Recensioni / Salvare la faccia

Ecco perché anche Hegel e Goethe si sono scervellati sul rapporto causa-effetto tra anima e carne. Decalogo (insolente) di fisiognomica

“C’è una fedeltà nelle facce cui forse le anime non partecipano”.
(Adolfo Bioy Casares, “Un leone nel parco di Palermo”)

A chi piace la donna-pera, quella che “è più dolce là dov’è più greve” (Aldo Buzzi). E a chi piace la donna-stelo, più tenera e “stranamente morbida” (Heinrich Mann) là dov’è più tagliente e sottile. Altri prediligono i frutti tentatori che maturavano nei pomelli delle romene “con visi freschi e forti come mele su cui una leggera peluria bruna rendeva le ombre più fonde e promettenti” (Gregor von Rezzori).
Loro – noi –, le signore, avrebbero e abbiamo tutte le ragioni di adontarsene.
Offese dell’esser piantate dentro un giardino come un’erba da cogliere, un frutto da mordere o da mangiare. Ma è un gioco che dura dacché esiste il mondo: dacché si colgon frutti, se si vuole dar credito alla sua Genesi. Gioco pericoloso.
Non tanto per le precipitevoli conseguenze che si sanno. Quanto perché la smania precipitosa di raccogliere e di afferrare finisce prevedibilmente per far cascare nel più grossolano degli errori. Quello di prendere il concupito e comprenderlo in un concetto.
E, insomma, di appiccicare alle delizie e alle primizie del giardino un’etichetta da bancone di mercato.
Scritti a regola d’arte, però, con arte di scrittore, i suddetti cartellini da esposizione mettono anche fame. Quali che siano i gusti del consumatore. Segnano con un colpo di penna, indicando al colpo d’occhio dell’intenditore, la linea netta dove combaciano la forma e la qualità dei frutti di natura: l’apparenza e l’essenza, la buccia e la polpa sostanziosa.
Tanto netta, a essere sinceri, quella linea davvero non è. E stilare un inventario con le leggi, le norme, le forme di natura – formalmente: un decalogo di “fisio-gnomica” – rischia di parere altrettanto insolente e impertinente che catalogare al dettaglio le fogge e le misure dell’appeal femminile sul listino prezzi dell’ortomercato. Comunque, ci si sta provando da secoli.
Sono venticinque secoli buoni, anche di più, che i medici e i filosofi (sempre meglio che gli ortolani) passano e ripassano sul campo per cercar di tracciare la linea di contorno e di confine che, in una sola volta e una volta per tutte, disegna e distingue i lineamenti del volto, il profilo del corpo e i tratti del carattere. Dai greci antichi ai neopositivisti, da Ippocrate a Lombroso, da Aristotele a Schopenhauer. Da Adamo - vorrebbe qualcuno: ignaro progenitore e precursore - a Giovanni Gurisatti – ultimo avvertitissimo cultore che, nel “Dizionario fisiognomico” (Quodlibet) di tanta ricerca ha raccolto in compendio la summa, la storia e la sapienza –, con la fisiognomica si sono cimentati dottori e pensatori. Meglio di loro però poterono sempre gli scrittori. Perché corre molto al di là – molto al sopra o molto al di sotto, a scelta: a seconda che la si voglia dir “scienza divina” o “scienza occulta” – delle barriere disciplinari quel limite estremo, traguardo ultimo della conoscenza e del pensiero, dove si toccano l’apparire e l’essere, il fenomeno e il noumeno, la materia e l’idea, il corpo e l’anima.
“Che i saggi e i letterati cortigiani/ non
sieno dalla corte (quasi da novella Circe)/
in sembianze di brutti animali trasformati/”.
Girolamo Aleandro (1574-1628), “Esercizi fisiognomici”

