Recensioni / Non chiamatela guerra civile

A 29 anni, Miljenko Jer­govic (nella foto di An­drea La sorte), è il capofi­la dei nuovi scrittori ju­goslavi. Usiamo questo termine non in un’ acce­zione istituzionale, ma cultural-geopolitica, a indicare quegli intellet­tuali, narratori e poeti, che si sono imposti all’attenzione internazio­nale durante gli anni dif­ficili della guerra nei Balcani e la frantumazio­ne di quella che fu la Ju­goslavia intesa come en­tità statale.
Laureato all'Universi­tà di Sarajevo, sua città natale, in filosofia e so­ciologia, Jergovic vede le sue origini legate alla poesia (ha realizzato tre sillogi). Ha esordito con alcuni racconti su ri­viste bosniache, ma «Le Marlboro di Sarajevo» costituisce la sua opera prima di narrativa. Un’opera che gli ha già valso il premio tedesco «Remarque» e i premi croati «Ksaver Sandor Djalski» e «Veselko Ten­zera». Vive a Zagabria e lavora per il giomale «Nedjelna Dalmacjia» su cui scrive editoriali sul­la politica bosniaca.
Ma come riesce a convi­vere un uomo abituato alla multiculturalità di Sarajevo scrivendo sulle righe di un giornale con­trollato direttamente dal governo croato? «Fin­ché posso pubblicare quello che penso» spiega «continuerò a lavorare alla "Nedjelna". Del re­sto io scrivo sulla Bo­snia, in quanto non mi ritengo di potere essere delegato a parlare e a va­lutare quanto sta succe­dendo in Croazia».
Su quel che è stato della Jugoslavia ha un idea ben precisa. «Dopo la morte di Tito» racconta «si è instaurato uno scio­vinismo che io definisco “primario", di cui è arte­fice e portavoce il presi­dente serbo Milosevic. Da esso sono scaturiti tutta una serie di sciovi­nismi riflessi che hanno contagiato la Croazia e stanno ora lacerando tra­gicamente la Bosnia. Un procedimento politico scandito da una cronolo­gia precisa».
Ma quel che più lo fa ar­rabbiare è la deformazio­ne che l’Occidente, i suoi mass media, ma an­che la sua cultura, sta dando di quanto sta suc­cedendo in Bosnia e a Sa­rajevo. «Il mondo non co­nosce i protagonisti di questa terribile vicen­da» argomenta Jergovic «e il racconto che ne sca­turisce e quasi sempre dolciastro e melodram­matico. Il tutto viene ri­condotto a un registro
da "Romeo e Giulietta" e strumentalizzato in fun­zione di una società mul­ticulturale senza sapere che cosa questo signichi veramente».
«Io sono nato in una società multiculturale» spiega lo scrittore di Sa­rajevo «e l’ho vissuta. Ma nelle interpretazioni che ne vengono date a Occidente questa società proprio non la ricono­sco. Dicono che la socie­tà statunitense è multi­culturale. È falso, la so­cietà Usa è la meno mul­ticulturale del pianeta». «Multiculturalità» sostie­ne Jergovic «presume la coesistenza dei .valori più alti. Croati, serbi e musulmani sono bosnia­ci ma non come gli ame­ricani sono tali. Gli Stati Uniti sono un “melting pot”, un crogiuolo da cui scaturiscono due possibi­lità: la perdita dell'iden­tità nazionale o la crea­zione della paranoia na­zionale. In Bosnia, inve­ce, nessuno ha paura di perdere la propria identi­tà e non l’ha avuta nep­pure sotto la dominazio­ne turca. Da qui è nata la coesistenza etnica che significa multiculturali­tà».
La diagnosi di Jergovic è quanto mai lineare. «In Bosnia» afferma «se non ci fosse stata l’inva­sione dei cetnici non sa­rebbe mai e poi mai scoppiata la guerra: Mai in cmquant'anni di vita jugoslava qui si è avuto un incidente tra le diver­se nazionalità. E tutto ciò non è stato merito del comunismo, ma del­la multiculturalità bosni­aca. Per questo motivo chi scrive che oggi il mio paese è martoriato da una guerra civile vuol di­re che della ex Jugoslavia, ma soprattutto di Sarajevo, non ha capito nulla».