Recensioni / E ora la Bosnia esporta arte.

Miljenko Jergovic, un giovane scrittore di Sarajevo, racconta come durante la guerra la sua gente abbia resistito alla follia. E intanto Mostar vuol riscoprire una tradizione locale: i burattini

Ho tentato di scrivere cose normali in una città in cui succede anche che scoppi una guerra ma non volevo raccontare storie di guerra eroiche».
Miljenko Jergovic non ha ancora trent’anni, è vissuto fino a due anni fa a Sarajevo, poi è andato a lavorare a Zagabria, dove scrive di rock, fumetti e politica. È autore di certi racconti pub­blicati in Italia da Quodlibet, che senza tirare in ballo orfani e caschi blu spie­gano quella guerra meglio di mille arti­coli di fondo.
Qualche giorno fa Jergovic era ad Ancona, ospite di Paesaggi Italiani, per una rassegna sui percorsi della nuova narrativa: rassegna itinerante in alcune scuole superiori delle Marche, organizzata lontano dai narcisismi degli addetti ai lavori. Lo abbiamo incontrato in mezzo a una folla di futu­ri geometri, oggi in autogestione, tutti presi dalla propria educazione sentimentale e politica. Nell’aula magna i “tazebao” riportano una rassegna stampa sulla Bosnia e il commento dei ragazzi del ‘95, che si firmano per cognome, a pennarello. Lui e Ljiljana Avirovic parlano fitto, quasi all’uniso­no, lei ha tradotto anche Le Marlboro di Sarajevo, la raccolta di racconti che Jergovic è venuto a presentare. Non è facile discutere solo del libro. A tavola Miljenko mi racconta di un vecchio scrittore sloveno che non ha mai letto Corto Maltese ma che, come Hugo Pratt, ha raccontato la storia  di uno che allungava da sé, con un pugnale, la propria linea della fortuna. Poi si torna alla guerra: «Se la pace di Dayton aves­se punito l’aggressore sarebbe destina­ta a durare, ma all’aggressore sono state tolte le sanzioni e, forse, un giorno gli daranno il Nobel per la pace. Questa guerra non è stata causata dall’odio, ma da una aggressione. Ma anche la prossima non avverrà a causa dell’o­dio».
Perché un titolo così minimale per il tuo libro?
Prima di tutto perché non credo in una letteratura che alla fine di questo secolo tratti la guerra come facevano i roman­tici o i realisti della fine del XIX secolo, o come gli scrittori del socialismo reale. Penso che la letteratura debba occupar­si delle cose importanti ma usando le armi letterarie: parlare di un dettaglio, di una cosa piccola, è uno dei problemi più importanti dal punto di vista lette­rario. Non si può parlare delle nazioni, dei popoli, in astratto; il popolo non può essere un personaggio letterario perché non può essere ridotto da nes­suno, per la sua eterogeneità, a una dimensione solo letteraria.
Prima, agli studenti, hai spiega­to che l’uomo deve costringersi di rimanere normale, anche in una guerra. Non credi che, però, si corra il rischio di cedere all’indifferenza o al cinismo?
Essere indifferente non vuol dire essere normale, anzi, gli indifferenti non sono normali. La guerra come situazione frustrante rappresenta una sfida terribi­le per la normalità di ogni uomo. Que­sta sfida bisogna saperla sopportare, bisogna saperla portare avanti, bisogna essere normali, non possiamo farci sconti perché la situazione è quella che dà la possibilità di avallare ogni situa­zione di follia. Ma sono convinto che gli uomini in guerra non possono con­cedere a sé stessi la follia.
Sei un giornalista ma hai scelto di raccontare la guerra attraver­so la funzione dei racconti…
Se non mi staccassi dalla realtà saprei solo scrivere “Aiuto, aiuto!” Oppure cose triviali o, ancora, banali che, mio malgrado, risulterebbero comiche. Inol­tre, in linea di principio, i meccanismi dell'informazione-spettacolo non arri­vano in profondità perché danno l’im­magine della situazione ripetuta per mille volte: l’immagine di un bambino al quale è stata squarciata una gamba non scende in profondità, sembra una cartolina. Fra questa cartolina e una della torre di Pisa non c’è praticamente alcuna differenza. È un meccanismo perverso, ma ogni giornalismo di guer­ra, ogni immagine televisiva prove­niente dalla guerra, dopo mille ripeti­zioni, diventa una specie di pubblicità. La logica dei mass media lo impone: le immagini di Sarajevo passate dalle tv occidentali mi ricordano le pubblicità della Benetton, se non fosse che sulla pubblicità della guerra non appaiono i nomi dei produttori. In questa perver­sione coerente allora si potrebbe fare un logo con l’immagine di Karadzic e Mladic, che ben figurerebbero come in una sorta di marchio Benetton per una pubblicità della guerra.
Come saranno i bambini di Sarajevo?
Me lo chiedevo anche io per i ragazzi delle altre guerre, mi sembrava incredi­bile che a qualcuno, nascessero figli mentre piovevano granate. Poi ho visto nascere bambini a Sarajevo i quali, forse, da grandi saranno orgogliosi per­ché sapevano giocare a guerra meglio di chiunque altro al mondo. Li ho visti giocare con regole che io avrei potuto imparare solo in una accademia milita­re: sanno già perfettamente come asse­diare il nemico.
Qual è l’immaginario collettivo della tua generazione, come progetta il suo futuro?
Il destino della mia generazione è pol­verizzato. La mia generazione di Sarajevo era la prima nella ex Jugosla­via che dal punto di vista culturale non aveva nulla di meno rispetto ai propri coetanei occidentali: stessa musica, stessi film, stessi libri, lo stesso modo di vita di Londra, ad esempio. Subito prima della guerra questa generazione faceva parte del mondo globale da tutti i punti di vista. Con la guerra una parte è andata a combattere e, non mi stanco di dirlo, a difendere la Bosnia dall’ag­gressore, perchè l’immagine di quelli che attaccano è un po’ diversa. Un’altra parte della mia generazione si è disper­sa per il mondo intero, fa i lavori più pesanti per sopravvivere, in America, Australia, Germania. Sia chi combatte, sia chi è all'estero è perduto, come sono perduto io stesso e come sono perduti coloro che, per il destino che ci acco­muna, mi somigliano. Abbiamo perso il nostro mondo di una volta e quello nuovo non è stato ancora creato e nep­pure lo sarà. Non durante la nostra vita. Cosicché del futuro di questa generazione è impossibile dire qualco­sa. Piiz il tempo pass meno possiamo parlare di quests gente come di una generazione.
“Le Marlboro di Sarajevo” cir­cola anche in Bosnia?
Il libro è stato pubblicato solo in Croa­zia, ma non ci sono grandi barriere lin­guistiche tra gli stati che facevano parte della ex Jugoslavia. Un centinaio di copie è arrivato anche a Sarajevo e a Tuzla. Non so se qualcuno lo abbia letto a Belgrado o a Skopje. A volte comunque mi chiedo se non sia un po’ maleducato raccontare le proprie per­dite: chi sono io, in fondo, per appesan­tire gli altri con le mie esperienze? Allo­ra mi sorge un dubbio...

