Recensioni / Dalla democrazia progressiva alla centralità del mercato. Cavallaro sull’Italia contemporanea

Al centro dell’interessante lavoro di Luigi Cavallaro sta il carattere progressivo della nostra Carta costituzionale in tema di diritto al lavoro e ad una vita dignitosa. Alle conquiste del movimento dei lavoratori ha fatto seguito una articolata reazione delle classi dominanti e del liberismo, che ha pian piano conquistato anche la sinistra.

Nel suo ultimo libro, Giurisprudenza. Politiche del desiderio ed economia del godimento nell’Italia contemporanea1, Luigi Cavallaro ricostruisce la storia d’Italia dal dopoguerra a oggi mettendo in relazione le trasformazioni economiche e sociali di questi anni con i cambiamenti nel diritto e nelle pulsioni e desideri operanti a livello individuale e collettivo. Per i diversi piani interpretativi che vi si intrecciano il libro non è di facile lettura, ma proprio in ciò sta il suo tratto interessante. Il centro dell’analisi è il carattere progressivo della nostra Carta costituzionale in tema di diritto al lavoro e ad una vita dignitosa. Il libro analizza il processo, certo non lineare, che porta fino alla fine degli anni settanta ad inverare progressivamente gli aspetti programmatici della Carta attraverso un crescente intervento dello Stato. Vi si descrivono poi le reazioni a tale intervento, che determina nei decenni successivi il riaffermarsi della centralità del mercato. È intorno a questo filo che Cavallaro sviluppa le sue riflessioni utilizzando categorie proprie dell’economia politica classica, della giurisprudenza e della psicanalisi.

Stato e mercato

In questa riflessione mi soffermerò principalmente sugli aspetti economici e politici trattati da Cavallaro. Non meno stimolanti risultano però le sue riflessioni nel campo del diritto. Con una chiave di lettura che rimanda a Marx e all’idea che nel diritto si riflettano i rapporti sociali, Cavallaro analizza come con il passaggio dallo stato di diritto allo Stato sociale tenda a ridursi la separazione tra diritto pubblico e diritto privato2 e a prevalere il riconoscimento della rilevanza giuridica delle differenti condizioni materiali dei soggetti di diritto. L’opposto avviene dalla fine degli anni Settanta con il ritorno dello Stato al servizio del mercato: anche con l’ausilio del diritto comunitario – di cui Cavallaro sottolinea il carattere antinomico rispetto alla nostra Costituzione – il mercato viene ora difeso contro interventi di tipo vincolistico, ed il contratto non di natura individuale interpretato come espressione di interessi particolari3.
Venendo agli aspetti più economici, come è noto nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta la realizzazione dello Stato sociale – che trova origine a livello internazionale negli sconvolgimenti tra le due guerre e nella cesura rappresentata dalla rivoluzione d’ottobre, e che in Occidente ha il suo atto fondativo nel Rapporto Beveridge del 1942 – si concretizza in Italia come in altri paesi nella compresenza di rapporti di produzione di tipo capitalistico con un esteso intervento dello Stato.
