Recensioni / Mettersi a tavola

Spie sociolinguistiche nel lessico che definisce e denomina i pasti in uno studio breve ma documentatissimo dello storico Alessandro Barbero

«Se il souper non esiste più è perché a Parigi si serve il dîner ormai nel tardo pomeriggio, e quindi non si cena più. Farlo, a meno che non si tratti di un souper in piena notte dopo il ballo, sarebbe un’improprietà, una cosa plebea: “Quant a ce dernier repas, il paraît proscrit par la bonne société” osserva un dizionario del 1827».
Nelle città meta di turismo massiccio, quelle grandi e quelle piccole, capita in questa stagione di sedere vicino a famigliole variamente combinate che agli orari meno ortodossi tagliano spicchi di pizza, accolgono festanti cotolette impanate alla milanese o intingono patatine in laghetti di ketchup, spesso con evidente quanto per noi inspiegabile voracità. Tutto ciò può disorientarci, durante quella scarsa decina di secondi, perché al disordine della pratica tentiamo di rispondere ricollocandone i tempi: sarà un pranzo tardivo o una cena precoce? Come chiameremo quel pasto? Pranzo? Cena? Merenda?
Del nome dato ai vari pasti nella storia degli ultimi due secoli e mezzo circa si occupa un appetitoso libretto dello storico medievale Alessandro Barbero dal titolo A che ora si mangia?, appena pubblicato in una collana di saggi brevi ma intensi dell’editore marchigiano Quodlibet. Si sa che le lingue portano spesso i fossili lessicali di fenomeni storici e culturali in movimento, e che anche quando questi ultimi siano in un qualche modo riassorbiti le parole resistono con ostinazione tra i parlanti; i quali, a dire il vero, nemmeno troppo si preoccupano di talune incongruenze. Come in italiano: c’è chi senza eccessivo danno chiama pranzo quello che altri chiamano cena o invita a colazione intendendo l’invito a pranzo; pensandoci un po’ non sarà peraltro difficile attribuire questa o quella denominazione a questa o quella abitudine, a questo o quel milieu sociale.
Racconta bene e con molti esempi Barbero che il bel mondo dell’Europa che contava fu motore, tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, di uno spostamento in avanti degli orari dei pasti (soprattutto il pasto di mezzogiorno), il quale a livello pratico finì insomma per far coincidere il pranzo originario con la cena ma lasciò però sul campo tutta la terminologia relativa, mutandone drasticamente il sistema. A Londra, i notabili della fine del Settecento erano invitati a pranzo per le cinque del pomeriggio; già «nel 1815 John Quincy Adams, ambasciatore presso la corte di Londra, è convocato per le sei e trenta o le sette meno un quarto, ma nessuno arriva prima delle sette». Il «movimento», piuttosto repentino, è un fenomeno di moda e di tendenza e all’inizio tutto concentrato a distinguere le classi privilegiate, tanto da essere notato e chiacchierato in molta letteratura o addirittura oggetto di satira e scherno; finirà (ma la cosa non sorprende) per essere imitato dal resto della comunità, forse invidiosa di quel costume. O sarebbe meglio dire «delle comunità»: perché dall’Inghilterra e dalla Francia l’abitudine tenderà a migrare anche in Germania, in Italia, in Russia e negli Stati Uniti.
Ne risente il sistema linguistico e lessicale, che è notoriamente conservativo; le parole per definire il pasto serale restano come schiacciate dall`avanzare temporale del pranzo; nella campagna di Russia, ma anche a Sant’Elena, Napoleone prendeva il pranzo (il dîner) alle sette e si dette la necessità di introdurre un déjeuner, «innovazione resa indispensabile dal ritardo del pranzo». Anche questo però si sposterà verso la metà del giorno, tanto da richiedere un’alimentazione precoce, appena alzati, poi chiamata petit déjeuner. Nel concreto, alla fine, tutto riprende più o meno l’ordine precedente: un pasto appena alzati, uno a mezzogiorno, uno a sera. Resta la consuetudine di usare quegli antichi nomi, oggi più che altro per marcare le differenze sociali: distingue e fa chic invitare qualcuno a colazione quando quello sa che verrà con voi a consumare un pasto che i più chiamano inevitabilmente pranzo. I più, appunto.