Recensioni / Il filosofo francese alla ricerca del Bene

Balza alla mente, leggendo il riscoperto Deleuze; «Il futurismo realizzerà il suo progetto teatrale solo in maniera superficiale e casuaIe, novi solo per quanto riguarda la parte costruttiva ma anche quella distruttiva»
Sono parole del critico Oliviem G. Ponte di Pino, non del filosofo francese, ma conducono subito a un concetto deleuziano: «per veder distruggere sulla scena in maniera efficace "il Solenne, il Sacro, Il Serio, il Sublime dell'Arte" è necessario attendere gli Shakespeare "alla Carmelo Bene"». Ponte Di Pino Io scrive in Teatri del rifiuto – saggio accolto nel catalogo della mostra Trash. Quando i rifiuti diventano arte (svoltasi fra Trento e Rovereto nel 1997) e pubblicato da Electa –, aggiungendo: «Il percorso artistico di Bene è un lungo addio al teatro attraverso la messinscena di […] progressivi e radicali rifiuti, a partire da quelli […] della rappresentazione e dell'interpretazione, della storia e della catarsi tragica. Anche il testo – il resto del teatro del passato, quello che ci ha Iasciato la tradizione – viene tagliato, sminuzzato, ricomposto, raddoppiato nella ripetizione. In una prima fase, la distruzione della forma teatrale e della tradizione assume una tonalità parodistica e provocatoriamente grottesca, per rivelare via via la sua natura tragica e i suoi presupposti filosofici».
Fra gli «"scarti" teatrali» prodotti dal metodo di Bene vi è senz'altro il Riccardo III (1978), o della cancellazione del femminile, «con Il protagonista – sintetizza Ponte di Pino – circondato nel primo tempo da una corte di figure temminili seminude, tra letti, bare e specchi; e mentre nel secondo "queste donne, la storia femminile, abbandona Riccardo (e ne è sciaguratamente abban donata)", e lo lascia alla sua solitudine e al suo delirio feticistico e masturbatorio».
Carmelo Bene è stato un termine di paragone certo della "filosofia per concetti" di Gilles Deleuze. L'editore Quodlibet di Macerata– che della produzione deleuziana fa un punto d'onore – propone ora in un volume unico una parte di questo confronto a distanza, raccogliendo con il titolo Sovrapposizioni (pp. 128, Euro 5,00) appunto il Riccardo III, il saggio di Deleuze Un manifesto di meno (la lettura che il filosofo francese dà dell'attore italiano) e la riposta vergata dal guitto, Ebbene, sì, GiIles Deleuze!
Deleuze dice che Bene «detesta ogni principio di costanza o di eternità, di pennanenza nel testo: "Lo spettacolo comincia e finisce nel momento in cui lo si fa"». E cosi, le opere dell'attore «fini­scono con la costituzione del personaggio, non hanno altro oggetto che il processo di tale costituzione, e non vanno oltre. Finiscono con la nascita mentre in genere si finisce con la morte». lì filosofo concettualizza in questo modo l'artista, il quale a sua volta chiosa:
«Grande attore è quel niente che sa esprimere, Eliogabalo ingenuo e pervertito che sommerge di fiori dalle sue finestre imperiali un polo affamato, per decencettualizzare la fame».
Ma se per Deleuze la storia della filosofia deve solo dire il non detto che pure è presente in ciò che il filosofo dice (così in uno dei testi raccolti in Pourparler, edito nel 2000 sempre da Quodlibet), non rischia Cannelo Bene di essere solo un concetto deleuziano?
Magari quello che del pensatore francese sancisce la chiusa suprema: «Che le parole cessino di far testo»?