Recensioni / Artista senza vanagloria

Scrittore e pittore, Ruggero Savinio è agli antipodi del tipico intellò-artista italiano nato tra gli anni Trenta e Quaranta: una perla rara senza inquietudine

Siedo davanti al computer e a più riprese sfoglio Il cortile del Tasso (ed. Quodlibet) di Ruggero Savinio; prendo il libro in mano, lo riappoggio, lo riprendo in mano. Mi ha tenuto compagnia per tutto il pomeriggio facendomi versare qualche lacrima e consumando la punta della mia matita; l’ho sottolineato varie volte, non mi capita quasi mai (sottolineo marcando due barrette verticali sul margine di sinistra, come in un pentagramma le barrette dopo la chiave musicale). Ora che il libro è un mare di barrette, non so nemmeno cosa citare e questo mi crea un profondo senso di fretta e di ansia. Insomma, sono agitata: questo libro raccoglie le qualità dell’anima che prediligo, la soavità e la contemplazione. E la timidezza; sarà almeno sette anni che non pronuncio questa parola, “timidezza”. È uscita dal mio vocabolario alla fine del liceo, con altre parole di minor pregio come “fichissimo”, “scrici” (che stava per “scricciolo”), e l’arcaico “tremebondo” di cui non conoscevo il significato ma che appiccicavo ovunque, mi piaceva il suono.
La prima volta che incontrai Ruggero Savinio nella piazza di Cetona, avevo sedici anni. Ombreggiato da un cappello a tesa larga, leggeva il giornale al Caffè Cavour, che è il bar del paese insieme al Caffè Sport. Io volevo sempre andare al Caffè Sport perché mi sembrava che fosse frequentato da persone illustri, mentre al Cavour, a quel tempo, sedevano i paesani per giocare a carte; dunque sulla mia infinita adolescenza fece molta impressione che Ruggero Savinio sedesse al Cavour. Quando poi cominciò a parlare, Ruggero Savinio, di cui idolatravo la mitica genìa (avevo appena visitato una mostra dello zio de Chirico e uscivo dalla lettura della Nuova enciclopedia del padre Alberto, che proprio quest’anno Adelphi ha ristampato nella collana Gli Adelphi), mi sembrò timido, quasi quanto me. La cosa mi parve del tutto singolare perché gli amici e i conoscenti di mio padre, intellò romani nati nei Trenta e nei Quaranta, mi erano sempre sembrati terribilmente inquieti. I miei signori di riferimento avevano tic alla gamba, parlavano solo di libri, enumeravano gli amori di gioventù due o tre volte al giorno, si dilettavano in gossip preistorici guardandomi incerti, aspettando chissà quale reazione, e sedevano al Caffè Sport, non al Cavour. Osservavo con estremo interesse questo pittore magro che parlava di sagre di paese, della moglie e dei figli, delle torte in panificio e di pittura; saggio, incuriosito ma un po’ diffidente, attento e, perché no, anche innocente. Un inciso: da sempre disprezzo chi si fa vanto dei propri peccati, preferisco chi, anche con supponenza, si dichiara innocente; oggi l’innocenza è considerata dabbenaggine quando invece è una grande virtù. Di vanagloria in Ruggero Savinio non c’è ombra: è un pastore arcade.
Il cortile del Tasso: un diario in cui Savinio osserva dalle finestre della propria casa romana la ristrutturazione dell’edificio adibito a ospitare la sede dei Servizi Segreti Italiani (“Io, privo di tutto. In che cosa potrei interessare l’apparato spionistico che ci avviluppa, e che, adesso, sta prendendo dimora proprio di fronte a casa nostra?”); un memoir sui destini dei compagni di scuola, il Liceo Tasso dei primissimi Cinquanta; una meditazione sulla vita del Tasso e la Gerusalemme Liberata"; infine, è un quaderno di pittura.
