Recensioni / La logica della filosofia e la dottrina delle categorie

Emil Lask pubblicava Die Logik der Philosophic nel 1911, dopo un intenso periodo di gestazione nel quale aveva elaborato il suo complesso riposizionamento nell'ambito della scuola neokantiana del Baden. Si era formato a Freiburg sotto la guida di Rickert e Windelband. Dopo un periodo di studi a Berlino, Lask seguì Windelband ad Heidelberg, dove conseguì la libera docenza nel 1905 e, di lì a poco dopo, nel 1910, fu nominato professore straordinario, succedendo così sulla cattedra di Kuno Fischer. Già ben prima della pubblicazione della Logik, Lask aveva assunto una posizione sempre più autonoma e profilata nell'ambito della scuola neokantiana del Baden. La sua tesi dottorale sull'idealismo fichteano e la storia (E. Lask, Fichtes Idealisnms und die Geschichte, Tubingen und Leipzig, 1902), pur partendo da un quadro categoriale sostanzialmente rickertiano, ne forzava alcuni decisivi assunti gnoseologici in una direzione decisamente eccedente rispetto al concetto neokantiano di metodo. Analogamente, nella Rechtsphilosophie del 1905 (E. Lask, Rechtsphilosophie, in Die Philosophic im Beginn des zwanzigsten Jahrìmnderts. Festschrift fur Kuno Fischer, hrsg. Von W. Windelband, Heidelberg, 1905, Bd. 2, pp. 1-50; 2. verb. u. erw. Aufl., Heidelberg, 1907, 269-320; tr. it. Filosofia giuridica, a cura di A. Carrino, Napoli, 1984), la rivendicazione della “bidimensionalità” del diritto muoveva dal riconoscimento dell'incapacità dell’antitesi metodologica nomo-tetico-idiografica a rendere conto delle specificità della scienza giuridica. L’intervento laskiano al Congresso internazionale di filosofia tenutosi ad Heidelberg nel 1908 aggrediva invece uno dei cardini della filosofia del valori windelbandiano-rickertiana, quello del primato della ragione pratica nella logica, e ribadiva l’insufficienza di una considerazione meramente normativa del valore (E. Lask, Gibt es einen Primat der praktischen Vernunft in der Logik?, in Th. Elsenhans, Hrsg., Bericht liber den III. internationalen Kongrefifiir Philosophic zu Heidelberg, Heidelberg, 1909, 671-679).
Nella Logik di Lask confluiscono le molteplici istanze filosofiche emerse nelle prime ricerche e trova una provvisoria formulazione il suo irrequieto kantismo. Un kantismo che si ridefinisce solo forzando l’orizzonte copernicano e rivendicando la possibilità dell’uso sovrasensibile delle categorie. Ciò significa far valere l’esigenza di una dottrina delle categorie da porre a fondamento della filosofìa della validità (cfr. 25): «Chiediamo che, essendo il non-essente un qualcosa come l’essere, si aggiunga alla conoscenza logica circa la conoscenza dell’essere [...] la corrispondente “teoria della conoscenza” della conoscenza filosofica; chiediamo – in una parola – la logica della filosofia» (26).
Per realizzare questo programma bisogna superare una volta per tutte la teoria dei due mondi (Zweiweltentheorie), ovvero quella direzione di pensiero inaugurata da Platone e volta a pensare come due sfere separate quegli elementi ultimi che nella effettualità della vita si danno solo come miktovu (12). Da questa tendenza muove il dualismo fra sensibile e sovrasensibile, apparenza e realtà vera, materia e forma, finito e infinito ecc. che percorre l'intera tradizione metafisica occidentale, e che trova nel tentativo ispirato da Lotze di riportare la «totalità del pensabile in generale a un’ultima duplicità, alla frattura fra ciò che è e ciò che vale» la sua più netta e trasparente declinazione (cfr. 12). La chiarificazione lotzeana della teoria dei due mondi va riconosciuta, secondo Lask, proprio nel rifiuto dell’ipostatizzazione metafisica del regno della validità e dunque nel riconoscimento della sua autonomia.
