Recensioni / «Amabili resti», l’atlante delle rovine in architettura

Il libro di Giulia Menzietti, uscito per Quodlibet. Un’indagine intorno agli abbandoni e agli sprechi

Qualunque sia stato il criterio adottato da Giulia Menzietti per scegliere le nove architetture che compongono i casi-studio del suo saggio Amabili resti d’architettura (Quodlibet, pp. 157, euro 18,00) si può dire che ognuno rappresenti un caso indegno di abbandono, d’irragionevole spreco, prima di risorse materiali e intellettuali e dopo, di un progetto che non ha avuto successo. Insieme, potrebbero costituire l’abbozzo di un eventuale atlante delle rovine dell’architettura contemporanea che si presterebbe a molte riflessioni.
TRA QUESTE c’è anche la possibilità, per alcune di loro, di essere demolite dopo anni di completo degrado. E uno scenario che l’autrice scarta poiché a escluderlo c’è «il riconoscimento storiografico», il dato autoriale dell’opera.
La demolizione tuttavia in molti frangenti è un atto ri-fondativo e il solo in grado di dare significato ai luoghi. Forse è la sola strada da seguire con impegno nelle aree del periurbano. Non andrebbe di per sé esclusa per la «costruzione di un nuovo ordine», come Fausto Carmelo Nigrelli chiarì nel volume collettaneo II senso del vuoto (manifestolibri, 2005).
LA «MESSA IN FORMA del vuoto» non è pertanto un’ipotesi così stravagante li dove l’architettura si è trasformata in un «oggetto incongruo» per le modificazioni intervenute nel corso degli anni. È il caso della casa dello Studente a Chieti (1976) di Giorgio Grassi e Antonio Monestiroli oppure della Stazione FS San Cristoforo a Milano (1983-89) di Aldo Rossi e Gianni Braghieri. Ricordiamo che quest’ultima, interrotta allo stadio della struttura, fu oggetto all’XI Mostra di Architettura della Biennale di Venezia di un progetto dello Studio Albori denominato «ecomostro addomesticato» che la recuperava in modo informale ai più diversi usi.
DI «ECOMOSTRI» se ne contano moltissimi e se anche l’appellativo è improprio per l’edificio degli architetti milanesi, è speciale il silenzio che è calato su queste architetture che preferiamo definire «interrotte» o in altro modo «fallite».
«Architetture e fallimento», d’altronde, rappresenta oggi un filone d’indagine storicamente di grande interesse ed è anche il titolo del prossimo se minario estivo che si terrà al Palladio Museum di Vicenza, ideato da Christof Thoenes e curato da Guido Beltramini e Howard Burns.
Ritorniamo, però, al saggio dopo avere rilevato l’attualità del tema e il fatto che le soluzioni non possano solo riguardare solo quella fin troppo scontata del «riciclo».
Per venire ai casi elencati da Menzietti occorre dire che nella loro maggior parte, gli edifici in elenco non sono mai stati terminati. Le ragioni. sono molteplici e tutte riconducibili al nostro italico laissez-faire, nel quale le responsabilità rimbalzano, i controlli sono immaginari e i programmi approssimativi insieme ai costi che costantemente lievitano.
Le storie narrate con un’accurata sintesi sono in due casi la dimostrazione sia dell’inefficienza del pubblico, come nel caso del Teatro a Sciacca di Giuseppe e Alberto Samonà (1976), sia dell’inaffidabilità del privato, come prova il Convento dei Padri Passionisti a Casalecchio di Reno di Glauco Gresleri (1957-71), le cui sfibranti vicende s’intrecciano con quella del consorzio a partecipazione pubblica per l’abitare Oikos.
In altre situazioni si giunge agli «amabili resti» dopo un periodo d’uso dell’opera. È ciò che è accaduto all’Istituto Marchiondi Spagliardi di Vittori Viganò (1954-57): solo pochi anni fa l`accordo tra il Comune di Milano e il Politecnico aveva fatto ben sperare in un suo recupero. Purtroppo non è andato a buon fine e molti dei fallimenti riguardano processi di partenariato pubblico-privato affidati a soggetti di modesta competenza, com’è stato anche per il Palasport di Cantù di Vittorio Gregotti (1987-92), ormai demolito ma con lavori mai iniziati per il nuovo progettato da Abda.
Nel libro, figura anche la Chiesa Madre a Gibellina di Ludovico Quaroni (1980-2010). Ci sono voluti trent’anni per aprirla ai fedeli, eppure qualcosa del progetto ancora manca. È una fortuna, comunque, che oggi sia in uso.
INVOCARE la «concretezza e il realismo» per decidere, come auspica l’autrice nelle sue conclusioni è giusto, ma intorno il vasto patrimonio edilizio in degrado lì dove, come da noi, sono state svilite e tradite capacità e competenze le responsabilità non interessano solo la nostra classe politica ma anche settori delle professioni oggi più di ieri inermi davanti a un panorama di rovine che, a differenza del passato, non suggeriscono alcuna poetica.