Cavallaro non interpreta ciò semplicemente in termini di capitalismo monopolistico di Stato o di un mero sostegno “esterno” dello Stato al mercato che caratterizza altre fasi dello sviluppo industriale del nostro Paese. Egli sottolinea piuttosto come questo processo – che si accompagna a trasformazioni profonde dell’economia e della società italiana, e che vede l’Italia agganciare i livelli di reddito dei paesi più industrializzati – si caratterizzi, sotto la spinta delle principali forze popolari del Paese, da un lato per una crescente programmazione economica, la sostanziale statalizzazione del settore creditizio, ed una vasta presenza della mano pubblica nel settore industriale; e, dall’altro, per l’introduzione di elementi di welfare ed il realizzarsi dalla fine degli anni cinquanta di condizioni di (quasi) piena occupazione. Si tratta ovviamente di un processo non lineare, che vede fenomeni di clientelismo, retrocessioni, momenti di conflitto anche estremi, ma che modifica profondamente il rapporto tra pubblico e privato e negli anni settanta presenta, con lo spostamento a sinistra dell’asse politico del Paese, una accelerazione che sembra aprire la possibilità di un pieno realizzarsi dell’idea togliattiana di “democrazia progressiva”.
Questo processo si scontra però per Cavallaro con due tipi di reazione che finiscono per cooperare nello sconfiggere il tentativo negli anni settanta di attuare fino in fondo il dettato costituzionale attraverso un compromesso storico tra le principali forze popolari del Paese.
La prima reazione è quella della classe capitalistica di fronte alle crescenti rivendicazioni salariali e all’estensione dello Stato sociale, di cui una manifestazione sarà l’aumento delle esportazioni di capitale con i connessi problemi di deficit della bilancia dei pagamenti4. È una reazione interpretata da Cavallaro anche in termini di “invidia” verso un godimento crescente delle classi popolari che aumentano i consumi oltre quanto necessario alla loro stretta riproduzione riuscendo ad appropriarsi di una quota del sovrappiù sociale5.
La seconda reazione – se non all’inizio, sicuramente negli anni successivi all’autunno caldo – la si avrebbe secondo Cavallaro nei movimenti di contestazione giovanili, che presentano un carattere anarchico, di sinistrismo infantile, e che si caratterizzano per un forte antistatalismo, una vacua utopia, una paura di perdita di identità personale di fronte alla promessa di liberazione dal bisogno operata dallo Stato sociale, una lotta (a volte certo liberatoria) contro ogni “repressione” dei desideri6. Questa reazione si manifesterà nel rifiuto del posto stabile come strumento di realizzazione della propria personalità, e in una crescente contestazione delle forme tradizionali della politica, in particolare dei partiti di massa, che rappresentano di fatto gli strumenti di attuazione della Carta costituzionale pur nelle loro differenze di visioni e legami con specifici interessi e gruppi sociali7.

