Recensioni / L’orario dei pasti? Uno status-symbol

Alessandro Barbero racconta l’evoluzione del “mettere in tavola” dal ’700 ad oggi. In Francia la buona società ritardava il momento del pranzo, fino a saltare quasi la cena

A che ora pranza il sangue blu? Tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, l’aristocrazia a Londra e Parigi modificò gli orari dei pasti quotidiani. Il pranzo, considerato all’epoca il pasto principale del giorno, venne consumato sempre più tardi, fino alle cinque, alle sei o alle sette del pomeriggio, mentre veniva introdotta una robusta colazione, il “déjeuner à la fourchette”, a metà mattinata, e scompariva la cena serale. Questa trasformazione scavò una nuova differenza fra le classi sociali, attribuendo al pranzar tardi la valenza di uno status-symbol, facendo sì che gli orari dei pasti diventassero, per oltre un secolo, un indicatore sociale scrutato con attenzione. Il fenomeno è interessante anche perché provocò mutamenti nella designazione dei pasti, ancora oggi oggetto di discussione fra i parlanti.
Sfogliando le dotte pagine di Alessandro Barbero, A che ora si mangia? Approssimazioni storico-linguistiche all’orario dei pasti (secoli XVIII-XXI), edito da Quodlibet (pp. 90, euro 10) si scopre che Goldoni, a Pisa, nel 1747, se era costretto a ritardare il pranzo fino alle due, trovava che era “troppo tardi per mangiare da qualcuno dei miei amici”, e mandava a ordinare il pranzo in albergo. Nel 1762, trasferitosi a Parigi, scoprì che le consuetudini non erano invece così rigide e che la buona società si attovagliava alle due, con tanto di porcellana curata. Lontano dalla capitale francese, la “bonne compagnie” pranzava intorno all’una.
L’idea che ci fosse un pasto più importante degli altri spiega come mai molti avessero l’abitudine di non mettere tavola al tramonto: Federico il Grande, che pranzava “alle dodici precise”, in tarda età aveva smesso di cenare, anche se invitava amici a mangiare. Quando gli ospiti, alle dieci, si mettevano a tavola, lui si ritirava e andava a letto. Immanuel Kant si alzava al mattino presto, prendeva diverse tazze di té e lavorava senza mangiare nulla fino al pranzo, che cominciava all’una, e quando c’erano ospiti poteva durare anche fino alle quattro o alle cinque. Il filosofo della Ragion pura poi andava sotto le coperte presto, e non toccava più cibo.
Rispetto alla lettura satirica che si nota del fenomeno in Gran Bretagna – in pratica una conseguenza della “débauche” aristocratica: si pranza tardi perché ci si alza tardi – in Francia prevale un’interpretazione razionale al trionfo del capitalismo: il ritardo nell’approssimarsi al desco è dovuto a un’esigenza di produttività, essendo ovvio che dopo pranzo non si lavora più di tanto. Questo vale per la borghesia come per i guerrieri. Non a caso i “diners” di Napoleone a St. Cloud si tenevano alle sei, e d’estate anche più tardi.

LA CENA ELEGANTE
E mentre i tedeschi in questa moda non accennano a spostare in avanti le lancette dell’orologio di cucina, in Italia la cena elegante è più pronta a far propri i nuovi orari. A Milano, nel 1801, Stendhal conserva senza difficoltà le abitudini parigine, compresa l’abolizione della cena, ma il pranzo non è spinto così avanti come a Londra e Parigi. “Io pranzo alle quattro”, annuncia l’arrogante e ricchissimo conte protagonista della commedia Un matrimonio alla moda, rappresentata a Napoli ne1l 1823. Ma nel 1826 Alessandro Manzoni scrive che “la nostra ora solita è le cinque”, dando così a intendere che non tutti condividono questi orari. A Roma, nel 1832, il Belli nota che l’abitudine di chiamare “dopopranzo” le ore da mezzogiorno a sera non ha più alcun rapporto con l’ora in cui si pranza effettivamente, e così può scrivere in un sonetto, il 341, “Dopo-pranzo dà un pranzo er zor Micchele”.