Recensioni / Il carteggio tra Kerényi e Jesi

Dialoghi tra un umanista borghese e un“cartaio poligrafico”della Cgil
“Esoterismo e linguaggio mitologico”, il saggio dello studioso italiano sulla pericolosità del mito

Il mito è un’arma da gioco. Pur sempre un’arma, pur sempre un gioco. Ci fu un tempo in cui Friederich Nietzsche spiegò che già l’atto del remare è “un gesto magico con cui si evoca un demone che spinge la barca”. Il mito cade come pioggia nella terrestrità dell’abisso. La critica ai concetti fondamentale della mitologia indaga le possibilità di unire ciò che è incautamente staccato, come i pezzi di un paio di forbici dove ci vorrebbe “una vite centrale che s’è perduta”. È il 1976, e della forbice (metafora tanto cara anche a Ernst Jünger), da Palermo, dove insegna, così scrive Furio Jesi: “Un pezzo è ad un’estremità cacciavite, all’altra scure, e per giocare può servire molto bene da pistola: la testa a scure fa da calcio, il corpo sottile a cacciavite fa da canna. L’altro pezzo può servire allo stesso scopo, ma meno bene: la testa a martello è un perfetto calcio di pistola, ma il corpo sottile è un po’ curvo e si biforca all’estremità per strappare i chiodi”. Il mito è il genuino istinto di sopravvivenza per l’uomo che non è più arbitro delle proprie azioni, non più destinatario di Verità, bensì “solo spoglia inerte”, preda del Demone. Questo è ciò che si legge in “Esoterismo e linguaggio mitologico”, la raccolta di studi di Jesi su Rainer Maria Rilke che la chicchissima editrice Quodlibet ha stampato recuperando anche i materiali di una remota pubblicazione D’Anna. C’è ovviamente un progetto intorno a queste pagine, tra le più vertiginose e più nascoste della saggistica in lingua italiana, e cioè di fabbricare un secondo volume col titolo “Traduzione e duplicità dei linguaggi”, ed è l’unico progetto possibile per assicurare agli inediti una ricostruzione organica, una più ordinata rielaborazione di una fatica scientifica affidata di volta in volta alla questione cruciale: l’asservimento del mito agli scopi politici. Spoglia inerte dunque, questo è l’uomo nell’epoca dell’umanesimo borghese. In agguato, c’è sempre una rinascenza della civiltà classica. C’è sempre un’ideologia come paradigma di valutazione morale nell’abisso “pieno del buio di Dio”. C’è da allestire un processo per magia contro Thomas Mann, per esempio, ispiratore del Nazionalsocialismo di cui fu tuttavia avversario. Questa è la convinzione di Furio Jesi, lavoratore “poligrafico e cartaio” militante della Cgil, studioso degli abissi anteriori, già all’età di quindici anni apparso come egittologo nella sua Torino e prematuramente scomparso nel 1980 (era nato nel 1941), non senza aver intrattenuto negli anni della sua fatica scientifica un formidabile colloquio intellettuale con Károly Kerényi e cioè il massimo riferimento tra gli esploratori della “fenomenologia dell’esperienza mitica”. Questo è uno spunto tra tanti, dell’orchestrazione polemica che Jesi istruì nel tentativo di spiegare la cultura di destra attraverso l’irruzione del demoniaco, un’interpretazione dunque della stagione nicciana secondo i parametri della “segretezza”, quella propria di Stefan George, oppure l’oracolare solennità di Martin Heidegger: “Nell’epoca della notte del mondo l’abisso dev’essere riconosciuto e subito fino in fondo”. Nella difficile felicità dell’umanesimo borghese “tutti gli uomini vengono chiamati in causa come partecipi di un segreto che è loro privilegio e loro limite”. I redattori di Quodlibet sono sempre efficaci nella selezione dei frammenti per le loro fascette editoriali e infatti non c’è migliore sintesi come in questo rigo – “un segreto che è loro privilegio e loro limite” – dove viene svelato il lavoro critico di Jesi, il suo laborioso esorcismo affinché non si inganni “consapevolmente” il mondo. Giusto per non giocare a carte troppo scoperte, ma a dispetto dalle facilonerie liberali sulla natura del pensiero tradizionale, è proprio Jesi quello che meglio di ogni altro, collezionando i materiali mitologici, ha sgamato “cio che non c’è” del mito. E’ lui che indica oltre le ultime parole di Amleto morente l’echeggiare di “rumore di tamburo e di passi di soldati”. Jesi si porta dove il ghiaccio “è più sdrucciolevole” (è, questa, un’immagine di Mann) e ben intende la sentenza di Heidegger, perché appunto va a leggersi anche il resto: “Occorre che vi siano coloro che arrivano all’abisso”. Che vi siano perciò, che vi sia dunque qualcuno in grado di riempire con la propria pienezza il vuoto del buio, qualcuno che infine goda della notte del mondo. Scriveva Jesi nel capitolo dedicato a “scienza del mito e critica letteraria”: “La scienza del mito acquista l’aura stessa del sacro: diviene un cavallo di Troia per introdurre nel recinto delle analisi del materiali culturali una sorta di ierologia”. Il mito è un’arma da gioco con cui si organizzano le corazzate e le divisioni militari, è la strada verso cui s’incamminano i ricordi extraumani. Il mito è l’arma nazi per eccellenza. Nella critica ai concetti fondamentale della mitologia Jesi che è un ebreo di antica famiglia, discendente di rabbini “di vecchissima stirpe”, ci mette di suo un più che dichiarato proposito antifascista, aggiungendovi un surplus di polemica contro la “mascheratura umanistica” della generazione dei Mann e dei Martin Buber, trascinando in ciò la rottura con il suo maestro, un attacco all’idea di Kerényi “della guarigione dell’uomo dai suoi demoni”. L’allievo di ventitré anni e il maestro famoso in tutto il mondo romperanno il sodalizio quando quest’ultimo, letto il saggio di Jesi “Cesare Pavese, il mito e la scienza del mito”, letto con un ritardo di quattro anni oltretutto, così gli scrive: “Trovo nel Suo saggio il concetto ‘mascheratura’ palesamente di fabbricazione italo-comunista. Cosa direbbe Lei, se guardassi alla Sua attitudine a scrivere ‘con coscienza morale’ come alla ‘mascheratura’ di una prevenuta presa di partito?” E’ il maggio del 1968 quando questa lettera mette fine a un’amicizia e, perfino, a una devozione. Nel finale, Kerényi, indugia sulla falsità dell’ideologia, con una chiara allusione alla Primavera di Praga, sempre a proposito dell’ideologia, aggiunge: “Dei cechi sinceri potrebbero dirle qualcosa”. Ma ciò che separa ormai il vecchio ungherese studioso di “antichità indoeuropee” e il giovane sindacalista della Cgil è la Guerra dei Sei Giorni e lo Stato d’Israele. Per quest’ultimo, secondo il canovaccio del tempo, il sionismo è solo “l’irreligioso orgoglio di popolo eletto: recitano preghiere lontane dal loro cuore”. Kerényi, sfidando l’accusa di mascheratura, risponde: “L’umanista non può essere un mistico-ortodosso straniero al mondo”.