Recensioni / L’incanto di uno scrittore analfabeta

Era il giugno 1977 quando Pietro Ghizzardi sbarcò a Viareggio: andava a ritirare il premio “narrativa opera prima” che aveva vinto con Mi richordo anchora, stupefacente esempio di scrittura primitiva eppur dotata di vivido magma: una vittoria su cui pochi avrebbero scommesso quando Einaudi aveva pubblicato il libro l’anno prima. L’autore si trovò tra gente importante: salivano sul palco del premio Davide Lajolo, Tommaso Landolfi e Cesare Brandi; per l’opera svolta a favore della cultura era stato premiato anche Pietro Nenni. Quando venne il momento dell’intervista alla Rai, il politico s’impadronì del microfono e non lo lasciò più, tanto che a Ghizzardi non rimase il tempo di dire alcunché. Non dovette dispiacergli: era uomo timido e riservato, come spesso sono le anime contadine.
Bracciante agricolo nato a inizio Novecento nelle campagne di Viadana, presto scoprì che gli piaceva dipingere e per l’indole del tratto si ritrovò tra i naïfs, di cui la contigua Gualtieri aveva già partorito il pittore Bruno Rovesti e la schiatta di Antonio Ligabue. Non avremmo saputo che oltre al pennello stringeva la penna, se un giorno un amico non avesse sorpreso Ghizzardi a scrivere, in un quadernone nero aperto sul bordo del pozzo, delle memorie. Erano spezzoni di vita e di storia nei quali ricorreva incessante l’incipit «io mi richordo anchora». Da qui l’editore trasse un titolo che, involontariamente, svela una meccanica della memoria: Ghizzardi comincia da un “richordo”, poi ne emerge un altro, un altro “anchora” e così via, a formare la collana biografica di un uomo che trova nei “richordi” una sostanza di vita. Il quadernone sollevò l’attenzione di Gustavo Marchesi, e da lì partì la trafila che aprì le porte di Einaudi a un libro fortunato: se solo osserviamo chi vinse il Viareggio per “opera prima” nei tardi anni settanta – Luigi Podda, Mario Isotti, Giulio del Tredici, Olivo Bin, Mario Griffo – è facile concludere che qualche popolarità è toccata solo a lui, a Ghizzardi. Tale per cui una riedizione del libro – operazione ora compiuta da Quodlibet – era cosa attesa e necessaria.
Il suo valore scaturisce dal fatto che Ghizzardi era un analfabeta che aveva scritto memorie in una lingua improbabile, ma presto rivelatasi alquanto singolare. Avendo vissuto tra gente che parlava in dialetto, poteva esprimersi in quel casalasco viadanese reso incisivo dalla natura emiliana, e invece no, scelse di scrivere seguendo l’italiano e generando un linguaggio che, non subordinato ad alcuna norma, si rifaceva agli aggregati verbali e al ritmo della lingua nazionale. La ricompose in un flusso che a prima vista poteva sembrare un grammelot, un’arbitraria sequenza di suoni, e che invece generava una scrittura che sapeva di pagina letteraria.
Il miracolo di originalità si accese nel passaggio dalla pronuncia alla scrittura: se gli scrittori aspirano a uno stile personale, Ghizzardi riuscì nell’opera grazie all’inconsapevole formulazione di una grammatica e una sintassi colme di solecismi. E di una grafia che – testimone chi l’ha vista – perpetuava sulla carta la sua natura di pittore. I principali caratteri di quella lingua, priva di punteggiatura e senza maiuscole, affiorano solerti alla lettura: Ghizzardi segna le consonanti gutturali aggiungendo una “h” (chucina, chroce, cholore) e sostituendo la esse sibilante con la zeta (chaza), oppure compone secondo il suono della parlata (“la bittudine” per “l’abitudine”). Il risultato non è un gergo alienato, ma qualcosa che s’infigge nella carne, flusso dotato di un istintivo laicismo che affiora potente quando Ghizzardi stila una sorta di volontà testamentaria e chiede di essere cremato «sensa la chroce perché io dalla mia nassita e fino al giorno di oggi dal piu e il meno sono sempre stato in chroce e per quéllo che non posso piu vedere la chroce».
È tale l’originalità lessicale da far passare in secondo piano il contenuto dell’opera: la vita faticosa, anche dolorosa di un uomo che fa il bracciante e anche lo stradino, uno di quegli uomini che la storia non la fa ma la subisce, che «ha sofferto grandemente, perché è stato umiliato grandemente», come Cesare Zavattini di lui disse. Destino comune a quelle creature di campagna che, stremate fin dall’adolescenza dalla fatica, non hanno potuto andare sui banchi di scuola ad apprendere una lingua, o ci sono andati subendo la disfatta (tre volte Ghizzardi fu bocciato in prima elementare).
Uomo semplice legato alla propria terra, da Viadana Ghizzardi si trasferì di pochi chilometri a Boretto, sull’altra riva del Po, dove scomparve nel 1986. Ha detto Alfredo Gianolio in Vite sbobinate (altro singolare titolo Quodlibet) che «tutti al fondo della loro coscienza sono naïf, perfino i direttori di banca; ma le persone normali hanno spesso questa naïveté sepolta sotto strati di stereotipi convenzionali, di luoghi comuni, di vecchiumi di diversa tipologia che valgono nell’insieme come rete protettiva in ambito sociale. Occorre un’opera di scavo per disseppellire l’originaria condizione umana». Con Ghizzardi non era stato necessario: era un limpido naïf per natura. E le sue memorie sono prova di quel genuino candore.