Lask mette a nudo rinsostenibilità della tendenza volta ad identificare l’ambito dell’essere con quello del mondo sensibile spazio-temporale da un lato, e l'ambito del valente con la sfera del non essente/sovra-sensibile dall’altro. Egli è convinto che «non si può respingere la possibilità che oltre la sfera dell’essente sensibile ci sia qualcosa, un non sensibile e senza tempo di cui tuttavia non si può dire che “vale” [...]; un non-sensibile che cioè si troverebbe oltre la sfera del valere, come oltre quella dell’essere» (14). L'equivoco in cui la tradizione metafisica occidentale è caduta è stato quello di confondere il valente con il sovrasensibile, anzi quello di ipostatizzare il primo nel secondo. Ma Lask è altrettanto netto nell’individuare l'erronea pretesa della filosofia della validità di includere e dissolvere completamente il sovrasensibile nel regno della Geltung. «Seppure il sovrasensibile si dissolvesse in nulla, in nessun caso però potrebbe dissolversi in ciò che vale» (14). «In nessun modo la teoria filosofica della validità potrà cancellare l’intero patrimonio di problemi metafisici che si è andato depositando nella storia» (15).
L’argomentazione laskiana muove da un'originale interpretazione della filosofia kantiana. Lask attribuisce alla kopernikanische Tat un significato che costringe a rivederne completamente l’inquadramento nell’ambito della storia della metafisica occidentale. «Il vero superamento – egli scrive – che Kant compie di ogni “dogmatismo” [...] consiste nella rimozione» della «metalogicità», della «“trascendenza” rispetto al logico, nel superamento» della «indipendenza dell’essere dalla sfera teoretica, nella distruzione dell’antichissima scissione fra oggetto e contenuto di verità, nel riconoscimento della logicità trascendentale o della forma “intellettuale” che ha l’essere» (33).
Siffatta «logicizzazione della oggettualità» (35) promossa da Kant non è evidentemente da intendere come panlogismo includente il reale nel logico. Essa si configura piuttosto come inclusione del mero «carattere di oggettualità degli oggetti», non del loro contenuto. Da un lato il logico estende all’oggettualità, all’essere stesso il proprio dominio, dall’altro si trova sempre a sbattere contro i limiti insuperabili del contenuto, dell’essente, di ciò che esso stesso domina senza tuttavia poter penetrare. Il logico, scrive Lask, «si trova sempre come semplice momento in una massa alogica» (35). Lask giunge in tal modo a mettere a fuoco il peculiare stato di indigenza a cui la forma logica è consegnata; essa, infatti, «non forma di per sé un “mondo”, ma indica oltre di sé a un estraneo fuori di sé, come un qualcosa che ha bisogno di aderire ad altro, come un qualcosa che reclama di essere completato. Non c’è valere che non sia un valere riguardo a, che non sia un valere riferito a, che non sia un valere per» (36). L’indigenza e la nostalgia di riempimento della forma logica da un lato; la massa alogica in attesa di ricevere il sigillo del logico e di essere investita dallo «splendore della forma che avvolge qualcosa per cui essa vale» (39) dall’altro: in tale compagine Lask riconosce la struttura del senso, il quale «si distingue dalla mera forma, perché comprende il riempimento contenutistico che è già implicitamente preteso nella forma» (38). L’oggetto si rivela come nient’altro che senso (cfr. 45); la sfera degli oggetti confluisce copemicanamente con quella della verità (cfr. 42-43).
Il logico è costantemente affetto dall’alogico, che avvolge senza tuttavia riuscire a penetrare: «Non si deve concepire – scrive Lask – la molteplicità delle forme logiche in modo puramente logico, giacché esse recano con sé un momento di non trasparenza che ci rimanda alla forza con cui il materiale alogico è capace di determinare il significato» (59). Il materiale è investito dal logico, riceve da questi il «sigillo della forma», è avvolto nella «chiarezza»; resta tuttavia qualcosa di impenetrabile e inconcepibile. Ma a fronte di questo intorbidimento nel mondo della verità che Lask è pronto a riconoscere («non si può pensare alla verità come se fosse annegata in una pura massa di chiarezza»: 72), e della reciprocità fra forma e contenuto che egli si sforza di pensare in maniera sempre più determinata, egli chiarisce che lo studioso di logica «isola l’insieme delle forma logiche, il logico, il logos dal suo intreccio con l’alogico, separandolo da questo: realizza, cioè, una critica del puro logos» (41). Egli mette a fuoco lucidamente la struttura difettiva della forma ma, d'altra parte, continua a rivendicare la possibilità di distillare i torbidi costrutti del senso nella direzione della purezza del logos. Ma proprio il suo scavo ci fa sorgere il dubbio che questa purezza semplicemente non sia.
