Recensioni / Piero Gilardi. Una protesta da museo

Al Maxxi, l’antologica dedicata all’artista torinese

L’esodato ha la stessa faccia – rosea e perplessa, oltre che assai corrucciata – del precario, ma anche del disoccupato. I lavoratori saliti al primo plano del museo Maxxi di Roma sono ormai maschere per un carnevale di piazza, in cui ognuno è portatore del suo rovesciamento di senso: solo così si può riacquistare una dimensione pubblica, una «esistenza» all’interno di una società che ha gli ingranaggi spezzati e che non punta più sull’essere umano, ma sull’artificio della sua funzione produttiva.
Un artista come Piero Gilardi si interroga fin dagli anni Sessanta sui confini labili di natura e finzione, mettendo in scena un’«arte abitabile», anzi meglio ancora calpestabile, come testimoniano i suoi Tappeti-natura: sensoriali, soft come le sculture di Oldenburg, completamente avulsi dall’ambiente selvaggio, addomesticati in appezzamenti casalinghi. Giardini da interno dunque, realizzati in resina poliuretanica e impregnati di pigmento sintetico. Non ingannano l’occhio – la loro «simulazione organica» è di immediata comprensione – ma i sensi, stimolando al tatto rappresentazioni infantili, ricordi di boschi da fiaba o di scogliere battute dai venti freddi del nord.
Alla fine, Gilardi – nel suo lungo percorso teorico, politico e creativo – arriverà alla costruzione del Pav, il parco interattivo di Torino, immaginato secondo i principi della bio-architettura (in un’area dismessa, ex industriale della città). Anche qui, sarà la sua poetica del frammento, l’impossibilità di una narrazione unica e univoca, a fare da guida in un itinerario mutevole, in cui sperimentare forme inedite di convivenza a uso e consumo del nostro futuro. Ora le animazioni politiche e l’attivismo ecologista di Piero Gilardi (Torino, 1942) sono sbarcati al Maxxi, nella mostra antologica Nature Forever (fino al 15 ottobre, a cura di Hou Hanru, Bartolomeo Pietromarchi e Marco Scotini, catalogo Quodlibet).
Oltre sessanta opere che raccontano una traiettoria irregolare: quella di un outsider come Gilardi che, convinto della necessità di far uscire le arti visive dalla cornice e dalla mera contemplazione museale, dopo un periodo criticamente pop e un altro più poverista che alludeva alla natura sottratta al processo di decomposizione e inquinamento, costeggiando le strade della performance con le sue maschere di protesta alla fine degli anni Sessanta decise di non presentare più alcuna produzione (nonostante il successo ottenuto in Italia e all’estero) e di agire come militante. Soprattutto nell’ambito del movimento anti-manicomiale e anti-psichiatrico.
A richiamarlo in campo, tra gallerie, piazze, musei e manifestazioni politiche, sarà il desiderio insopprimibile di riscattare il nuovo linguaggio delle tecnologie e delle diavolerie digitali. Di fronte alla rivoluzione della Rete, l’artista non può più lavorare in segreto, ma confrontarsi con il potere in un fraseggio serrato, invitando il pubblico alla pratica della riappropriazione dal basso di quegli stessi dispositivi utilizzati dal capitalismo per un controllo di massa. L’arte torna così a essere la sua risposta alla (possibile) deriva dell’alienazione.
Se quindi i «tappeti» di prati sintetici erano nati sul greto di un fiume trasformatosi in una discarica, le lotte dei lavoratori, poi quelle ambientaliste e in seguito No Tav saranno il nuovo polo d’attrazione di un pensiero in fermento, nutrito anche dai germi intellettuali di Bachtin, Marcuse, Deleuze. La performance diventa teatro politico, una drammatizzazione del conflitto sociale che segue l’idea della «comunità circolare» di Gregory Bateson («la relazione viene per prima, precede»), cancellando il frazionamento e l’isolamento dell’aio» quella cesura che favorisce la subordinazione dell’individuo.
Piero Gilardi è un vero uomo faber, eclettico inventore di marchingegni da sfilata, di slogan, scritte grafiche e murales urbani disturbanti, è insomma un artista in grado di passare da un mondo di gommapiuma a un altro irto di presenze dirompenti, che gioiosamente «imprecano», mutando il loro corpo, accettando sfide fisiche e accogliendo i segni della modernità e della Storia nelle loro azioni – siano esse immaginate o reali.
In questa prospettiva il Pav, Parco d’arte vivente, è un centro di ricerca non convenzionale, dove poter far funzionare le utopie. È «un laboratorio d'arte ecologica», un luogo dove si ibridano scienza e creatività, non un giardino arredato semplicemente con opere, come ne sono sbocciati tanti, negli ultimi anni in Italia. E per capire al meglio la produzione di Gilardi bisogna riacciuffare col pensiero quel decentramento del soggetto cui faceva riferimento un antropologo come Claude Lévi Strauss.