetizzato: l'espressione, intesa come l'interfaccia che connette invisibile e visibile, nascosto e manifesto, velato e svelato, "c'è", "si dà", ha un senso ed è vera. Come un'ombra pregna di senso, essa accompagna il nostro parlare come sonorità della voce, il nostro agire come motricità corporea, il nostro corpo come gesto e portamento, il nostro volto come figura e mimica. Fin nei dettagli più insignificanti, tanto che una minima espressione basta a "tradirci", svelando ciò che non sappiamo di essere, o che, sapendolo, cerchiamo di dissimulare. Dunque l'espressione può essere interpretata, nel volto come nelle forme. Oggi sono tornate di moda le "emozioni", e si parla di "intelligenza emozionale". In verità, da tempo la fisiognomica insegna che per comprendere ciò che ciascun individuo è in sé, nella sua essenza più recondita e nel suo carattere inconscio, non bisogna considerare esclusivamente gli aspetti razionali e intenzionali, bensì anzitutto l'espressività del suo corpo -la "fisionomia", appunto.. in cui l'anima si traduce in un'espressione oggettiva. Non solo. Molto di ciò che oggi chiamiamo estetica, ermeneutica o fenomenologia, contrae in modo più o meno sotterraneo un debito con la fisiognomica,e ne legittima la pretesa a un adeguato riconoscimento.
Ma di fronte alle trasformazioni dell'Umano oggi in corso, che senso ha - ci chiediamo - ricostruire la storia dell'espressione nel segno della tradizione fisiognomica? Volti virtuali chirurgicamente e geneticamente artefatti, forme finzionali ciberneticamente e digitalmente plasmate sembrano decretare lo svuotamento dell'espressione e l'impotenza della fisiognomica che pretende di decifrarli. Eppure, proprio mentre assistiamo alla loro "derealizzazione" empirica, il volto e l'espressione - e quindi l'arte che li interpreta - ci investono con una nuova, stimolante attualità. Per un momento osiamo pensare che «in principio non era la parola, né l'azione - ma l'espressione».