Recensioni / Vita della Prato in filigrana attraverso la città di Roma

La curatrice è Valentina Polci, docente a Macerata Il legame con case e strade, nella capitale come a Treia e a San Ginesio

C’è un modo per raccontare una città che descrive anche l’autore che la racconta. La città è Roma, l’autore – o meglio, l’autrice – è Dolores Prato. Nella narrazione le due anime si combinano come in una formula alchemica propria delle opere importanti. Nel libro Voce fuori coro di Dolores Prato, edito da Quodlibet, la curatrice Valentina Polci riproduce questa alchimia. Il volume trascrive e commenta frammenti autografi della scrittrice su Roma capitale d’Italia scritti in occasione del centenario; è un saggio dalla struttura complessa, ricchissima di fonti spesso dalla consultazione impervia e perciò ancor più prezioso, ma si legge quasi come un racconto biografico, in cui la vicenda e i travagli personali e professionali di Prato vengono visti in filigrana attraverso il suo rapporto con Roma.

L’amore per la città
Il suo amore per una «città capitale universale ridotta a capitale di uno Stato», la porta a rifuggire la retorica un po’ melensa che ha ammantato la pubblicistica dell’epoca, per descriverne la devastazione, il deturpamento compiuti dai piemontesi prima e dal fascismo poi. Così, la costruzione del Vittoriano, «una macchina da scrivere, una bruttura di un bianco irrimediabile» che non avrà mai il colore delle pietre di Roma, «brune come il pane cotto al forno«, assurge a simbolo di questo sfregio. O la distruzione della spina dei Borghi, che ha spazzato via a un tempo la vita che vi brulicava e la meraviglia per l’approdo in piazza San Pietro per sostituirla con uno stradone la cui prospettiva addirittura rimpicciolisce quel grandioso scenario. O infine la distruzione del lungotevere.

Le denunce giornalistiche
Non sono descrizioni nostalgiche ma rapporti su luoghi, su offese alla storia: denunce giornalistiche, perché il giornalismo è un tratto decisivo della vita e della personalità di Prato e Valentina Polci ne tratteggia il rapporto tormentato: la collaborazione con Paese Sera, il mancato ottenimento di una rubrica fissa che ne sancisca la piena affermazione. Una professione e un’attività letteraria descritte anche in relazione al rapporto con altre due grandi donne del Novecento che la vita di Prato interseca: Sibilla Aleramo e Matilde Serao. La prima, verso cui non nutriva una particolare simpatia, proveniva dalla sua stessa terra ma al contrario di lei ne fuggì in cerca di libertà, fino a rinunciare a un matrimonio nato da uno stupro e ancor più a un figlio – eterno rimpianto, invece, di Prato. Ad Aleramo la univa il desiderio di libertà e indipendenza, ma non ne condivideva la militanza femminista e nel partito comunista.

Il legame con la Serao
Con Serao, giornalista di successo, protagonista dei salotti letterari romani, divideva invece il legame profondo con i luoghi, che per lei erano – a Roma come a Treia e a San Ginesio – spazi, muri, strade, palazzi, mentre per la scrittrice napoletana erano uomini, atmosfere, anima, rapporti viscerali. Da questo gioco di giustapposizioni Valentina Polci fa emergere un ritratto di donna e scrittrice di straordinario spessore, una personalità ricca di talento e di debolezze, affascinante e in gran parte sconosciuta, che in Voce fuori coro si scopre e si impara ad amare.