Agli animali, appunto, corpi animati dotati di caratteristiche specifiche ben marcate, immediatamente riconoscibili, facilmente classificabili si fece riferimento per classificar gli umani caratteri sulle prime. Molto prima che il genio intuitivo di Goethe - genio di scienziato e di poeta - legittimasse, azzardando l’ipotesi della “Urpflanze”, la pianta originaria, germoglio sensibile e terreno di ogni essere vivente sul pianeta, le tassonomie botaniche più sensuali e più osé. Esclusi dal giardino dell’Eden e da fioriti ginecei, gli uomini (solo i maschi, sembrerebbe) caddero molto presto dentro i bestiari: redatti da Aristotele, riscritti dallo pseudo Aristotele (un falso di grande successo medievale e rinascimentale, tradotto in latino da Bartolomeo da Messina ai tempi di Federico II), illustrati con tripudio di barocca fantasia dal mago napoletano Giovan Battista Della Porta (1535-1615). Così, pigri come buoi, pavidi come cervi, alteri come cavalli, avidi come sparvieri, i malcapitati non avrebbero potuto opporre argomenti a propria sfacciata discolpa. Né salvare la faccia presentandosi a giudizio con un naso dalla punta grossa e larghi sguardi bovini, le spalle ondeggianti, l’incedere scalpitante, i denti digrignanti stretti a mordere i freno, con gli occhi mobili di un rapace o vellutati e languidi di un cerbiatto. Impossibile nascondersi. “Dal capo fino all’ugne” (denunciava Della Porta) esibivano senza riserva il loro più intimo segreto. Mettevano il proprio animo interiore vistosamente sotto gli occhi di tutti.
Davvero era così vistoso? L’analogia con gli animali – non sia mai che le si dica parentela: la fisionomica perscruta segni originali e originari, rinnega discendenze e evoluzioni ed è, ante litteram, la più antidarwiniana delle scienze –, le somiglianze ferine, le sembianze bestiali risultano, quanto più evidenti, tanto più incerte e fuorvianti. Traditrici. E tali da provocare sentenze ingiuste, false, o semplicemente sbagliate se prese a termine di confronto per pronunciar giudizi in un tribunale morale. Com’era il caso della corte cinquecentesca dove il Della Porta arringava: “dimostrato come da’segni del corpo si possano i costumi riposti ne’ più segreti dell’animo investigare, resta che conosciuti li tuoi o gli altrui vizi possa levarli via e scancellarli del tutto”.
Dimostrato, non era dimostrato un bel niente. E la barba a criniera di un foltochiomato poteva rivelare cuor di leone o spietata ferocia, un coraggio regale o un sovrano disdegno delle forbici e del rasoio del barbiere, tanto uanto la compattezza croccante di una Coscia, maestosa come una Kaiser, burrosa come una Decana, poteva nascondere a un imprudente dongiovanni la scorza dura di una matrona grassa scricchiolante e piriforme.
“Aveva quel tipo di faccia che poteva passare/ dalla cortesia alla rabbia cieca senza muovere un muscolo/”.
Raymond Chandler, “La finestra sul vuoto”