Lask è convinto che, se correttamente inteso, il gesto copernicano ribalta la teoria dei due mondi: «i due ambiti degli oggetti e delle verità», da essa distinti, «vanno ricompresi in un unico “regno” (46)». L’unica dualità che ancora può essere ammessa è quella fra «due sfere degli elementi o due fattori che compongono un unico ambito, quello oggettuale, coincidente con il regno del senso teoretico. Così l’ambito dell’essere e dunque il regno del senso, ad esso identico, sono composti dalla “sfera di ciò che vale teoreticamente, la forma, e dalla sfera del sensibile non valente, il materiale. [...] La teoria dei due mondi dev’essere trasformata in una teoria dei due elementi» (46).
Lask intende superato l’abisso al quale è rimasta incagliata ogni formulazione della teoria dei due mondi, compresa la filosofia della validità lotzeano-windelbandiana. Egli è pronto a riconoscere che «nel mezzo dell’ambito dell'essere si erge ciò che vale», e che pertanto l’essere, in quanto «reca in sé il contenuto teoretico della validità», non può venir semplicemente a questa giustapposto (47). E tuttavia l’abisso non è cancellato, ma semplicemente dislocato in seno alla stessa oggettualità, nella quale la forma illumina senza tuttavia riuscire a penetrare il materiale su cui si proietta.
La dottrina delle categorie che Lask propone nella Logik passa per un profondo ripensamento del dualismo categoriale costitutivo-riflessivo lotzeano e windelbandiano. Egli elabora una radicale riconfigurazione del significato della riflessività sul quale ben insiste Masi nel saggio introduttivo. Il volume si chiude con un breve profilo storico sul problema delle categorie, in cui Lask si confronta fra gli altri, con Platone, Plotino e Kant.
La pregevole edizione italiana della Logik di Lask curata da Felice Masi mette a disposizione degli studiosi italiani un utilissimo strumento per comprendere il complesso testo laskiano. E lo fa in un momento in cui l’opera laskiana è oggetto di un crescente interesse. La preoccupazione ermeneutica di Masi, così come emerge nel saggio introduttivo, è quella di rimettere la Logica della filosofia laskiana «sulle sue gambe», riconducendola cioè al «“singolo problema” che sostiene di limitarsi ad affrontare», e ai «tre principali argomenti in cui può essere suddiviso: ovvero il problema delle categorie e gli argomenti del contenuto logico, del principio di differenziazione materiale della forma logica e della definizione logico-filosofica di riflessività» (F. Masi, Una critica del puro logos, in E. Lask, La logica della filosofia, cit., XVI). Si tratta, più in generale, di far valere un'esigenza che Masi rivendicava già nella monografia del 2010 (F. Masi, Emil Lask. Il pathos della forma, Quodlibert, Macerata, 2010), quella di restituire la complessità della costellazione storico-filosofica nella quale andò definendosi la vicenda di pensiero laskiana, senza restare impigliati all’immagine della transizione incompiuta («tra Marburg e il Baden, in fuga dal neokantismo alla fenomenologia, dal criticismo alla metafisica, all’indietro da Copernico a Tolomeo, dalla teoria della conoscenza all'ermeneutica esistenziale»), che la tragica biografia laskiana pure ci suggerisce (ibid., 18). Si tratta allora di mettere a fuoco la specificità del profilo filosofico di Lask, «di restituire al suo autore un pensiero ed al mosaico della sua epoca una tessera» (ibid., 19).
Quanto alla sostenibilità del progetto filosofico laskiano, qui non deve essere deciso nulla. È il caso di lasciare al lettore il compito di interrogarsi su quanto sia veramente praticabile la «strettoia fra metafisicizzazione del logico e logicizzazione del metafisico, attraverso cui Lask avrebbe voluto che passasse indenne la sua Logica della filosofia come critica del puro logos» (F. Masi, Una critica del puro logos, cit., LXII).