Recensioni / Architettura

“La più significativa, forse l’ultima, new town britannica”. Il libro riporta un’ampia e approfondita ricerca, che ha avvio negli studi dottorali dell’autore, su Milton Keynes, il caso più celebre tra le new towns inglesi indicate con il termine Mark III per distinguerle da quelle precedenti, avviate nel primo dopoguerra. Le new towns britanniche sono un caposaldo di una tradizione urbanistica europea, fondata negli anni della crescita (il New towns act è del 1946). Che, come l’autore ricorda, affiora ancora in caso di calamità nei territori europei (L’Aquila, ad esempio). O nel vasto impraticabile ordine spaziale della città asiatica. Una città di fondazione, costruita come alternativa alla grande città, per controllarne l’espansione, limitarne la crescita, evitarne congestione e degrado. La loro è una vicenda che ha radici nella storia più lunga delle numerose garden cities che, tra l’ultima parte del XIX secolo e gli anni precedenti l’ultimo conflitto mondiale, hanno tentato di affrontare il medesimo problema. Quali culture progettuali si sono misurate con Milton Keynes, con la grande utopia di limitare la crescita della città? Parti intere di questo testo sono dedicate all’ossessione della mobilità: la grande maglia ortogonale aperta che si deforma adagiandosi su un territorio ondulato poi alla distribuzione di aree verdi, servizi, centralità. Alla ricostruzione dell’idea stessa di progetto e della sua utilità pubblica: tesa ad accrescere il benessere, la sicurezza e la qualità dell’abitare. In questa direzione è anche da intendersi il riferimento, nel titolo, a una politica di welfare. L’interesse per un caso molto celebrato rimane intatto ed è riconducibile in larga parte, ci spiega l’autore, al fatto che la sua vicenda sperimenta tutti i limiti, le contraddizioni, i paradossi della costruzione del progetto urbanistico moderno e delle sue matrici che, scrive l’autore, “si vogliono sociali”.