La prima volta che vidi dal vero le opere di Ruggero Savinio fu a una grande mostra a Città della Pieve, nei saloni di Palazzo Corgna; in seguito ne vidi altre, alcuni paesaggi, nello studio cetonese. A Palazzo Corgna erano esposte opere di grandi dimensioni: ritratti dei figli affacciati alla finestra (la figura umana spesso in primo piano sul margine inferiore della tela, in controluce sul balcone), spiagge cantate da poeti, ritratti della Primavera e vedute dell’Età dell’Oro, uno dei motivi più cari al pittore, l’età da cui Savinio proviene e dove continuamente torna. Palazzo Corgna si erge davanti al Duomo di Città della Pieve, la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio che ospita il Battesimo di Gesù del Perugino ove il dettaglio che sempre cattura la mia attenzione sono i capelli del Cristo, così morbidi, i capelli di un neonato, forse a indicare la rinascita offerta dal sacramento; subito mi sembrò che Savinio condividesse quella morbidezza. Le tele in mostra presentavano una materia che è quella distintiva di ogni quadro di Ruggero Savinio: pittura sedimentata, rugosa, increspata, a volte traslucida e montana, altre nebulosa come nei cieli di suo padre (per un confronto tra i due si dovrebbe guardare “Il sogno di Achille” di Alberto accanto a “La morte di Adone” di Ruggero, di tragica e deformante ironia brilla il primo, di soffocato dolore arde il secondo); dipinti dalla superficie aggettante, scultorea. Aggirandomi per i saloni pensai a molte cose, le sagome curve dei corpi mi fecero esclamare che il Munch dell’ultimo periodo ne sarebbe stato soddisfatto; e se il verde, un verde proveniente da climi caldi più che da roridi giardini, mi ricondusse al sudore di Scipione e Mafai, il blu dei cieli mi portò a pensare che di romano in Savinio non c’era proprio niente, mi pareva di aver già rimirato quel blu nella stoffa delle divise indossate dai bambinetti dipinti dallo scapigliato Ranzoni, i blu del nord-ovest; certo, gli scapigliati amavano il Piccio quanto lo ama Savinio e forse le affinità provengono dal guardare così appassionatamente lo stesso maestro. Vidi il Piccio soprattutto nella composizione, nel modo in cui i corpi si spandono l’uno nell’altro (“allacciati negli abbracci”, scrive Savinio); infine, nelle valli della ninfa Eco mi parve di scorgere una spinta mistica ascensionale simile a quella della neve di Segantini e delle sabbie gelide di Pierre Puvis de Chavannes. Insomma, ammirai un pittore che aveva intimo dialogo con tutti i maestri e al contempo un’indole, un colore dell’anima, irrintracciabile in ognuno di loro; indole meticcia, di sasso tragico abbandonatosi alle correnti di molti fiumi ed emerso con superiore cognizione geologica. Nei dipinti di Ruggero non trovai affinità con quelli dello zio Giorgio de Chirico, se non nell’accezione detta da Maurizio Calvesi “ricordarli negandoli”; semmai mi portarono alla mente l’urgenza ipermaterica ma profondamente legata al disegno e dunque stretta a un destino figurativo di alcuni nordici coetanei di Ruggero Savinio: l’anglotedesco Frank Auerbach, l’inglese Leon Kossoff, e il più anziano francese Eugène Leroy. Savinio dipinge da più di sessant’anni e con il tempo ha un rapporto complesso, come dimostra il suo processo pittorico di sedimentazione della materia; è egli stesso, nelle pagine de Il cortile del Tasso, a risolvere il problema del passato, della contemporaneità e del futuro in pittura: “[...] la pittura come qualcosa che appartiene non soltanto alla modernità, ma a un tempo fuori dal tempo, o meglio a un tempo che li contiene tutti”. Il bizzarro enigma di dove posizionare un certo artista nella linea del tempo ritorna in una delle metafore più folgoranti del libro; Savinio scrive di un pittore che era stato famoso per le opere della giovinezza e di cui poi non si era più parlato, scopre che questo pittore è ancora vivo e ancora produce: “Rappresentava una strada aperta su un mare dove passa una nave, mentre un aereo vola nel cielo”. Penso anch’io che ogni secolo abbia artisti aerei e artisti navi; i primi sono arieti, sfondatori di porte; i secondi sono radicalizzatori del passato. Personalmente preferisco gli arieti in pittura, e i radicalizzatori in letteratura, ma un giovane ariete può diventare radicalizzatore con l’avanzare degli anni, come successe ad André Derain che, abbandonato il fauvismo, nel periodo marrone produsse i propri capolavori. Savinio è bifronte, già negli anni Cinquanta sfonda le porte di quella che potrei chiamare Mistica materica, e al contempo radicalizza, estrae dalla superficie le turbinose pennellate del padre Alberto; Ruggero Savinio è un aliscafo.
