Recensioni / Architettura e costruzione. La declinazione strutturale da Gustave Eiffel a OMA

Myron Goldsmith e Fazlur Kahn, due grandi progettisti americani (leggendo il libro, è evidente che Trombetti è un po’ troppo radicale quando sostiene che “tutti i grandi ingegneri erano sono tedeschi”), dicevano: «Cercavamo di mettere in relazione l’architettura, l’estetica e l’efficienza strutturale». Come questo scopo, perseguito per secoli indipendentemente dalle forme della divisione del lavoro che è premessa di ogni attività costruttiva, è stato e viene cercato è quanto Trentin e Trombetti indagano. Al di là delle diverse definizioni di volta in volta utilizzate e delle loro declinazioni il tema da loro discusso è sempre il medesimo: come si “mettono in relazione” creatività formale e statica, come la logica e le ragioni dell’una dipendono e influenzano l’altra? Non si tratta, però, della stucchevole domanda alla quale sono state date innumerevoli risposte, “deve l’ingegnere trasformare in una costruzione ogni stupidaggine che un architetto può inventare?”, nessuna delle quali, come dimostrano diverse pagine di questo libro è valida, perché posta così la domanda ammette solo risposte soggettive e contingenti, o come Trentin e Trombetti ingenuamente vorrebbero, “moralmente fondate”. Il problema è capire come la creatività e la statica si sono e si vanno modificando e quindi porre in luce come le loro intrinseche trasformazioni non siano mai realmente indipendenti. Non vi è un punto in cui l’architetto e l’ingegnere si incontrano (fatti salvi tutti i frequenti casi in cui questo risultato è raggiunto per convenienza e comuni interessi), ma un punto al quale l’architettura e l’ingegneria arrivano insieme, lì portati da ciò che le fonda e dal divenire del mondo in cui operano. Si tratta del tema intorno al quale ruotano senza affrontarlo le due conversazioni che aprono e chiudono questo libro, la prima con Stefan Polònyi e la seconda con Rem Koolhaas. Con argomenti differenti, i due spiegano come il rapporto architetto-ingegnere sia determinante, ma evitano di porsi la domanda sottesa a questo libro: la grande architettura non è sempre il risultato di un progetto libero dalla divisione che il rapporto implica o meglio, di un progetto in cui non vi è separazione tra concezione statica e forma?