Le deduzioni fisiognomiche, allora, valevano tanto quanto le dimostrazioni di chi conclude: Tutte le volte che c’è mercato piove, osserva l’ambulante. Anche tutte le volte che stendo il bucato, aggiunge la massaia”. Lo scriveva Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nemico giurato dei fisionomi e scettico inguaribile su ogni possibile lettura delle fisionomie. Ma non c’era da perdere tempo a cercar di convincerlo. “Non so quale delle due sia la follia più grande: negare la verità dell’espressione umana oppure volerla dimostrare a chi la nega”, sapeva fin troppo bene il prete svizzero Johann Caspar Lavater, autore dei monumentali “Frammenti fisionomici” e obiettivo polemico del filosofo. Ma Hegel, già di per sé perdeva il suo tempo cercando la chiave di lettura sbagliata nella rigorosa relazione tra la causa e l’effetto, l’oggetto e il concetto, tipica delle scienze dimostrate e esplicative. Idealista. Ingenuo come quel tale che vorrebbe “catturare le rondini col sale”, direbbe Robert Louis Stevenson. Intanto le impressioni di un volto, le sue fuggevoli espressioni, gli volavano via di sotto il naso in un batter d’occhio e con un battito d’ali. Con trasfigurazioni lampanti: viste in un lampo dai giallisti come dai poeti. “La bellezza svapora da un volto come il calore da una vivanda fumante”, cantava Rilke in un Sonetto a Orfeo. E: “All’improvviso, senza nessun cambiamento reale, smise di essere bella”, ripeteva Chandler nel “Grande sonno”. Con trasformazioni allarmanti, compiute nello spazio di una notte: la notte di luna piena che accendeva in viso al dottor Jekyll il ghigno diabolico di Hyde. O, più tranquillamente, nel giro di pochi anni: i primi anni di matrimonio in cui il maritino, “felice, a suo agio, comincia a innamorarsi più degli agi che della propria mogliettina” e a dare i segni inequivocabili di “una degenerazione adiposa del proprio essere morale”, scriveva lo stesso Stevenson rivolto - in “Virginibus puerisque” (1881) - ai fanciulli e alle vergini pronti per convolare a nozze. Ma, “strani casi” fantastici a parte, a parte risapute casistiche coniugali, la mutevolezza di una faccia rimane sempre segretamente indecifrabile, spiazzante, imbarazzante. Come quella che lascia confondere la tensione accigliata, la concentrazione aggrondata, la sospensione assorta di un pensatore in atto di meditazione, con “la fissità attonita, primordiale, animalesca: espressione di un enorme sforzo interiore sulla fisionomia di uno stitico” (è sempre il Gregor-Grisha von Rezzori di “Un ermellino a Cernopol”, 1958: un libro senza il quale non si può vivere più di una settimana, appena ristampato da Guanda). Come distinguere? È tutta questione di nuance, di supçon. Non resta che affidarsi alle impressioni, al sospetto (Sta pensando, o invece?) là dove più della facoltà del giudizio può un’ineffabile “facoltà angelica” (Lavater), più delle giudiziose categorie potrebbero, dispettose, le caricature. In fine, a favorir la “Fenomenologia dello spirito” nella carne val più quel fine spirito di osservazione che, a un Ernst Jünger in viaggio su un treno, faceva leggere sul viso della sconosciuta che gli sedeva di fronte il curriculum della sua educazione sentimentale: “Il sottile, quasi impercettibile tratto di esperienza che segnava gli angoli della bocca di una giovane ragazza. Così il piacere lascia scalfitture, come il diamante”.
”Il mio compagno di viaggio ha la faccia/ /di uno che ha lottato/ per tutta la notte/ /contro l’idea di omicidio” o che vi si è/ /arreso/ Henri Michaux, “Ecuador”.
A difesa del vecchio Hegel va detto però che ci volle un bel pezzo -lungo almeno quanto lo spazio che dista tra la Grecia classica e la Francia del re Sole dove dipingeva il cartesiano Charles Le Brun - prima che si abbandonasse la pretesa di riportare la fisiognomica ai canoni delle scienze esatte. Di ricondurre l’oggetto volto a uno schema universale buono per tutti i casi particolari. Di costringerlo dentro maschere che - zoomorfe e bestiali o efferate e criminale alla Lombroso -, stilizzate, tipizzate, dure com’erano, non potevano che comprimere, nascondere e appunto mascherare le fisionomie degli individui. A romperle, rompendo con una tradizione millenaria, fu il pio pastore zurighese che, illuminato dalla fede immobile nell’Incarnazione, fece della nascita di Cristo la garanzia più sicura della misteriosa singolarità, necessità, irripetibilità di tutte le creature mortali. Diverse una dall’altra - Colui sa - fin nel numero dei capelli che crescono sulla testa. “Ogni cosa ha una fisionomia specifica”, scriveva Lavater nei suoi Frammenti. “Ogni pera, ogni mela, ogni grappolo d’uva”, insisteva: scoraggiando i Dongiovanni, confutando i Leporelli e smentendo le velleità scientifiche di tutti i cataloghi di madamine.
“Devo confessare che ciò che mi affascina/ /nella carne è lo spirito”./ Katherine Mansfield, “Lettere” Spaccati i simulacri delle scienze in nome della verità del Corpus Domini, il vecchio paradigma fisionomico era infranto. Una svolta epocale. Post Christum Natum, sarebbe nata la stirpe dei pensatori “ per lo più niente affatto cristiani” che, redenti da scientifiche diavolerie, si votarono alla fisiognomica come a un’arte, un’ermeneutica, un’estetica, una morfologia, una caratterologia, una lettura di geroglifici, un’interpretazione di monogrammi, una ricognizione di simboli. Si chiamano Lichtenberg, Goethe, Schopenhauer, Klages, Benjamin, Spengler. Gurisatti li passa al vaglio e in rassegna uno dopo l’altro. Senza dimenticarsi del genio erratico di Rudolf Kassner che, scorbutico e scostante, scriveva: “Il concetto di fisiognomica attira la gente. Ma io non le offro quello che si aspetta. La gente è avida di soluzioni prêt-à-porter, non di volti e di espressioni. Vuole il numero e la geometria, non una scabrosa arte iniziatica. Vuole lessici, manuali, compendi?. E, sulla falsariga di Kassner, Gurisatti, ecco fornisce un Dizionario da perderci gli occhi: redatto in 546 pagine, stampato in corpo sei, completo di cento pagine tra note e bibliografia e senza nemmeno una figurina. L’abbiamo letto tutto, parola per parola. L’abbiamo attraversato come un percorso iniziatico che tocca stazioni radicalmente diverse tra loro. La fisiognomica è, via via, la dimostrazione più convincente dell’esistenza di Dio o la più evidente redenzione della carne da qualsiasi trascendenza divina; è l’espressione più immediata e spontanea dell’anima individuale o l’attestazione più incontrollabile di una cieca, sorda, oscura estranea volontà senza nome; è immutabile testimonianza dell’identità del singolo o l’imprevedibile riprova del trasformismo, il mimetismo, il camaleontismo, del Proteo (o dello Zelig) che è in tutti noi. Alla fine però, il lungo tour d’iniziazione mette capo alla rivelazione di una sola verità. Verità unica e sola come i sei miliardi di facce che, attualmente, sul pianeta si danno da incontrare.