La reazione liberista

Secondo Cavallaro nel corso degli anni Settanta le lotte salariali, l’aumento della spesa pubblica, l’estensione dei diritti sociali e della programmazione economica (tra cui il controllo dei prezzi di alcuni beni e servizi essenziali) non solo evitano che il sacrificio del riequilibrio dei conti con l’estero – in disavanzo per le fughe di capitale e l’aumento del prezzo delle materie prime – ricada sulle classi popolari, ma garantiscono che esse continuino a registrare un miglioramento nel loro tenore di vita, testimoniato tra l’altro dall’aumento in quegli anni dei salari reali pur in presenza di elevati tassi di inflazione. L’aumento della disoccupazione rimane d’altra parte ancora limitato perché le restrizioni al credito operate dalla Banca d’Italia risultano in parte inefficaci e vengono comunque compensate dal fatto che il governo non accetta limiti ai disavanzi pubblici ed impone alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico non collocati al momento dell’emissione. Da qui i timori di Guido Carli per i “lacci e lacciuoli” imposti alle imprese e per un sistema in cui il salario finirebbe per essere una variabile indipendente che non si adatta alle esigenze del mercato.
Negli anni successivi, tuttavia, la reazione si intensifica, trova alimento sul piano teorico nel monetarismo di Friedman e nella teoria del capitale umano, e sul piano pratico nella ripresa di autonomia della Banca d’Italia, che diventa la “casamatta” per evitare “l’eutanasia del rentier” e garantire, con il rialzo dei tassi di interesse nei primi anni ottanta, una redistribuzione di reddito a favore dei profitti.
Nella politica economica punto nevralgico di questa svolta è per Cavallaro lo scambio di lettere tra Andreatta e Ciampi che nel 1981 sancirà (con una prassi inusuale dal punto di vista giuridico) il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, premessa per quel cambio di “regime monetario” perseguito da Ciampi negli anni ottanta di cui elementi essenziali risulteranno anche l’adesione al sistema monetario europeo prima (che porterà nel gennaio 1979 al ritiro dell’appoggio esterno del Pci al governo Andreotti) e l’abbattimento della scala mobile poi. L’aumento dei tassi di interesse e, negli anni 1980-81, misure fiscali restrittive, determineranno così un forte aumento della disoccupazione, un rallentamento dei prezzi, ed una caduta della quota dei salari nel reddito nazionale. E quell’aumento dei tassi e la progressiva riduzione dei controlli sui movimenti di capitale concorreranno poi a trascinare il debito pubblico verso la soglia del 100 per cento del prodotto interno lordo8, il che sarà a sua volta utilizzato nei decenni successivi come giustificazione per le privatizzazioni e la liberalizzazione dei mercati.
Dal lato degli assetti politici, nel clima emergenziale che segue l’uccisione di Moro viene ad esaurirsi secondo Cavallaro l’ultimo tentativo di applicazione della Carta costituzionale ed estensione dello Stato sociale, di cui espressione sono le riforme degli anni 1977-1979 quali il servizio sanitario nazionale, la legge sull’edificazione dei suoli e la legge sulle locazioni. Negli anni successivi si passa dal riformismo di matrice craxiana sotto cui si assiste al ridimensionamento della forza dei sindacati (si pensi alla sconfitta alla Fiat, a quella nel referendum sulla scala mobile, agli accordi separati), alla stagione dei governi tecnici, che segnano, con la crisi del 1992, la fine del vecchio ceto politico travolto dalla corruzione, e che aprono la strada, dopo l’adesione nel 1991 al trattato di Maastricht, al definitivo ridimensionamento dello Stato sociale. Da questo momento la dialettica politica non si incentra più intorno all’estensione e al carattere dell’intervento pubblico in economia, ma, in un quadro di crescente liberismo ed esaltazione della centralità dell’impresa, intorno alla maggiore o minore adesione ai dettami del rigore finanziario – con i governi di centrosinistra che finiscono per essere i più fedeli esecutori del processo di unificazione europeo e rispetto dei suoi vincoli, ed il berlusconismo che, al di là dei suoi “eccessi”, intercetta la richiesta di parti della società civile di maggiore libertà da quei vincoli9.

La “solidarietà nazionale”

