Recensioni / Un io privo di tutto, ma con vocazione, nella Roma anni ’50

«Guardo giù non vedo nessuno. Nessuno lavora nel cantiere». L’incipit del Cortile del Tasso (Quodlibet, pp. 128, € 14,00) spinge a inabissarsi nella lettura, e a chiedersi chi sia l’uomo che ci parla da dietro gli scuri della sua casa romana, osservando perplesso la costruzione di una sede dei servizi segreti in un ex Palazzo delle Poste (collocato, ironia della toponomastica, all’intersezione tra Via Ariosto e Via Tasso). Non dice molto di sé. Questo pittore «solitario e abbandonato» dà anzi a intendere di avere poco o nulla da riservare a occhi estranei: «Io, privo di tutto. In che cosa potrei interessare l’apparato spionistico che ci avviluppa, e che, adesso, sta prendendo dimora proprio sotto casa nostra?». Ruggero Savinio ha invece molto da raccontare. Sarà la commissione di un bozzetto ispirato al settimo canto della Gerusalemme Liberata a spingerlo a render conto di una vita densa di incontri, declinata seguendo il fil rouge dell’identificazione con lo spirito solitario e selvatico del Tasso, da cui tra l’altro prende il nome il noto liceo da lui frequentato nei primi anni cinquanta. Naturale quindi che Il Cortile del Tasso sia il risultato dell’intrecciarsi di diversi motivi, che riemergono carsicamente come in uno spartito musicale: è la storia di una giovinezza vissuta in una Roma «triste e noiosa, da cui volevo fuggire»; è il racconto della vocazione a esser pittore, cui l’autore non può far altro che consegnarsi con umiltà; è una lucida riflessione sull’oggi; è la traduzione di un sentimento che il pittore-scrittore ritrova nell’episodio di Erminia tra i pastori, «la nostalgia d’una felicità possibile in un tempo fuori dal tempo e in uno spazio verde e acquatico».
In un paesaggio urbano inedito (viene in mente il Volponi di La strada per Roma: ma gli scorci di Savinio ricordano dello scrittore, più che la capitale, la sua Urbino di querce e colline) emerge in primo piano la figura di un ragazzo timido, con un’insicurezza in parte derivante dal peso dell’eccezionalità del destino familiare. Come Tasso, anche Ruggero Savinio è figlio d’arte: «Savimotto!», così nel memoir lo apostrofa Soffici per distinguerlo dal padre Alberto e dallo zio Giorgio De Chirico.
Dai Dioscuri della nostra arte Ruggero erediterà la doppia vocazione alla parola e alla figura, e sarà in grado di costruirsi un destino artistico autonomo; ma questo il malinconico ragazzo degli anni cinquanta non lo sa ancora. Accanto a lui vediamo apparire volti dai tratti delicati, segreti e palpitanti come le pennellate dei suoi dipinti: sono gli amici del liceo, e la memoria è equanime nel ricordare i noti e gli ignoti. Fanno capolino l’antropologo Romano Mastromattei e l’amico di famiglia Sandrino Contini Bonacossi, che sa a memoria la Gerusalemme e gli farà conoscere le «coppie amorose, allacciate negli abbracci» del Piccio; ma figurano pure l’amico perso di vista per sempre e la ragazzina di cui non saprà mai il nome («la mia Clorinda»), guardata di sottecchi nel cortile.
Ma a fare da protagonista nel Cortile del Tasso, silenziosa eppure sempre presente, è la Pittura – l’unica arte che Savinio sente congeniale, perché nata dalla pratica quotidiana iniziata quando, appena dodicenne, il padre Alberto lo spedì dal fratello per imparare i segreti del mestiere. Dipingere per Savinio è, parafrasando l’aforisma di una grande scrittrice, «niente meno che una questione di vita o di morte». Senza questa vocazione gran parte del suo mondo non esisterebbe: lo spazio della tela è l’unico in cui poter far rivivere la galleria interiore di amici artisti oggi scomparsi e dialogare a distanza con le «care ombre» familiari e la loro difficile eredità. Savinio dipinge dividendosi tra lo studio di Cetona e quello di Roma, dove si serve del cavalletto e del tavolo su cui Alberto batteva a macchina osservando la strada, compiaciuto al sentire le esclamazioni delle passanti: «Guarda, lo scrittore nel suo studio!». È un dialogo – lo dimostravano le mirabili tele esposte in Fabula picta, la sua mostra più recente – che nasce dal silenzio e dall’attesa: «L’immagine cresce su se stessa, lenta come è lento il tempo che vi s’incorpora, e che, solo, dà all’immagine pittorica una sua verità».
Ascoltando questa voce misurata e vibrante, viene in mente la creatura più enigmatica uscita dalla penna di Melville, Bartleby: lo scrivano che non si sforza di essere, ma semplicemente è. Savinio è ostinato, dice di no al clamore, alle «immagini veloci, vaghe e centrifughe» della contemporaneità, persino alla modernità («Mi sento giustificato a collocarmi in un luogo temporale a parte, fuori dello sviluppo storico, ma, anzi, che contiene in sé tutti i momenti della storia dell’arte»); eppure non esita ad aprirsi agli amici, all’amata moglie Annelisa, e a dedicare note commoventi al rapporto con la figlia Gemma. Quest’apertura al mondo da parte di colui che si definisce un «vivente provvisorio» dice già molto della sua grandezza, e riporta alla luce una verità che, in tempi dominati dall’autofiction, molti scrittori italiani sembrano aver dimenticato. Quella per cui, citando una frase di Giacometti che ricorre nel libro, «nella casa che brucia, tra un Rembrandt e un gattino, io salverei il gattino»; l’arte non dovrebbe cedere all’egoismo negando la vita, ed entrambe – suggerisce Savinio – andrebbero affrontate nel segno d’una stessa attitudine: la naturalezza.