Se nella letteratura italiana attuale le perle sono rare, non bisogna prendersela con i libri, ma con le vite che gli autori hanno costruito per se stessi. Per esempio, in libreria, nel selezionare tra le nuove uscite, adotto un metodo: controllo sul cellulare le foto degli autori; sono diventata una lombrosiana dermica, leggo la vita dalla disposizione di rughe, brufoli, occhiaie, denti e smorfie. Se l’autore, o l’autrice, mi piace in maniera particolare, compro il libro; se invece scorgo la foto di un tamarro o di una signorina troppo vispa o di un signore consapevole della propria furbizia, non lo compro; acquisto solo facce molto decorose o dominate da una bizzarria inedita. Ecco, Savinio, al di là del padre, al di là dello zio, ha saputo costruirsi una vita, nuova, singolare, proiettata sui fuochi del futuro ma salda all’eterno, alle grotte, ai chiostri, all`amore di Erminia che brucia nel sonno e nella veglia.
Che Ruggero Savinio sia un uomo mirabile lo confermano le pagine che dedica all’amatissima moglie. Nel descrivere il significato per lui assunto dalla parola “coppia”, Savinio offre una dichiarazione di poetica; la coppia coniugale si protende verso ben altri orizzonti che quelli della simbiosi e della “vita di coppia”: “Non chiudersi al mondo, aprirsi. Ma ancor più aprirsi a una vocazione sovrumana. Volere per la coppia un destino eterno. Volerlo anche per se stessi. Per sé e per il nostro compagno o compagna”, così scrive. La poetica di Savinio, anche nei quadri più tragici e amorosi, rimane pur sempre quella del figlio di un greco che trascorre i mesi estivi là dove la Toscana confina con l’Umbria.
“[...] L’oggetto dipinto non è collocato nello spazio all’interno di una rete di coordinate prospettiche, ma è presentato in primo piano, così che si dovrebbe parlare non di rappresentazione, ma di presentazione, o meglio di apparizione”, scrive Ruggero Savinio in riferimento alla pittura antica; penso che in questa frase sia contenuta la chiave per la riuscita di ogni pittore e scrittore vivente. Per un pittore figurativo la conquista più grande è smettere di rappresentare, arrivare a un punto in cui la figura, chiamiamola così, supera se stessa, peraltro evitando il simbolo. Il pittore figurativo si emancipa dalla rappresentazione dipingendo una pera che non è una pera, ma nemmeno è il simbolo dell’amore di Cristo o cavallo di battaglia dell’artista. La pera del grande pittore figurativo trascende la pera del mondo e la pera del linguaggio, è espressione della sensazione interna alla pennellata; la pera è una forestiera nel mondo reale, si presenta. Per ogni quadro dove è dipinta una pera bisognerebbe sentire la voce: “Buongiorno, sono la pera. Mi sono impadronita delle mani di costui, di Chardin, per emergere, ma già ho a noia tutti voi, quindi arrivederci, addio”.
La pera scompare indispettita, non posso che concludere parlando di Roma. La città descritta da Ruggero Savinio differisce da quella narrata da chiunque altro; gli anni Cinquanta a Roma, da tutti acclamati “meravigliosi e grandissimi”, sono per due volte apostrofati “scoraggianti”: “Negli anni Cinquanta, lo scoraggiante tempo della mia iniziazione alla vita [...]”; “Io, però, sono ancora lì, in quella città triste e noiosa degli anni Cinquanta. [...] timido adolescente in un decennio scoraggiante”. Certo, i Cinquanta sono stati i difficili anni della morte del padre Alberto, ma anche dopo la fine di quel decennio, la città de Il cortile del Tasso non sembra Roma, pare piuttosto di passeggiare per i pensierosi colli padani; con gioia mi sono abbandonata alle parole di Savinio, al suo “settentrione culturale”, così chiama l’aria respirata in compagnia dell’amico Romano Mastromattei, l’antropologo. La Roma di Savinio è abitata da cuori infranti, quello del professore innamorato della defunta poetessa; da cuori in attesa, quello del pianista-scrittorpittore che dalla finestra del proprio studio, affacciata sulla strada, osserva il figlio entrare e uscire da casa; da cuori ridenti, l’insegnante bruttina cugina di Guido Gozzano che cerca d’insegnare Lamartine agli allievi; e da cuori adolescenti destinati a vite brevi, più di una volta ricorre il “si uccise”.
Tra tutte le città nominate nel libro, l’eterna è Cetona, il paese assiso in trono, che finge d’accogliere e scaccia, che pretende d’essere scalato a piedi fino allo sperone roccioso, al caseggiato Le Monache dove i Savinio trascorrono l’estate e la moglie Annelisa legge poesie agli amici al fianco di una böckliniana tela del marito.
Leggendo Il cortile del Tasso mi sono posta la stessa domanda dei miei sedici anni, quando incontrai Savinio al Caffé Cavour di Cetona: ma come fa a essere così distante e così palpitante, questo scrittore, questo pittore?