Slobodan
Era un pezzo di pane, solo che andava su tutte le furie se lo chiamavano Boban, Bobo o anche Slobo. Allora puntava i piedi a terra, serrava i pugni come un bimbo arrabbiato e strillava Slobodan, Slobodan, Slobodan. [..] I monellacci con una birra lo deridevano, fino a che non arrivava uno più vecchio e assennato, che scacciati i giovani arroganti lo riportava a casa.
Alla fine si ridusse come tutti i matti di questo mondo. Sporco, lacero e sempre affamato. Nessuno sapeva di che vivesse da quando era morta sua madre, se lo sfamavano i vicini o se malgrado tutto era capace di trovarsi da solo un tozzo di pane tra i rifiuti. In uno dei primi reportage della CNN da Sarajevo si vedeva Slobodan che passeggiava tranquillo e beato per la città mentre attorno a lui piovevano granate. La. telecamera lo seguiva per una settantina di metri, probabilmente il giornalista aspettava di inquadrare l’esplosione che avrebbe fatto a pezzi un abitante di Sarajevo. Passeggiando, dal campo lungo della ripresa Slobodan si avvicinava fin sotto il naso del cameraman, gli sorrideva, faceva un cenno di capo e […] se ne ritornava per i fatti suoi. Dietro le sue enormi spalle continuavano a cadere le granate mentre quella sera i telespettatori apprendevano che tra gli abitanti di Sarajevo ce n’è di follemente coraggiosi.

