Recensioni / Lessico mitologico goethiano. Letteratura, cultura visuale, performance

«Ein großer Teil der Mythologie ist Allegorie! Personifizierte Natur, oder eingekleidete Weisheit! Hier belausche man die Griechen, wie ihre dichterische Einbildung zu schaffen, wie ihre sinnliche Denkart, abstrakte Wahrheit in Bilder zu hüllen wusste [...]. Kurz! als poetische Heuristik wollen wir die Mythologie der Alten studieren, um selbst Erfinder zu werden» (Johann Gottfried Herder, Frühe Schriften 1764-1772, in Werke, vol. I, Deutscher Klassiker Verlag, Frankfurt a.M. 1985, pp. 449-450). Queste parole di Herder, tratte dal saggio Über den neuern Gebrauch der Mythologie, contenuto nei Literaturfragmente, anticipano quell’idea di ‘nuova mitologia’ che nell’età di Goethe legittimerà una riscrittura creativa dei miti e, libera dall’autorità winckelmanniana, trasformerà gli antichi secondo le idee del proprio tempo. I noti miti goethiani, che il volume a cura di Cometa e Mignano ripropone ora al lettore italiano, confermano che l’allievo non dimenticò mai la lezione del maestro e che fu capace di trasformare le sue teorie in figure di assoluta originalità e modernità, diventando certo il più autorevole ‘inventore’ di miti della sua epoca, e non solo. Il volume, che raccoglie le relazioni presentate da autorevoli germanisti al convegno internazionale Goethe e i miti greci, svoltosi a Palermo nel giugno 1999, presenta 8 brevi saggi dedicati ad alcune delle più note riscritture di miti dell’universo goethiano. A precederli un saggio di Cometa, dedicato alla ‘geografia poetica’ goethiana e, in particolare, al paesaggio ‘sentimentale’ siciliano, inteso non solo comeambientazione drammatica eletta dei miti e conditio sine qua non per un’appropriazione degli stessi, ma esso stesso presenza mitologica; a confermarlo i commenti ai paesaggi siciliani di Lorrain, nei «Frankfurter Gelehrten Anzeigen», gli affreschi mitologici di Kniep, capaci di restituire visivamente le ambientazioni della penna goethiana, il frammento siciliano Proserpina e l’idillio eroico di Pandora. Questo paesaggio, attraversato e abitato dal divino, osserva Cometa, Goethe spesso lo disegnò, oltre che scriverlo, ma mai seppe dare sostanza visiva alle figure mitologiche che aveva riscritto poeticamente, forse perché esse, proprio come voleva Herder, erano troppo distanti dalla natura mitica che le avrebbe circondate, troppo moderne, sofferenti, estreme per trovare posto sullo sfondo dei suoi disegni. La scelta dei miti reinventati da Goethe non sembra seguire un criterio preciso, nemmeno quello alfabetico, banalmente proprio di ogni lessico, né la pretesa del volume è quella di esaustività; il lessico mitologico proposto è per forza di cose limitato, né potrebbe essere altrimenti, vista la consistenza della materia trattata. Ad aprire il volume è Eros; Agazzi ci presenta con generosità numerose declinazioni goethiane del mito, da quelle di chiara matrice winckelmanniana, in Über die Gegenstände der bildenden Kunst, passando per le poesie erotiche par excellence della letteratura tedesca, le Römische Elegien, e per i Venezianische Epigramme, fino al Faust e al West-Östlicher Divan. Nella ricchezza di materiale scandagliato alla ricerca degli ‘Amori’ goethiani colpisce la rappresentazione di Eros nella figura di Euphorion, nel secondo Faust, non un mito antico, ma romantico, umano e sofferente, un omaggio a Lord Byron, confesserà a Eckermann Goethe, confermando così la sua genialità e originalità nell’‘inventare’ miti. Il secondo lemma è Kore, la fanciulla divina, a cui Goethe dedica una breve poesia. Cottone fa emergere l’identità multiforme e sfuggente della donna; Goethe addensa in pochi versi numerose domande riguardo la sua identità, a cui non sembra dare risposta. Questa fanciulla, espressione di suprema bellezza, che si manifesta nella verginità e nella giovinezza, è già madre e cittadina dell’Ade e, per questo motivo, al contempo incarnazione della caducità e della morte. Cottone la accosta alla Ottilie delle Affinità Elettive, così come mediata dalla lettura di Benjamin, e attraverso di lei a Eva, alla Madonna e a Pandora, individuando nel mito antico, e soprattutto nella ricca simbologia di morte e rinascita, rinuncia e morte, elementi di sincretismo e modernità. Hölter si concentra su Odisseo, per Goethe figura indissolubile da Omero, la cui ricezione fu mediata all’epoca dalla monumentale traduzione di Voß. Dopo una ricognizione delle variazioni di Ulysses/Odysseus (il poeta utilizza con disinvoltura la forma greca e quella latina) nell’opera goethiana, dall’abbozzo del dramma Ulisse a Fea alla traduzione di alcuni versi del poema omerico fino al Viaggio in Italia, una sorta di viaggio italico di Ulisse, Hölter si sofferma sulle opere d’arte raffiguranti l’epos omerico che il poeta ebbe modo di osservare, per concentrarsi infine su alcune declinazioni di questa figura, soprattutto nel Werther. I Proci incarnano il sogno di vita patriarcale del protagonista (lettera del 21 giugno) e Ulisse viene considerato figura capace di parlare del sublime («del mare smisurato e della terra