Recensioni / Jergovic, la verità in fumo a Sarajevo

Miljenko Jergovic Le Marlboro dl Sarajevo Quodlibet
Pagine 134. Lire 16.000

Miljenko Jergovic è un giovane scrittore nato nel 1966 a Sa­rajevo, dove ha vis­suto fino allo scorso anno. Corrispondente di guerra, collaboratore di vane testate bosniache e croate è autore di tre volumi di poesia, ha scritto ora un volumetto di racconti capaci di catapultare il lettore nella realtà della guerra civile. Come nota Peter Bichsel forse è proprio la tecnica capace di informare nell'istante del fatto a far apparire il mondo apocalittico e insignificante. Ma non è così davanti a un racconto, alle tante piccole storie che Jergovic narra in prima o in terza persona, dotate di uno sguardo interno e portatore di drammaticità. La dimensione della tragedia viene registrata attraverso fatti comuni di ogni giorno, semplici oggetti prima inavvertiti. Per i profughi che devono abbandonare la propria casa senza sapere se potranno mai farvi ritorno la cernita delle cose da portare con sé si trasforma nel bilancio di tutta una vita, ma poi, una volta arrivati a destinazione quegli oggetti tolti dalle valigie hanno perso ogni valore e signifuato e assai più preziosi sembrano quelli che si sono dovuti abbandonare. Con uno stile cangiante che alterna commozione e distacco, lirismo e anatomica freddezza. Jergovic racconta storie di persone qualunque che si trovano di colpo il fronte davanti alla finestra, a scuola o al mercato, come una presenza terrifica che si insinua fra vicini di casa, perfino fra vecchi amici o fra marito e moglie Elena si divide dal marito Zlaja, attempato studente dal fragile universo interiore, sognatore privato dalla guerra di qualunque sogno credibile: Slobodan, ragazzo strano da sempre impazzisce del tutto nella pioggia di granate sotto cui passeggia tranquillo, ripreso dagli esterrefatti operatori di qualche televisione, Izet si trova davanti una mattina il proprio vicino di casa, che fino a ieri gli offriva la grappa e ora minaccia di sgozzarlo: Salih, cui i cetnici hanno trucidato con una motosega la moglie e la figlia proprio davanti ai suoi occhi, diventa un raro esemplare di studio per gli psichiatri che però resteranno delusi perché lui, analfabeta e un po’ tonto, continua a vivere la sua vita istintivamente, non chiede e non vuole niente da nessuno; la morte di una nonna à «l'ultimo dolore isolato nel placido universo dell’ infanzia» prima di un tempo in cui le morti saranno spicce e senza neanche il tempo per la tristezza. Così il narratore assiste impassibile all'incendio delle tante biblioteche pubbliche e private di Sarajevo, perché «non ha senso proibire al fuoco di ingoiare ciò che l’umana indifferenza ha già ingoiato. E nella lettera lasciatagli da un amino che è scappato via esprime un’ idea che è anche una lucida e inquietante interpretazione di tutto l’ orrore accaduto: «Nessuno ha fatto niente per la Verità, e questa ha smesso di funzionare come argomento». La verità che “suonerà offensiva, se mai qualcuno vorrà dirla, per i serbi, per i croati e per i musulmani, I primi hanno istigato e messo in atto il crimine, gli altri, nella loro disgrazia, hanno creduto di essere nel giusto e di dover pensare e agire come i primi ". Perciò sarà solo un riflesso di questa «catarsi del Male» ciò che accadrà in futuro. Chiunque non sia indifferente di fronte a tanto scempio deve leggere questo libro.