Recensioni / Il Terzo Paesaggio. Per le nostre città una rigenerAzione

Quella che l’uomo porta avanti contro la natura è una guerra metodica: se la vinciamo siamo perduti

Per introdurre il concetto di Terzo Paesaggio è opportuno fare qualche chiarimento. Il territorio è un contesto che non appartiene solo agli esseri umani. È un pezzo di pianeta di cui un individuo, una specie, un gruppo ha bisogno per soddisfare l’alimentazione, la riproduzione, la costruzione delle relazioni e dell’organizzazione sociale. Per noi umani del XXI secolo, l’affare del territorio si concretezza in un assetto economico, legale e politico. Il paesaggio è un territorio immaginario, è la rappresentazione che ognuno di noi si fa per poi condividerlo insieme. È una costruzione emotiva, storica, fatta di sensibilità; non è un approccio scientifico. L’ambiente prevede un approccio scientifico e non emotivo del territorio che abitiamo. Il giardino è il territorio d’azione del giardiniere; che può esser recintato o no. Il terzo paesaggio, è secondo la definizione coniata da Gilles Clément, ingegnere agronomo, entomologo, filosofo, autore fra gli altri libri del Giardino in Movimento e dell’ancor più noto Manifesto del Terzo Paesaggio; entrambi pubblicati dalla casa editrice Quodlibet.
Clément è soprattutto un giardiniere, il quale lavorando nel centro della Francia, sul territorio “della luce”, ossia nei campi coltivati, come in quelli “dell’ombra”, ossia le foreste anch’esse coltivate, ha individuato quei piccoli o grandi appezzamenti definibili residui. Stiamo parlando di strade dimenticate dagli agricoltori, dagli ingegneri, dai tecnici. Si tratta di scampoli di antropologia e architettura industriale in cui si sviluppano le biodiversità. Clément li considera i territori di rifugio della biodiversità e della creatività della natura, che viene lasciata in pace, dove non c’è bisogno dell’intervento umano, anzi, sono margini in cui la natura ha la necessità che gli umani si ritirino, così da poter generare e rigenerare se stessa. Per questo è molto importante praticare l’abbandono con cura, come viene definito dai camminatori dell’osservatorio nomade Stalker fondato da Francesco Careri e Lorenzo Romito. Dunque, la natura non ha bisogno della nostra cura, ha bisogno di esser lasciata vivere per conto suo, non avvelenata, non gestita, forse solo protetta come ricchezza primaria. La vita globale con il suo disordine che, temiamo come il cambiamento, ci trova ostinati nel tentare di controllare, di gestire, di progettare quando invece è un’occasione di relazione con la complessità apparente; che nel giardino si traduce in prosperità.
Quando ci interroghiamo su cosa sia la città, possiamo partire da un approccio antropologico. È un’occasione di rigenerazione umana e urbana, che siamo tutti chiamati a considerare come la nostra occasione di felicità; individuale e collettiva. Possiamo dire che rischiamo quotidianamente di esser schiavi di noi stessi e della nostra volontà di dominare. Da tempo, è in atto una guerra contro la natura, che volenti o nolenti, gli esseri umani compiono metodicamente. Questo conflitto s’intensifica ogni giorno, se vinciamo siamo perduti.
L’invito espresso da vari interlocutori con intensità e chiarezza, è quello di prendere la strada, come si prendono le armi, per riconoscere la bellezza e l’orrore; che stanno dentro ed intorno a noi. Viviamo in una società che propone di voltare lo sguardo quando vediamo qualcosa che non ci piace. Lo studio e il lavoro in questa traiettoria portano a un approccio a lungo termine, con i tempi della Terra. Le zone geografiche, le stagioni, sono indicatori delle dimensioni ambientali ed ecologiche in cui ogni intervento è destinato a produrre un resto. Dicevamo, ogni attività genera qualcosa che non era previsto, calcolato.
