Recensioni / Savinio, ritratto dell’artista (figlio) da vecchio

Oltre a essere un noto pittore, Ruggero Savinio, figlio di Alberto e nipote di Giorgio de Chirico, è anche un raffinato scrittore. Lo conferma questo delizioso memoir, Il cortile del Tasso (Quodlibet, pagg. 128, euro 14), in cui Savinio, a 83 anni, traccia un ritratto dell’artista da vecchio, alle prese con gli acciacchi dell’età, ma anche con una curiosità creativa sempre viva, e soprattutto con le care ombre del passato che vengono a visitarlo. Dalla sua casa di Roma, affacciato alla finestra che dà su una piazza dove stanno costruendo la nuova sede dei servizi segreti, Savinio trasforma la sua «sedentarietà» in una lievissima mobilità del pensiero, che lo induce a rievocare frammenti autobiografici avanti e indietro nel tempo. L’occasione che lo spinge a dipanare il flusso dei ricordi è la decisione presa dal Comitato di Quartiere di abbellire l’impalcatura che circonda il Giardino della piazza, con la proposta ai pittori della zona di realizzare un bozzetto ispirato a un testo letterario, da far eseguire poi ai bambini di una scuola. Savinio sceglie di illustrare il VII canto della «Gerusalemme liberata», quello dell’episodio di Erminia fra i pastori, e da quel momento Torquato Tasso diventa il fil rouge che lega i flash memoriali, anche perché «Tasso» è pure il liceo classico frequentato da Savinio, ricordato più volte, con i suoi professori e i compagni di classe. Ma il libro pullula di figure importanti che hanno attraversato la giovinezza di Savinio: da Sandrino Contini Bonacossi a Cesare Garboli, da Francesco Arcangeli a Niccolò Tucci, da Giuseppe Ungaretti (che manifesta la sua rabbia alla notizia del Nobel a Quasimodo con voce ruggente: «Quella m…») allo zio de Chirico, fino a, naturalmente, Alberto Savinio, che il figlio ricorda sempre con un sobrio pudore, un affetto pieno di riserbo. Tra una divagazione e l’altra, la passione per la «Gerusalemme» colora di una serena malinconia le pagine del libro, con le sue ottave e la qualità pittorica della sua poesia, una densità materica che Savinio ha sempre prediletto, soprattutto nei pittori nordici (Piccio, Fontanesi, Ranzon). Di Tasso Savinio segue anche le inquiete peregrinazioni, la carcerazione nell’ospedale di Sant’Anna e la passione amorosa per il giovane Orazio Ariosto, nipote di Ludovico. L’empatia con il poeta di Sorrento nasce pure da un motivo autobiografico: anche Tasso era conosciuto come il figlio di un padre famoso, Bernardo, poeta dell’«Amadigi», al punto che ai suoi esordi, per distinguerlo, era chiamato il Tassino. E così, con amabile ironia, Savinio racconta di sé: «Al Poveromo, da ragazzo, certe volte sentivo, attraverso la pineta, lo scampanellio di una bicicletta, che si avvicinava alla casa. La voce di Soffici mi chiamava: Saviniotto!». In fondo, questo libro, scritto con uno stile di limpida levità, è anche la storia di una sopravvivenza: quella di un figlio che non ha mai smesso di confrontarsi, senza soccombere, con l’ingombrante fantasma paterno.