Recensioni / Anton Cechov, inviato nelle galere zariste

Un racconto datato 1888

Di tutt’altro genere è il viaggio che sta al centro del lungo racconto La steppa, riproposto da Quodlibet nella bella traduzione di Paolo Nori (pp. 192, € 14,00). Pubblicato nel marzo del 1888, è uno dei testi che segnano una svolta nell’attività di Cechov, di certo il suo racconto più lirico: i tempi di stesura si allungano, lo stile si raffina. La steppa rievoca i dintorni della natia città di Taganrog, che l’autore bambino percorreva in calesse per recarsi dal nonno paterno, e conclude un nutrito ciclo di testi (da Griša a Voglia di dormire) dedicati all’infanzia e spesso alla speciale infelicità che le tocca in sorte.
Un bambino di nove anni, Egòruška, viene portato in città con un viaggio di quattro giorni perché venga iscritto al ginnasio. Gli otto capitoli scandiscono i movimenti di una partitura in cui non mancano brani virtuosistici: odori, suoni, luci, atmosfere della steppa filtrati dalla percezione del piccolo protagonista che, varcando i confini del proprio microcosmo, è investito dalla casualità senza lustro della vita con l’intensità che siamo propensi ad attribuire a un’esperienza miracolosa. Persone di ogni rango sociale, parole udite lungo la strada, paesaggi intravisti dal calesse lasciano impressioni indelebili, destinate a trasformarsi in quei «ricordi d’infanzia» che, come i sogni, non ammettono resoconti lineari, e riportati nella scrittura di Cechov hanno prodotto alcune tra le pagine migliori della narrativa di tutti i tempi.