Recensioni / Territori della conoscenza. Un progetto per Cagliari e la sua università

Il pretesto alla base della pubblicazione di questo volume, scritto da Sabrina Puddu, Martino Tattara e Francesco Zuddas, va individuato nel Processo di Bologna del 1999, attraverso il quale venne riformato il sistema europeo di istruzione universitaria. Tra vari cambiamenti apportati dalla riforma il più importante fu quello che trasformò la maggioranza dei corsi universitari da ciclo unico a due cicli, uno triennale e uno magistrale. I cambiamenti, però, non avvennero solamente a livello organizzativo. Il Processo di Bologna rese possibile l’accesso all’istruzione universitaria ad una fascia sempre maggiore di popolazione, tuttavia si innescarono anche una serie di processi che contribuirono a una precarizzazione dell’esperienza universitaria. Infatti, si verificò un aumento generale delle rette annuali, una diminuzione delle borse di studio a disposizione degli studenti e un taglio ai finanziamenti destinati alla ricerca. Oltre a ciò, cambiò radicalmente il ruolo dello studente universitario, il quale assunse sempre più il ruolo di cliente, snaturando l’intento originale alla base dell’istruzione universitaria.
Degli effetti scaturiti dal Processo ne venne discusso approfonditamente in molte discipline, affrontando la questione sia da un punto di vista economico che sociale. Tuttavia, in ambito architettonico-urbanistico, tale dibattito non entrò mai nel vivo, evidenziando un generale disinteressamento da parte degli architetti nei confronti delle tematiche riguardanti il ruolo che l’università gioca nella società contemporanea.
“Territori della conoscenza” mira quindi a riportare il ruolo dell’università al centro del dibattito architettonico-urbanistico nazionale, ricucendo lo strappo con il passato, quando l’architettura era uno dei temi centrali per la riforma del sistema d’istruzione e di ricerca universitaria. Per raggiungere lo scopo, gli autori hanno scelto come caso di studio l’Università di Cagliari, affrontando le varie questioni sia attraverso un approccio saggistico che laboratoriale.
Il volume si apre con un’accurata descrizione, ad opera di Francesco Zuddas, riguardante la ridefinizione del concetto di università avvenuta a cavallo tra gli anni sessanta e settanta al fine di adeguarla alle necessità di una società soggetta a rapidi cambiamenti. In quegli anni, lo spazio universitario, luogo del progresso e del fermento politico, veniva letto dagli architetti come un’opportunità per avviare un processo di riorganizzazione territoriale e urbanistica. Il processo di espansione dell’istruzione universitaria avvenne seguendo approcci comuni a vari paesi europei, dove si prestò molta attenzione sia alla sfera urbanistica che a quella architettonica. Tuttavia, in Italia, i primi progetti di poli universitari si videro solamente a partire dai primi anni settanta, con un ritardo di quasi un decennio rispetto agli atri paesi europei. I concorsi per il rinnovo di università come quella della Calabria, di Salerno, Firenze e Cagliari, ebbero come protagonisti importanti nomi dell’architettura italiana, come Carlo Aymonino, Vittorio Gregotti, Ludovico Quaroni, Guido Canella, Piero Sartogo, Riccardo Dalisi e Gianugo Polesello.
Gli autori spostano poi l’attenzione su quello che, come già anticipato, sarà il caso di studio principale di questa pubblicazione: la città di Cagliari con il suo polo universitario. Le fotografie di Stefano Graziani introducono il lettore all’interno delle aule, dei corridoi, dei laboratori, e delle biblioteche dell’Università, offrendo una testimonianza di come questi spazi vengono vissuti quotidianamente da studenti e docenti.
Il capitolo successivo costituisce la parte più corposa del volume, che, in questa sezione, assume una forma più laboratoriale, presentando le analisi e i progetti per l’Università di Cagliari sviluppati dagli studenti durante un Laboratorio di laurea magistrale della facoltà di Architettura. Gli studenti, in questi progetti, non si sono limitati al solo ripensamento architettonico delle strutture legate al polo universitario, ma hanno avanzato delle proposte finalizzate alla rigenerazione dei grandi vuoti urbani del capoluogo sardo, il parco ferroviario e l’area dove sorge l’ex carcere Buoncammino. Lo scopo di questi lavori è quello di ridefinire il rapporto tra la città e l’Università in qualità di una delle istituzioni più importanti, dimostrando come il suo sviluppo possa fungere da volano per il rilancio e per il rinnovo dell’idea di città.
Gli ultimi tre capitoli del volume sono caratterizzati da un’impronta più saggistica. Sabrina Puddu offre una riflessione incentrata sul confronto tra il concetto di campus e quello di cittadella universitaria, utilizzando come base di partenza l’analisi delle proposte progettuali avanzate dai grandi architetti italiani negli anni settanta, i quali, nella maggioranza dei casi, in fase di realizzazione videro le loro opere snaturate rispetto all’idea iniziale.
Martino Tattara, invece, descrive accuratamente l’evoluzione dell’istituzione universitaria a seguito del Processo di Bologna 1999, riflettendo sui motivi della perdita di interesse da parte di architetti e urbanisti nei confronti di questi temi. L’autore cerca inoltre di definire quale possa essere la tipologia architettonica maggiormente rappresentativa della nuova identità che ha assunto l’università. Il libro si conclude con una postfazione nella quale viene riportata la versione italiana del saggio ‘Life Conditioning’ di Cedric Price, scritto nel 1966, e nel quale l’autore sviluppa una critica incentrata sul rapporto tra l’architettura e lo sviluppo della società.