Ecco tre "Marlboro di Sarajevo"
Una mini antologia di ritratti dal libro con cui Miljenko Jergovic ha raccontato la possibilità di essere (quasi) normali nella capitale bosniaca assediata. Storie di strada o di osteria, per dimostrare che "bisogna riprendere la via della realtà"

La Campana
“La Campana” era un'osteria ricavata in un qualche scantinato austroungarico, con mille archi e volte, e piegata come una L nel cui gomito si infrangeva i1 suono degli ottoni arrugginiti. Era un jazz imposto dall'architettura.
L’uomo dietro il banco si chiamava Sem. [...] All’alba, quando tutti avevano ormai scolato tutto e Sem misurava con occhio da farmacista il livello del liquido in ogni bottiglia, una ragazza seduta al banco buttava giù un espresso mentre i suoi capelli spettinati lasciavano intendere che stava piangendo sul serio. [...]
La tipa in lacrime stava lì a voler dire che l’illusione continuava. Ma poiché il limite tollerabile era già stato superato e poiché tutti avevano fatto il pieno di jazz, quell’immagine poteva solo dar fastidio, se non proprio dare un senso di disgusto. Quella ragazza era la prova vivente che c’è un limite a tutto, che alla fine bisogna riprendere la via della realtà e uscire dal mondo favoloso dell’ebbrezza per far ritorno al monotono tran tran di tutti i giorni, che è anche l’unica dimensione possibile. Accogliere le sue lacrime era un po’ come diventare tossicomani, staccarsi da tutto e volare là dove vivono quelli che vedono nell’illusione uno stile di vita.

Zlaja
Zlaja era un attempato, eterno studente di giornalismo, figlio di una famiglia musulmana benestante che sapeva a un tempo di morbido Islam bosniaco e di blasonata nobiltà viennese[...].
Ma ogni decadenza è sempre accompagnata da una certa svogliatezza, così anche Zlaja diventò un tipo da caffetteria, bei modi, buon bevitore e artefice inesausto di progetti per avere successo nella vita, progetti che, naturalmente, non tenevano in minimo conto la realtà. Più la situazione del paese degenerava, più Zlaja fantasticava. Così, dopo il primo bicchierino, attaccava col suo ultimo e geniale business, verso mezzanotte era in compagnia di altri businessmen e il mattino dopo aveva già fondato una multinazionale. I suoi progetti andavano dal giornale tirato a centomila copie fino alla produzione del té per le gestanti, buono a determinare il sesso del nascituro. Per le femmine un certo tipo di té, per i maschi un altro e, se la bevanda faceva cilecca e i genitori si ritrovano un bebè di sesso indesiderato, il produttore li rifonde del denaro. Ma siccome il calcolo della probabilità attestava al cinquanta per cento i casi di sesso azzeccato, ecco che il business poteva solo rivelarsi miliardario.