Se nel complesso da condividere, vi sono però in questa ricostruzione della storia d’Italia avanzata da Cavallaro alcuni punti che rimangono oscuri o comunque non esplicitati sufficientemente.
Il primo riguarda l’esperienza della solidarietà nazionale. Cavallaro non sembra rilevare alcun limite di quell’esperienza – interpretata, come detto, come tentativo estremo delle forze popolari più avanzate di continuare a inverare in un quadro emergenziale la Carta costituzionale. Ma come in Gran Bretagna, lo scambio tra moderazione salariale ed incremento dell’occupazione nei fatti non si verifica. Gli strumenti che nelle intenzioni avrebbero dovuto garantire il successo di quello scambio, cioè i piani di settore, rimangono sulla carta, mentre si adottano misure di austerità e di contenimento del disavanzo pubblico. Ciò che di fatto si determina in quella che è stata chiamata la fase di «stabilizzazione consensuale» è allora una ristrutturazione ed esternalizzazione della produzione nelle grandi imprese, un aumento della disoccupazione, ed una minore copertura dei salari dall’inflazione soprattutto per alcuni settori dei lavoratori10, il che porta già prima della crisi del 1980-1981 ad un indebolimento della coesione e forza contrattuale dei lavoratori che è quanto poi permette l’incremento dei tassi di interesse reali negli anni successivi. La sconfitta dei lavoratori in Italia e in altri paesi europei lascerà a questo punto isolato, e dunque più esposto al fallimento, il tentativo di Mitterand di reagire all’ondata neoliberista che si accompagna all’aumento dei tassi di interesse operato da Volcker negli Stati Uniti – tentativo che si spegne però anche per la mancata volontà di Mitterand di fronteggiare con misure di controllo delle importazioni e dei movimenti di capitale il peggioramento della bilancia dei pagamenti11.
Ovviamente, governare i processi di ristrutturazione industriale e le innovazioni finanziarie che si intensificano dalla metà degli anni settanta non era cosa facile. Ma l’esito negativo della fase di solidarietà nazionale sembra essere anche il portato di un limite culturale – ammesso ad esempio alla fine di quell’esperienza da Bruno Trentin12 – che inizia a manifestarsi nelle organizzazioni dei lavoratori, e che ci porta direttamente ad un secondo punto del libro di Cavallaro che lascia insoddisfatto il lettore – ovvero l’assenza di una spiegazione del perché le forze di centrosinistra, eredi sulla carta di quelle a base del processo di attuazione della Costituzione repubblicana, finiranno per essere quelle che negli anni novanta guideranno le privatizzazioni e la liberalizzazione dei mercati.
A partire da premesse teoriche anche diverse, dalla metà degli anni settanta in riviste vicine alle organizzazioni dei lavoratori si diffonde l’idea che una riduzione o contenimento dei salari reali sia una premessa necessaria per un aumento dell’accumulazione di capitale e dell’occupazione, e che la spesa pubblica in deficit vada limitata per i suoi effetti di spiazzamento della spesa privata13. Insieme ad una sostanziale accettazione del vincolo estero e alla tesi di un “patto tra produttori” contro rendite e spese improduttive – tutti elementi presenti ad esempio nella strategia della Cgil negli anni 1977-79 – si tratta di idee che, in forme certo più estreme dopo il crollo dei regimi comunisti dei paesi dell’est e la progressiva scomposizione del tradizionale blocco sociale di riferimento della sinistra, guideranno l’accordo sulla contrattazione salariale del 1992 (che avrà effetti dirompenti sulla distribuzione funzionale del reddito) e poi più in generale l’azione del “nuovo centrosinistra” tesa a favorire (e sto citando) una “rivoluzione liberale” contro l’invadenza dello Stato e gli interessi corporativi14. Basta confrontare le analisi contenute nei convegni organizzati dall’Istituto Gramsci negli anni sessanta sulle tendenze del capitalismo italiano ed europeo da un lato, e, ad esempio, la prefazione di Massimo D’Alema al libro del 1998 Proposte per l’economia italiana ed i contributi che vi appaiono dall’altro, per cogliere il profondo cambiamento culturale avvenuto nella sinistra italiana. Ciò che colpisce non è solo o tanto l’abbandono di qualsiasi riferimento a Marx o a Keynes, ma l’assenza di una analisi dei cambiamenti nella struttura economica italiana e nei rapporti tra ceti e classi sociali, e la sostanziale accettazione acritica della «capacità della concorrenza di creare ricchezza» e del carattere quasi naturale, e dunque immodificabile, della globalizzazione e dei mutamenti tecnici. Non sorprende allora che proprio le forze del centrosinistra finiscano per favorire il ritrarsi dello Stato ed invocare un orizzonte sovranazionale come cura dei mali italiani, né che parti consistenti dei ceti popolari abbandonati a se stessi finiscano per cercare altrove rappresentanza o cessino di partecipare attivamente alla vita politica del Paese15.
Poiché è presente nel libro di Cavallaro l’idea, che condivido, che vi sia un nesso tra da un lato la stagnazione economica e le crescenti diseguaglianze di reddito e di ricchezza che caratterizzano il nostro Paese negli ultimi decenni, e, dall’altro, l’abbandono delle parti “programmatiche” della nostra Carta costituzionale, voglio concludere con due citazioni dagli Atti del convegno sul capitalismo italiano dell’Istituto Gramsci sopra citato:

Una considerazione storica può essere utilmente avanzata. In cento anni di vita unitaria dello Stato italiano, i due decenni nei quali ha luogo un rapido incremento dei tassi di sviluppo sono stati il decennio 1900-1910 e il decennio 1950-1960. Questi due decenni sono stati entrambi caratterizzati da una forte avanzata del movimento operaio e da una vivace azione della classe operaia;

e poi

(l)a resistenza della classe operaia alla diminuzione dei salari reali, e la loro richiesta di aumenti, spingono i capitalisti a cercare, attraverso nuovi procedimenti tecnici e una nuova organizzazione del lavoro, una nuova produttività del lavoro, e quindi una fonte di plusvalore e una riduzione dei costi di produzione che non siano semplicemente fondate sulla riduzione dei salari16.

Se una qualche verità è contenuta in queste affermazioni, la conclusione che se ne può trarre è che la subalternità culturale e la litigiosità della sinistra italiana, e più in generale l’attuale estrema debolezza contrattuale dei lavoratori, non facciano ben sperare per una soluzione a breve della crisi italiana.

1 L. Cavallaro, Giurisprudenza. Politiche del desiderio ed economia del godimento nell’Italia contemporanea, Macerata, Quodlibet, 2015.
2 I riferimenti all’evoluzione del diritto in Unione Sovietica e al suo sistema penale testimoniano che Cavallaro ha però chiaro il rischio insito in una assolutizzazione dell’interesse generale. Ma lo stato sociale richiede in realtà solo che per realizzare una democrazia sostanziale si riconoscano i bisogni materiali vitali come diritti naturali (cfr. L. Ferrajoli, Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale, Bari, Laterza, 1990, pp. 924-927).
3 Il cambiamento appare evidente nel diritto del lavoro: mentre dalla fine degli anni Sessanta si ha l’abolizione delle gabbie salariali, la Cassa Integrazione Guadagni, la scala mobile, lo Statuto dei lavoratori (che sancisce la libertà e dignità del lavoratore e garantisce l’attività sindacale), dai primi anni ottanta si assiste ad una progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro ed al proliferare di contratti atipici e limitazioni del diritto di sciopero.
4 Il vincolo estero è per Cavallaro lo strumento utilizzato dai ceti dominanti per difendere le loro posizioni attraverso l’aumento del tasso di interesse e la compressione della domanda interna. Sul fatto che politiche di sostituzione delle importazioni e di controllo dei movimenti di capitale avrebbero potuto fronteggiare il “ricatto” del vincolo estero cfr. M. Pivetti, Bilancia dei pagamenti e occupazione in Italia: integrazione internazionale e equilibri sociali, Torino, Rosenberg & Sellier, 1979.
5 Cavallaro sembra al riguardo identificare le sussistenze con lo stretto necessario alla sopravvivenza, benché esse per Marx o Sraffa includano un elemento “storico-morale”. La sostanza dell’argomentazione di Cavallaro non cambia tuttavia a seguito di questa specificazione.
6 Cavallaro si riferisce qui ai “desideri dissidenti” teorizzati in quegli anni da Fachinelli e al rifiuto di ogni limite sociale al realizzarsi dei desideri individuali.
7 Sul ruolo della Democrazia Cristiana si legga ad esempio E. Sereni, Il Mezzogiorno all’opposizione. Dal taccuino di un ministro in congedo, Torino, Einaudi, 1948.
8 L’indebitamento dello Stato che, pur in aumento, non superava nel 1980 il 60 per cento del Pil, cresce in questi anni più che per i deficit primari (in parte alimentati dall’evasione ed elusione fiscale ma posti sotto controllo a partire dalla metà degli anni ottanta) per i livelli dei tassi reali di interesse intorno in media al 6 per cento di contro a un tasso di crescita del Pil reale del 3 per cento l’anno. L’effetto negativo della perdita del “comando pubblico” sulla moneta apparirà ancora più evidente nei decenni successivi, in cui avanzi primari di notevole entità non saranno in grado di ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil dato ormai il peso della spesa per interessi e l’effetto negativo che le misure fiscali restrittive avranno sul denominatore di quel rapporto.
