Recensioni / Vita avventurosa di un giovane novantenne

La resistenza in Ungheria, suo Paese natale. Poi la Palestina e la fondazione di Israele. Infine Londra e Parigi, con lavori in tutto il mondo per l’Unesco

Ci sono architetti che per raggiungere fama e notorietà hanno costruito decine di edifici. Ad altri, invece, è bastato non costruire nulla. O quasi. È il caso di Yona Friedman. Ha costruito giusto un paio di case, eppure per le sue teorie è diventato un importante punto di riferimento del Novecento. I suoi scritti, i suoi disegni un po` sghembi, le forme e i ritratti che sembrano disegnati da un bambino, hanno influenzato più d’una generazione di architetti e di studiosi.
Yona Friedman è impossibile da classificare. Al punto che per comprendere la sua opera è necessario abdicare ai nostri comuni canoni. Questo giovincello ultranovantenne non ha etichette che lo contengano. Con la freschezza non stagionata e curiosa di chi ancora novello si affaccia al mondo, tocca con grazia i suoi interessi: urbanistica, architettura, antropologia, fisica, mitologia. Al tempo stesso Friedman porta con sé il rumore del tempo. Il suo, quel Novecento che l’ha attraversato con furore tutt’altro che eroico.
Per saggiare la giocosa ricchezza della sua opera si può visitare la mostra del Maxxi di Roma Yona Friedman. Mobile Architecture, People’s Architecture (a cura di Gong Yan ed Elena Motisi).
Nato a Budapest nel 1923, in Ungheria studia architettura senza però ottenere il titolo per via delle leggi razziali. Partecipa attivamente a un gruppo di resistenza finché una delazione lo fa finire nelle mani della Gestapo: fortunatamente non come ebreo ma come oppositore politico. L’entrata in città dell’Armata Rossa lo salva. Ma si ritrova in una città depredata dalla vita: non c’è cibo né acqua, spesso nemmeno una casa con un tetto sotto cui ripararsi – questa esperienza di privazione assoluta segnerà tutto il suo lavoro, in definitiva “un prodotto della Seconda guerra mondiale” come dirà lui stesso, e da cui trarrà indicazioni teoriche importanti sviluppate poi nel libro Architettura della sopravvivenza: una filosofia della povertà (edito da Bollati Boringhieri). Poi fa le valigie: prima tappa la Palestina, allora ancora mandato britannico. Lì vivrà in un kibbutz, farà vari lavori prima di terminare gli studi di architettura al Technion di Haifa. Nel frattempo parteciperà al primo conflitto arabo israeliano e all’indipendenza di Israele: conoscerà personalmente Golda Meir, Levi Eshkol, Isaac Rabin (di quest’ultimo sarà consigliere per le fortificazioni dei nuovi insediamenti). Durante il conflitto si occupa di trincee che, come noto, sono per definizione mobili.
Epifanie della storia, proprio alla mobilità Friedman dovrà molta della sua notorietà: è il 1956 quando presenta il suo “manifesto per un’architettura mobile”, in definitiva una messa in discussione del carattere pianificatorio della progettazione per uno più aperto, più malleabile e modellabile dalle trasformazioni so- ciali – in qualche modo un’architettura e un’urbanistica più “umane”, attente alle esigenze dei cittadini. Intanto lascia Israele per Londra, dove prova senza riuscirci a lavorare con Erno Goldfinger, anch’egli di origini ungheresi e architetto per il partito comunista inglese (noto anche come il cattivo uscito dalla penna di Ian Fleming: lo scrittore abitava di fronte all’architetto e, da buon conservatore, lo detestava al punto da prenderne in prestito il nome per il suo malvagio personaggio, che appunto parlava con accento magiaro). Nel 1957 si stabilisce definitivamente a Parigi, sua patria d’elezione. Qui incontra Le Corbusier (il quale, dopo aver ascoltatole sue idee, gli dice: «Non è roba per me, non lo farei mai. Ma tu devi farlo!», aggiungendo che di certo «Molti colleghi ti daranno contro») e inizia un lungo periodo di conferenze, lezioni e incontri nei quali espone le sue teorie. In particolare negli Stati Uniti, dove tornerà ciclicamente per qualche decennio a insegnare in varie università. «Qui c’erano i computer», dice Friedman che, da spirito eclettico ed erudito qual è, non poteva non esserne affascinato. Al punto che Nicholas Negroponte lo inviterà al Mit di Boston per sviluppare il progetto Architecture-by-Yourself, ovvero la democratizzazione dell’architettura attraverso la tecnologia.
Infine l’incarico all’Unesco, che gli permetterà di viaggiare e lavorare nei Paesi più poveri del mondo – fra i molti progetti quelli indiani, in particolare a Madras (oggi Chennay) dove progetta il museo delle tecnologie semplici e prepara una fortunatissima serie di manuali a fumetti. Questi ultimi (su come si fa un tetto, come aggiustarsi da soli la casa, ecc.) sono fatti come disegnini alla lavagna: semplici e immediati – piacquero così tanto a Indira Gandhi che il governo ne stampò milioni e milioni di copie. Infine il suo libro più bello e importante, Utopie realizzabili (in italiano da Quodlibet), spiega perché tanti lavori degli architetti sono falliti: serve consenso necessario, l’architettura deve saper comunicare, bisogna saper coinvolgere il pubblico ovvero le persone che sono il fine dell’architettura.
La sua opera è ormai famosissima in tutto il mondo. E piace soprattutto ai critici d’arte, ai curatori e agli artisti, forse ben più di quanto piaccia agli architetti: i disegni e le complicate costruzioni ordinate di Friedman sono state protagoniste a diverse edizioni della Biennale di Venezia e a Documenta di Kassel, oltre che esser messe in mostra nei più importanti musei del mondo. Friedman rimane un curioso personaggio: eclettico, visionario, provocatorio. Un concreto utopista o meglio un costruttore di “utopie realizzabili”.