Recensioni / Vade retro giovane stregone.

Kerényi – Jesi
Kàroly Kerényi, l’intoccabile maestro della scienza del mito viene attirato nella trappola di un giovane-prodigo torinese: Furio Jesi.
E finisce, suo malgrado, in un pantheon paranazista.

Nella primavera del 1964, rientrando da una meditabonda passeggiata, l’ormai anziano (e intoccabile) Maestro della scienza del mito Karoly Kerényi (Timisoara 1897 - Zurigo 1973) ha il piacere di trovare un plico timbrato Italia, con un bel mazzetto di estratti e una garbata lettera di accompagnamento. La cosa non lo sorprende più di tanto, egli avendo in Italia parecchi estimatori (a «lanciarlo» era stato, molti anni prima, Cesare Pavese), ma a incuriosirlo è lo sconosciuto nome del mittente, che si dichiara suo «discepolo»: un certo Furio Jesi da Torino, «egittologo» con forte propensione alla letteratura. Il Professore, ancora nel pieno dell’attivita intellettuale, non ha tempo per rispondere, ma ha gia intuito che Jesi non è il solito mitomaniaco che si fa avanti; per cui provvede all’invio di un proprio estratto con dedica autografa. Dopodiché, dimentica. Un particolare però forte non gli è sfuggito: il numero preciso degli estratti che Jesi gli ha mandato: tredici.
Finisce l’estate ed ecco arrivare da Torino una seconda lettera; stavolta il giovane «egittologo» viene al sodo: è interessato più che mai al rapporto tra Pavese e il Professore, dovendo scrivere sull’argomento un articolo per una certa rivista («Kratilos»), ma si vede subito che il suo disegno va oltre Pavese e le sue letture irrazionaliste e si insinua nelle radici nascoste del «germanismo» ossia del mito elaborato dai teorici del nazismo. Il discorso afferra e preoccupa Kerenyi, che rompe il ghiaccio con una lunga e preziosa lettera. Inizia così un carteggio tra i più vivi del nostro recente passato, sia per il tema che lo agita (l’uso politico del mito e del rito), sia per la discussione che ne scaturisce (sui «fondamentali» della scienza del mito). Un carteggio che muore prima del previsto a causa di due eventi - la Guerra dei Sette Giorni e il Sessantotto - che li «scoprono» schierati su fronti opposti: Kerényi è un liberale anticomunista, Jesi un liberale che sembra imboccare la via non marxista al comunismo; per cui il dialogo si insordisce, e al primo screzio si spezza.
Un carteggio così appassionante fa sorgere il sospetto: è vero o falso? Non è per caso un tiro macchinato dallo stesso Jesi (Torino 1941 - Genova 1980) per far riparlare di sé, a vent’anni dalla sua oscura morte? Certo è stata una buona idea cavarne fuori un libro - Demone e mito (Quodlibet, pp. 155, L. 24.000) -, puntigliosamente annotato dalla vedova Kerényi e sigillato da una densa postfazione di Andrea Cavalletti, che rilancia magnificamente la figura e la tenera struttura del pensiero di Jesi; mentre getta ombre sulla immagine olimpica di Kerényi, che appena si scosta dal mondo greco svela una imbarazzante rigidità di pensiero (più che nei carteggi con Thomas Mann e Hesse). Sono motivi che rafforzano il vago senso di sana «inautenticità» del carteggio: che ovviamente non è falso, ma in larga misura finto. Il rapporto viaggia fin dall’inizio sui binari di una raffinata finzione mitico-rituale, condotta (specie da Jesi) alle estreme conseguenze; perché il Discepolo ha bisogno di baciare il Maestro, nel preciso momento in cui lo converte in oggetto di studio, per passare allo studio attivo della venerazione. E siccome è Jesi il macchinista di questa fattiva finzione, e lui che dobbiamo interrogare.
Chi era Jesi? Un giovane-prodigio, una mina vagante, uri esplosiva miscela epistemologica guardata con sospetto dalle due o tre trincee culturali che si fronteggiano in Italia negli anni sessanta e settanta: ma sono formule che rischiano etichettarlo come «adorabile mostro». Io credo invece che sia un autore non da afferrare per le corna, ma da assumere a piccolo dosi, per evitare capogiri. Nel caso del carteggio, ad esempio, è l germanista in seno lato che ci interessa, visto che qui il cuore non è ltro che la costruzione di un’pera chiave come Germania segreta, Silva editore 1967, ora nella «Universale Feltrinelli»). È infatti proprio nel corso della stesura del saggio su Pavese e il mito - punto di partenza e d’arrivo dell’intero scambio epistolare - che prende corpo il disegno del futuro libro: un progetto che intende «innalzare» la cultura tedesca di destra-quella che si esprime attraverso «idee senza parole», vale a dire con linguaggio mitologico - a oggetto di studio sistematico, in una prospettiva non storica però, ma fenomenologica, tale da escludere condanne o assoluzioni. Jesi sottopone il disegno al Maestro, che non nasconde le sue perplessità, sia sul piano metodologico, sia sul piano storico-politico della sua interpretazione del nazismo. La scienza del mito deve occuparsi, per Kerényi, solo dei miti della storia delle religioni (miti genuini) e non di quelli della storia politica (miti manipolati). Per Jesi, invece, il mito è di per sé il luogo dell'ambivalenza. Il dissidio è radicale, anche se i due tendono a occultarlo: da una parte c’è Kerényi con il suo concetto tradizionale, non antropologico, di cultura; dall’altra c’è Jesi con il suo concetto di sacro che ancora risente della classica definizione di Rudolf Otto («il radicalmente altro, ambivalente»): ce ne è abbastanza per accapigliarsi; e invece no, i due continuano nella recita delle parti. Ma è Jesi a condurre il gioco e a trarne il maggior profitto, «servendosi» del maestro in quanto «documento» vivente. Di ciò Kerényi si accorge a tempo scaduto, nel risvolto di una circostanza fortuita, che costituisce il «giallo» di questo carteggio.
Jesi aveva pubblicato il saggio su Pavese nel’64: non su «Kratilos», come preannunciato a Kerényi, ma su «Sigma». Lì aveva abbozzato la rischiosa genealogia di quell’invisibile scuola di mitologi e affini che aveva contribuito a diffondere in Germania i capisaldi teorici di una «religione della morte»: e per entro vi comparirà più volte il nome di Kerényi, insieme a Jung, Frobenius e Eliade (vale a dire le principali letture etno-religiose di Pavese). Come avrebbe reagito Kerényi di fronte a quell’imparentamento con il parafascista, «triviale» Eliade? Male, malissimo. Tanto più che già nel 1953 un «italo-comunista» (Ernesto de Martino) si era permesso di avanzare l’odioso accostamento! Jesi forse intuisce e non fa leggere l’articolo al Maestro, o meglio non si affanna a spedirglielo di persona. I curatori del volume addossano la responsabilità del mancato invio alla segreteria della rivista, ma è più plausibile l’ipotesi di un saggio occultamento, che del resto trapela in più occasioni. Solo nella primavera del 68, quando ormai Germania segreta è stato pubblicato e il Maestro lo ha accolto freddamente, solo allora l’articolo torna in circolo - ristampato nel ben noto Letteratura e mito di Einaudi - e Kerényi può leggerlo finalmente: ma a questo punto non può che sentirsi pugnalato alle spalle. La reazione è dura, leggermente scomposta: ma anche la risposta di Jesi è sopra le righe. E per not lettori, è un’ altra fortuna: sono le due lettere più belle.