Recensioni / Kagel, compositore filosofo

Mauricio Raul Kagel, nato a Buenos Aires il 24 dicembre 1931, appartiene alla generazione che ha dato, in Italia, compositori come Niccolò Castiglioni o Giacomo Manzoni e direttori d'orchestra come Claudio Abbado, e, fuori d'Italia, musicisti di poco più giovani come Alfred Schnittke, Arvo Pärt, o l'argentino Gerardo Gandini. È la generazione dalla quale alcuni sono troppo presto, scomparsi, ma che nell'insieme è costituita da musicisti più che maturi, al colmo dell'esperienza creativa o interpretativa, dai quali ci aspettiamo ancora molto e probabilmente il meglio. Di Kagel è sufficiente qui segnalare una formazione tutta argentina fino ai venticinque anni d'età, il trasferimento in Germania nel 1956, il lavoro da allora in prevalenza a Colonia, la partecipazione ai corsi di Darmstadt in collocazione strategica. Ricorriamo al ritratto che di lui dà Enzo Restagno: la musica di Kagel è soprattutto linguaggio contemporaneo a noi e sensibile alle avanguardie, ma non esclusivamente. Musica per il cinema e per la scena, tecniche di riproduzione del suono, nuova forma mentis del compositore dinanzi alle tecniche, tutto questo è stato premessa di un'originalissima carriera e di sovrabbondante operosità. I favori di Kagel sono un continuum che si costruisce pietra su pietra. Non si può parlare di "opere principali" ma di stazioni di confine e di segnali stradali: fra essi, Palimsestos per coro (1950), opera d'esordio; Sexteto de cuerdas (1953); Anagram~ (1958); Heterophonie (1961); Phonophonie (1964); Hallelujah (1967-68); Ludwig van (1969); Aus Deutschland (1981); Sankt-Bach-Passion (1985); Die Stücke der Windrose (1994).
Studi universitari e familiarità con discipline letterarie e filosofiche fanno di Kagel uno dei compositori più colti fra i viventi, ed è la sua una cultura d'alta classe, europea in senso nobilmente tradizionale come forse soltanto in certi luoghi delle due Americhe è possibile acquisire. Si rammenti che Kagel è connazionale dr Borges. Dissentendo dall'ascetico aforisma caro a Grillparzer, «Bilde, Kilnstler. rede night!», egli ama scrivere di musica, e la filosofia della musica, terreno precluso a quasi tutti i compositori italiani di ieri e di oggi (fra i non più viventi, l’unica eccezione è Busoni), gli è familiare. In questo libro composito, "lanx satur" e piatto a sorpresa, edito a Monaco da Piper nel 1991, Kagel ritorna ciclicamente su una necessità: «La musica e 1'arte non bastano a se stesse se arrivano a scardinare il sistema di coordinate fondato sulla conoscenza e sull'esperienza del ricevente. [...] In questo caso sorge la necessità di avvalersi anche di parole. L'errore del passato fu credere che la musica non avesse, in quanto arte autonomia, bisogno di un commento esemplificativo; un'illusione che non corrispondeva ai fans».
Nel libro, Kagel ha raccolto conversazioni, testi di conferenze, saggi, e infine due radiodrammi di umor bizzarro, Rrrrrrr... e Cecilia: depredata, preceduti da un elaboratissimo e intellettualistico saggio nato da una conferenza con discussione, Dettagli tecnici sulla mia produzione radiodrammatica, scandito in catene di formule logiche. Nell'insieme, è un libro molto divertente fabbricato con argomenti molto serii, e alterna pagine di vernacolo filosofico adorniano, le meno attraenti, con gustosissime scorribande tra paradossi, provocazioni e ossimori, come nel saggio dedicato al suo lavoro Aus Deutschland, lunga contaminazione liederistica, dove le Schubertiaden viennesi vengono definite le precorritrici dirette del voyeurismo musicale hollywoodiano fondato sul carisma erotico di un pianista alla Liberace. O come nell'altro, Dubitare di Dio - credere in Bach, dove "empiamente" è capovolta la relazione tra Dio venerato e il credente che venera (un poco musicale Jahweh). Capaneo e Vanni Fucci? Dilettanti, al confronto! (Ah, dimenticavamo: c'è anche una ricchissima discografia).

Mauricio Kagel, «Parole sulla musica», traduzione italiana di Krishna Petra, Quodlibet, Macerata 2000.