Recensioni / Immaginazione. Il trionfo del racconto

Il critico Cometa: «Ogni gesto va letto come una storia»

Parla il critico Michele Cometa, autore di due saggi che esaltano la necessità narrativa delle arti figurative e della parola: «Ogni gesto umano va letto come una storia»

Il falconiere si appoggia alla fontana, simbolo della vita, e lascia vagare lo sguardo lontano, al di là di una siepe che, a dispetto della cronologia, non può non ricordare L’infinito leopardiano, così come lo scheletrico cavallo al centro della scena rimanda a Guernica di Picasso. «Le immagini dell’arte, come quelle della letteratura, contengono energie che si rivelano solo con lo scorrere del tempo», commenta Michele Cometa, docente di Storia comparata delle culture e di Cultura visuale all’Università di Palermo. Germanista di formazione e molto attivo nell’analisi delle diverse forme di racconto, Cometa ha da poco pubblicato due saggi che, ancora una volta, dialogano fittamente l’uno con l’altro. Il primo, incentrato sull’idea di «letteratura necessaria», si intitola Perché le storie ci aiutano a vivere, è pubblicato da Cortina (pagine 432, euro 33,00) e giovedì riceverà a Pozzale, presso Empoli, il premio intitolato alla memoria del grande critico Luigi Russo, insieme con le altre due opere vincitrici, Addio alla provincia rossa di Mario Caciagli (Carocci) e Leggenda privata di Michele Mari (Einaudi). Da Quodlibet esce invece il libro di Cometa nel quale incontriamo il falconiere che guarda lontano, uno dei molti personaggi che animano Il “Trionfo della morte” di Palermo, l’opera che lo studioso siciliano invita a leggere come «un’allegoria della modernità» (pagine 170, euro 16,00). «L’affresco palermitano risale alla metà del Quattrocento – osserva il professore –, quando la grande stagione delle Danze della morte trecentesche è ormai tramontata. Ma è proprio questo ritardo a renderlo oggi tanto più interessante».
Perché?
«Perché il sistema di simboli e allegorie che fino a quel momento ha retto l’immaginazione medievale sta lasciando posto a una diversa tonalità dell’animo, percorsa da un’inquietudine e da un’incertezza che ci risultano oggi familiari. Che una figura guardi fuori dal quadro non è di per sé una novità, già in molta ritrattistica fiamminga lo sguardo del protagonista incontra quello dello spettatore. A Palermo, però, succede qualcosa di diverso. Il falconiere spezza l’equilibrio dell’hortus conclusus per scrutare un orizzonte che noi non vediamo. E come se avesse nostalgia di un futuro di là da venire».
E che coincide con il nostro tempo?
«Coincide senz’altro con il tempo dell’Infinito di Leopardi e, in ogni caso, si intona perfettamente con un altro degli elementi fondamentali dell’affresco, che è la dimensione della cura, del prendersi a cuore il destino dell’altro. Non dimentichiamo che il Trionfo della morte, oggi conservato a Palazzo Abatellis, proviene in realtà da Palazzo Sclafani, che nel XV secolo era sede del i più grande ospedale della città. Nessuno vuole morire da solo, questo ci ripete la filosofia fin dall’antichità. Ma nel dipinto palermitano il tema della consolazione è affrontato con una complessità nuova, che probabilmente deve molto all’ispiratore dell’opera, il cardinale Niccolò Tudeschi».
Anche le immagini raccontano, dunque?
«Ogni gesto dell’uomo sta nella dimensione del racconto. Questo, almeno, è quello che cerco di argomentare in Perché le storie ci aiutano a vivere, prendendo in considerazione i risultati delle più recenti ricerche nell’ambito delle scienze cognitive e delle neuroscienze. Il punto di partenza, troppo spesso trascurato, è che l’essere umano arriva nel mondo impreparato, in una posizione di sostanziale inettitudine rispetto agli altri animali. Di questa debolezza ciascuno di noi è profondamente consapevole e cerca di compensarla con tutti gli strumenti che di volta in volta gli si presentano. Parole o immagini, a seconda della necessità e dell’opportunità. Questo modo di procedere ottiene un duplice effetto: da un lato ci esonera dal peso della realtà, svolgendo una funzione consolatoria, e dall’altro ci permette di superare i nostri limiti, in una prospettiva abilitante. In entrambi i casi, per parafrasare san Paolo, diventiamo forti grazie a ciò in cui siamo deboli. Di questo ormai sono convinti perfino i darwinisti più intransigenti».
Sì, ma se uno non è artista o narratore?
«Lo ripeto: il racconto sta in ogni gesto, non solo nelle parole o nelle immagini. Prenda i cosiddetti bifacciali, ovvero i manufatti preistorici noti anche come amigdale. Si tratta di oggetti che l’umanità ha prodotto ininterrottamente per due milioni di anni, un periodo di fronte al quale la storia della cultura così come solitamente la intendiamo appare un episodio abbastanza breve. Bene, a quale procedimento corrisponde la fabbricazione di un bifacciale? Bisogna scegliere la pietra, poi imparare o insegnare a lavorarla, pensando a quale sarà l’aspetto finale. C’è un prima, un durante e un dopo, la stessa successione temporale che sta alla base di ogni racconto. Ma ancora non basta, perché i dati di laboratorio dimostrano come il gesto necessario a scheggiare una pietra contro l’altra interessi la medesima area del cervello deputata al linguaggio. Un buon motivo, se non altro, per non guardare con eccessivo sospetto la tecnica, che è non necessariamente una nemica della nostra umanità e delle emozioni che ci contraddistinguo no».
Ma la cultura umanistica non è sotto assedio?
«Su questo occorre essere molto chiari: le discipline artistiche e letterarie, se ancora vogliono significare qualcosa, non possono più fare a meno di riconnettersi alla dimensione corporea, direi quasi di incarnazione emotiva, che appartiene intimamente all’essere umano. Ne deriva la necessità del dialogo con le altre scienze, prima fra tutte la medicina, che a sua volta, negli ultimi tempi, sta riscoprendo in modo sempre più sistematico le potenzialità terapeutiche del racconto. Non mi riferisco soltanto alla psicoanalisi, ma a un’ampia serie di pratiche che vanno dall’assistenza ai malati terminali fino al trattamento dei disturbi post-traumatici da stress. In questi e in altri casi il racconto accompagna, consola, cura. Per troppo tempo ci siamo voluti convincere che la letteratura servisse tutt’al più a intrattenerci. Che fosse un’occupazione buona soltanto per la domenica della vita. Oggi invece siamo chiamati a comprendere che non è così, arte e letteratura sono il nostro lunedì, il nostro martedì, ogni giorno delle nostre esistenze. Ma questo lo spiega bene Walter Benjamin nel frammento autobiografico che ho voluto riprodurre e commentare nelle ultime pagine di Perché le storie ci aiutano a vivere. Una meditazione toccante e profonda, nella quale la voce della persona che racconta viene assimilata al tocco leggero di una carezza».