Recensioni / Se l'ideologia diventa demone

ELZEVIRO Le lettere tra Jesi e Kerenyi Se l’ ideologia diventa demone La corrispondenza tra Furio Jesi e Karoly Kerenyi, appena pubblicata dalle edizioni Quodlibet di Macerata ("Demone e mito. Carteggio 1964 - 1968", pp. 154, lire 24.000), costituisce, pur nella sue relativa brevità , un caso interessante e istruttivo per molte ragioni. Innanzitutto per il periodo in cui si svolse: le ultime due lettere portano una data simbolica , maggio 1968. In secondo luogo per la qualità dei protagonisti: un giovane studioso ebreo di storia della religione e del mito, dotato di talento e di conoscenze precoci, di fronte a un anziano maestro di quegli stessi studi, che è nel contempo un’ autorità intellettuale e morale riconosciuta, al quale l’allievo si rivolge con tutta la deferenza, l’ ammirazione e la commossa gratitudine dovutegli. Infine, e soprattutto, per il tema dello scambio epistolare, che è solo in apparenza o in parte rappresentato da questioni di nature filologico - storico - erudita, ma che in realtà verte sul tormento intellettuale e morale del giovane ricercatore: se il germanesimo, se il mito della cultura tedesca e la culture tedesca del mito, siano responsabili dell’orrore nazista. A questo argomento egli intende dedicare un libro, "Germania segreta", di cui manda in lettura a Kerenyi il dattiloscritto del paragrafo iniziale, poi espunto dalla pubblicazione. In esso Jesi ammette che “si corre il rischio d’essere ingiusti e superficiali riconoscendo nel nazismo la somma e 1’emblema del germanesimo, e quindi coinvolgendo nella medesima condanna, quasi fossero responsabili delle medesime colpe, Frobenius e Rosenberg, Gottfried Benn e Goebbels" ; tuttavia insiste sul problema posto “dell’ adesione al nazismo di una parte degli intellettuali tedeschi, e più ancora della presenza di elementi ispiratori del nazismo in artisti che furono tuttavia avversari di quel regime politico”. Kerenyi cerca di distogliere Jesi “dal progetto ciclopico non realizzabile con giustizia”, ma questi, sempre alla ricerca delle "forze oscure agenti nella tragedia tedesca”, che avverte anche come una minaccia incombente su di sé e dentro di sé , non desiste dal suo piano. La replica di Kerenyi, in una lettera da Ascona del maggio 1965, non potrebbe essere più netta e precise. Non il mito germanico, ma la sociologia di quel “quarto stato”, costituito da delinquenti e da psicopatici, che “la vita della città” ha prodotto in pericolosa folla”, può spiegare il fenomeno nazista. Kerenyi aggiunge, a controprova della sua tesi, un’osservazione la cui lucidità e fondatezza sono oggi in grado di apprezzare più che mai: "Si trova una scappatoia meschina  volendo attribuire a un “mito” e alle sue azione la responsabilità degli orrori che furono perpetrati. Senza questo "mito", orrori vennero commessi anche in Russia, e lì furono persino inventati i campi di concentramento col loro concreto culto di morte”. A tale professione epistolare di fede, che è anche una persuasione scientifica e una proposta metodologica (“è l’uomo che deve essere curato, e non il mito incolpato”) segue, due giorni dopo, il felice incontro tra i due a Torino. Nel seguito, nonostante qualche ombra, la divergenza sembra appianata. In realtà agisce sotterraneamente fino a esplodere quando Kerenyi riceve e legge, con un ritardo sospetto, il saggio su Pavese, il mito e la scienza del mito in cui Jesi aggrega esplicitamente Kerenyi, insieme con gli etnologi, i mitologi e gli scrittori cui attinse Pavese, a quella “religione della morte” che il nazismo aveva fatto propria, saldando la Germania “pubblica” alla Germania “segreta”: soltanto che in Kerenyi, come in Thomas Mann, tale culto irrazionalistico si sarebbe celato dietro un’aristocratica mascheratura umanistica. È evidente che Jesi ricalcava la concezione lukacsiana della Distruzione della regione (1955), secondo la quale una linea continua unirebbe il protoromanticismo tedesco al nazismo; d’ altronde già  nel 1941 era uscito a New York un volume di Peter Viereck, tradotto da Einaudi nel 1948, in cui questa tesi campeggiava nel titolo: "Metapolitics. From che Romantics to Hitler". Non era certo difficile per Kerenyi ritorcere contro Jesi il termine e il concetto di mascheratura, riconoscendovi una “fabbricazione – comunista”. La rottura è brusca e definitiva, perchè Jesi nell’ ultima lettera svela e rivendica la sue adesione all’ ideologia marxista, annunciando una crisi (è il 16 maggio 1968) che probabilmente "si dispieghera' nelle vie e si combatterà con le armi; una crisi in cui anche maestro e discepolo, e padre e figlio, si ritroveranno concretamente nemici”. Al demone del mito si era sostituto in Jesi il demone dell’ ideologia, dal quale neanche un grande maestro aveva potuto guarirlo.