Da Cervia a Mostar
Marionette bosniache, che passione
Una campagna per riaprire il teatro ospitato nella ex sinagoga della capitale dell’Erzegovina.
di Paolo Giovannelli
«0 gni domenica mattina, quando ero piccola, mio padre mi accompagnava a vedere lo spettacolo delle marionette. Era un’eccitante regola per noi bambini».
Il “Teatro nazionale dei Buratti­ni” di Mostar è rimasto indelebilmente impresso nella memoria della ragazza, oggi trentenne e da quattro anni profu­ga in Italia, mentre narra la sua infan­zia assieme a ciò che rappresentava una vera e propria tradizione mostari­na. Che anche i 26.000 bambini di Mostar e dintorni vorrebbero ora vive­re.
L’edificio per le.rappresentazio­ni di marionette è situato nella parte est di Mostar, nel quartiere Brancovac, e ancora negli anni '50 apparteneva alla numerosa comunità ebraica pre­sente in città: era la loro sinagoga. Suc­cessivamente, quando la maggior parte degli ebrei fece ritorno in Israele, i pochi rimasti in città donarono l’edi­ficio ai bambini di Mostar e fu allora che, nel 1952, la sinagoga venne tra­sformata nel teatro delle marionette. Anche durante la guerra, che ha ridot­to a brandelli Mostar-est, nessuno si è mai sognato di cambiare destinazione d’uso a questa struttura, non certo grande e dall'ampio caratteristico sof­fitto a botte.
Il "Centro teatro di figura" (Ctf) di Cervia si è impegnato, ormai dall’e­state scorsa e in collaborazione con il Consorzio italiano di solidarietà (Its) e le municipalità di Cervia e di Mostar, a far rivivere il “Teatro dei burattini” (il cui recupero, gestito da architetti loca­li, è finanziato anche attraverso fondi dell’Unione europea), nonché a pro­muovere la formazione di giovani burattinai mostarini. Già nel corso del­1’ultimo festival internazionale “Arri­vano dal mare”, giunto alla XX edizio­ne e svoltosi in agosto a Cervia, si sono verificati i primi scambi fra burattinai italiani e della ex-Jugoslavia, con la partecipazione delle compagnie bosniache “Lik Teatar” e "Mastaonica" (“Giardino d’immagini”): quest’ultima ha messo in scena un classico per l’in­fanzia come “La Regina delle Nevi” di Andersen. Tra breve un gruppo di burattinai italiani terrà dei corsi speri­mentali a Mostar.
Due gli attuali obiettivi. Il primo è quello di allestire una nuova sala permanente attrezzata con le strumentazioni di base (palco, luci, fonica, laboratorio di costruzione delle mario­nette). Il secondo, più ambizioso, è di ristrutturare lo stabile del “Teatro nazionale dei Burattini”, sventrato dalle granate serbe e croate.
Stefano Giunchi, direttore arti­stico del festival dei burattinai e delle figure “Arrivano dal mare” si mostra ottimista sulla prossima riapertura del “Teatro”: «I mostarini - sostiene - sono impazienti di riprendere le attività cul­turali, sia ad est che ad ovesb». Le sue affermazioni vengono sostenute da un documento sottoscritto a Cervia da sette burattinai di Mostar, presenti al festival e dagli sforzi congiunti dei due direttori delle compagnie mostarine di marionette, Petar Surkalovic (per il set­tore ovest della cittadina) e Nurdjo Kezman. Tutto questo mentre anche i recenti accordi di Dayton prevedono la libera circolazione degli artisti nell’in­tera repubblica della Bosnia-Erzegovi­na.
Il “Centro teatro di figura” ha aperto una campagna di raccolta fondi, intitolata “Riapriamo un teatro”.

Per sostenere l’iniztativa effettuare un bonifico bancario intestato a "Riapriamo un Teatro" - "Volim te Mostar", c/o Banca Popolare di Ravenna (filiale di Cervia), c/c 8616/82.
Ulteriori Informazioni telefonando
al Ctf (0544/971958) o al Comune di Cervia (0544/979215).