9 Riguardo al ritorno di un governo tecnico con la crisi del 2011 Cavallaro sottolinea come l’origine di questa crisi vada ricercata non nel debito pubblico elevato, ma nella crisi bancaria e nei problemi determinati nella zona euro dagli avanzi commerciali tedeschi. Egli nota poi come il passaggio al governo Monti sia nato dallo scontro del governo Berlusconi con la Commissione europea per la richiesta di un aumento di spesa in deficit ed il rifiuto di partecipare al fondo europeo di liquidazione bancaria in percentuale al capitale delle singole banche centrali nel capitale della Banca Centrale Europea.
10 Su ciò si veda E.S. Levrero e A. Stirati, Real Wages in Italy 1970-2000: Elements for an Interpretation, in Economia&Lavoro, n. 1, 2004. Sulle esperienze di altri paesi cfr. R.J. Flanagan, D.W. Soskice e L. Ulman, Unionism, Economie Stabilization and Income Policies: European Experiences, Washington, Brookings Institution, 1983; e R. Tarling e F. Wilkinson, The Social Contract: postwar income policies and their inflationary impact, in Cambridge Journal of Economics, 1977, n. 4.
11 Cfr. A. Barba e M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016.
12 Cfr. B. Trentin, Il sindacato dei Consigli. Intervista di Bruno Ugolini, Roma, Editori Riuniti, 1980, il quale nota come in quegli anni si inizi a intravedere una crescente egemonia politica e culturale delle idee liberiste che influenzano anche le organizzazioni dei lavoratori.
13 Una prima analisi critica di queste posizioni fu svolta proprio in questa rivista da M. Lucii, Salari e occupazione nella letteratura economica di questo dopoguerra in Italia, in Critica Marxista, n. 6, 1984. La necessità di un contenimento dei salari monetari e reali per aumentare l’occupazione veniva trovata negli effetti positivi sulle esportazioni, nel rischio di misure restrittive in presenza di un aumento dei prezzi o di deficit commerciali, nell’idea che nel lungo periodo solo un aumento dei profitti a scapito di rendite e/o salari potesse “finanziare” una maggiore accumulazione di capitale. Per una posizione diversa cfr. P. Garegnani, Valore e domanda effettiva, Torino, Einaudi, 1979; e F. Vianello, Il profitto e il potere, Torino, Rosenberg & Sellier, 1979, in cui tra l’altro si evidenzia come «l’allarmismo economico» fosse utilizzato già allora per richiedere interventi di restrizione della domanda interna.
14 La corruzione, l’uso clientelare della spesa pubblica e l’idea che il debito pubblico spiazzi il capitale privato a danno delle generazioni future saranno tra gli argomenti utilizzati a sostegno di una riduzione dell’invadenza dello Stato. Ma le privatizzazioni per “far cassa” finiranno per determinare un impoverimento della struttura industriale italiana. E chi, come Caffè (cfr. La solitudine del riformista, Torino, Bollati Boringhieri, 1990), aveva già negli anni Ottanta cercato di distinguere, in difesa dell’intervento dello Stato, tra composizione e livello della spesa pubblica, o chi cercherà di avvertire che una riduzione del debito pubblico può determinare una caduta del reddito ed una distruzione di risparmio privato, rimarrà nella sostanza inascoltato.
15 Va detto che in un libro-intervista del 2013 D’Alema riconoscerà che negli anni Novanta la sinistra ha erroneamente condiviso «con le élite economiche» una visione ottimistica della globalizzazione, e che con essa le decisioni finiscono per spostarsi in istituzioni che appaiono inaccessibili al controllo popolare.
16 G. Amendola, Lotta di classe e sviluppo economico dopo la liberazione, in Tendenze del capitalismo italiano. Atti del convegno economico dell’Istituto Gramsci, Roma, Editori Riuniti, 1962, pp. 150 e 154.