Solitamente quando si parla di Terzo Paesaggio si parte da un contesto abbandonato, un terzo luogo, uno spazio che accoglie le diversità, in cui non si sa bene cosa possa succedervi dentro e intorno. Un ambito che riporta e dona lo spazio alla ricreazione biologica, all’invenzione sociale; insomma all’attivazione della spontaneità. Da poco più di venti anni, esistono individui, gruppi e collettivi, ad esempio i Coloco, studio internazionale di paesaggisti, architetti, artisti, che s’impegnano secondo queste coordinate, anche in Sicilia. Ultimamente, anche con la direzione artistica del nascente Parco Botanico, ad opera della famiglia Faro, con la prima edizione del Radicepura Garden Festival. Fra i loro primi interventi isolani ricordiamo il Festival dell’Incompiuto Siciliano, sempre a Giarre. I monumentali edifici, di una spregiudicata attività edilizia, che apparentemente non sembrano trovare alcuna destinazione d’uso, e che attraverso le missioni di “ricognizione sensibile” vengono restituiti alla comunità con tutto il loro potenziale. In questi contesti la chiave di volta è il trasformare l’esistente, partendo dall’incompiuto, dall’abbandonato, creando le condizioni per costruire un giardino. Si tratta sempre e comunque di un giardino sperimentale nel quale viene accelerato il processo di riconquista della dimensione universale o vegetale.
L’idea del terzo paesaggio è quindi l’idea di uno spazio d’indecisione, che Gilles definisce proprio come un paesaggio in cui non c`è alcuna decisione da prendere perché non c’è alcuna presenza umana. L’unica decisione che si può prendere è quella di non decidere. Siamo quindi in uno spazio indeterminato; in cui l’uomo non è più presente; o comunque non è l’unico protagonista.
Ma che cosa succede dove non c’è l’uomo? Beh, se è vero che ogni intervento produce, suo malgrado, un’indecisione, allora gli spazi d’indecisione producono luoghi, in cui la vera questione è se sia possibile una politica che consapevolmente decida di produrre e intervenire non per decidere, controllare o pianificare. Il profondo cambiamento sta proprio nel comprendere che l’uso di qualcosa non rispecchia semplicemente quel che si vuole ma quel che consente l’uso ad altri. Forse questo tipo di evoluzione concede a ciò che non era stabilito, deciso, previsto di nascere, accadere, esistere. Molte nazioni, generazioni, mestieri, producono esperienze collettive, di agitazioni riflessive, capaci di attivare le intelligenze del possibile intorno al co-abitare. Entrano così in gioco le amministrazioni comunali, regionali, nazionali come a Lecce con la Scuola del Giardino Planetario, che in maniera aperta e partecipata, coltiva la progettazione urbana, sondando i limiti di queste stesse esperienze. Coinvolgere gli abitanti attivando processi innovativi intorno a progetti urbani pubblici in cui i cittadini, le associazioni, gli artisti provenienti da ambiti diversi divengono realizzatori, liberi e quindi responsabili, di pratiche comprensibili e sostenibili rinnovando i metodi e le strategie economiche e politiche. Ma come sappiamo, spesso quando un progetto viene realizzato, rischia di restar lì, congelato. Allora, il punto è come un luogo possa continuare a rinnovarsi spontaneamente; interpretando pratiche sociali e di cultura generale? Dato che l’immaginazione, è l’unica differenza fra esseri umani, l’indecisione vissuta con agio può esser il campo aperto di opportunità, che con la pazienza di un giardiniere, coltiva e si prende cura gioiosamente del bene comune. In questa direzione è con speranza, perché quando si semina è per il domani, che crediamo possa andare il giardino anche marino del sito de Le Rocce, a Taormina; in concessione, all’illuminato mecenate Antonio Presti, uno scenario in cui coltivare una fertile ricerca culturale e progettazione universale per una sorprendente e felice relazione fra uomo e natura.