sconfinata», lettera del 9 maggio). Hölter indaga quindi l’Ifigenia, in cui è Pilade a rimandare insistentemente all’eroe omerico, e il Faust. Ulisse, presenza costante dell’universo goethiano fino al 1826, nel Philoktet, dreifach, risulta anch’esso un mito ‘nuovo’, riscritto più volte dal poeta, e ogni volta in maniera diversa. L’articolo successivo è dedicato a Proserpina e al dramma omonimo, un documento unico nel panorama goethiano, sia per la genesi lunga e intricata che per le numerose versioni, dal testo preclassico in prosa del 1777 fino alla messa in scena weimariana del 1815, nonché per il genere: nel monodramma, sottolinea Jamme, il poeta cercò di realizzare il suo Gesamtkunstwerk, la perfetta unione tra parola, musica e teatro; di qui l’attenzione maniacale a ogni dettaglio nelle messe in scena del direttore del teatro di Weimar, dalla recitazione alla musica, fino alla scenografia (come dimostrato dal tableau scenico di ispirazione barocca, introdotto nella messa in scena del 1815 per smorzare il pathos tragico antico della prima versione). Il lamento di Proserpina, regina dell’Ade, che si strugge di nostalgia per la vita reale, è noto a Goethe attraverso numerose fonti classiche, mediate soprattutto dal lessico mitologico di Hederich, ma si arricchisce di tratti di ribellione del Prometeo, ed è soprattutto rappresentazione catartica, vale lo stesso per il Werther, della minaccia degli Inferi, che Goethe cercò costantemente di tenere lontano da sé, anche e soprattutto attraverso la scrittura. Meier si concentra sulla coppia classica di Oreste e Pilade, delineando l’antagonismo, ma soprattutto il legame indissolubile tra i personaggi nell’Ifigenia: Pilade è uomo d’azione, sempre rivolto al futuro, desideroso di iniziare una nuova vita, capace anche di mentire e tradire per salvare l’amico, cui riserva una dedizione e lealtà assolute. Oreste è invece rivolto sempre e solo al passato, perseguitato dalle colpe, un melanconico che desidera la morte e il cui passato è morte. Meier accosta Oreste ad Amleto e Pilade al marchese di Posa schilleriano, a conferma, ancora una volta, del distacco di Goethe dalla tradizione classica, ulteriormente sottolineato, dalla sostituzione del volere divino con l’etica kantiana, che caratterizza tutta l’Ifigenia e che guida anche le azioni della coppia mitologica. Miller si concentra sul progetto di Nausicaa e sul suo rapporto con il Viaggio in Italia, e in particolare con la tappa siciliana, fondamentale per lo sviluppo di un mito, che non vide purtroppo mai una conclusione drammaturgica. Dell’idea di una composizione siciliana abbiamo solo poche pagine, che, tuttavia, bastano a fare presagire quella che sarebbe potuta diventare una tragedia moderna: al centro non vi è lo straniero Odisseo, ma la giovane fanciulla e il trasformarsi del suo affetto e Mitleid in una passione destinata inevitabilmente a una fine tragica; tema della tragedia sarebbe stato probabilmente il confronto tra un ordinamento naturale e l’estraneo, che irrompe, mettendo in discussione lo stato vigente e travolgendo l’innocenza per poi ripartire. Osterkamp accosta due miti che nella tradizione letteraria non si sfiorano, ma che Goethe vide accostati nella sua giovinezza, nel piccolo museo della sua stanza, in cui aveva raccolto gessi delle teste di Laocoonte e dei suoi figli, e di Niobe e dei figli. Le due figure vengono associate nel 1798, nel programma della rivista d’arte «Propilei». Il primo numero si apre con il saggio goethiano Sul Laocoonte, nel secondo viene accolto quello di Meyer su Niobe con i suoi figli. Laocoonte è presenza costante nell’orizzonte goethiano, fin dagli anni giovanili, segnati dalla lettura del saggio di Lessing e dalla visita alla collezione di calchi in gesso di Mannheim. Nel saggio dei «Propilei» Laocoonte non è semplicemente exemplum virtutis, ma, proprio come il gruppo di Niobe, espressione della possibilità dell’arte antica di giungere a rappresentare la sofferenza estrema e dare forma all’esperienza umana più atroce, sottomettendola ai nobili ideali dell’arte. Il volume si conclude con un breve articolo sul Prometeo, in cui Villacañas Berlanga abbozza un’analisi del frammento giovanile, includendolo in un orizzonte storico e filosofico di ampio respiro e mostrando come l’atto di disubbidienza del semidio fosse per Goethe dettato in primo luogo dal desiderio di ribellione che dall’aspirazione di giungere al potere; il frammento è considerato soprattutto anticipazione del Faust, in cui lo scrittore di Weimar raccoglierà i traumi e le inquietudini della sua prima opera giovanile, portandoli a una forma definitiva e perfetta. Il lessico mitologico goethiano non si esaurisce certo nei lemmi trattati nel volume e, anche nell’ambito di ciascun lemma scelto dagli illustri germanisti coinvolti nel progetto, sono certo ancora numerose e sostanziali le possibilità di integrazione, ma ogni pretesa di esaustività con Goethe resterebbe sempre e comunque delusa e il merito va certo a chi, nonostante questo, ogni volta si addentra nel suo mondo complesso e sconfinato, cercando di coglierne e illuminare un nuovo aspetto.