Recensioni / La Sorbona

Comunque poi indietro non ci son tornato. E passando dal Tirolo sono andato in direzione della Sorbona. Sono arrivato alla Sorbona e ho detto: voglio studiare al baccalauréat. E mi chiedono: «Se vuoi studiare al baccalauréat, devi avere qualcosa di caratteristico come fenomeno. E cos’hai, come fenomeno, di caratteristico?». Io, cosa potevo rispondergli? Gli ho detto: «Be’, cosa posso avere, come fenomeno, di caratteristico? Sono un orfano». «Dalla Siberia?» mi chiedono. Io dico: «Dalla Siberia». «Be’, se vieni dalla Siberia, in questo caso, almeno nella tua psiche dovrà pur esserci qualcosa di caratteristico. Cosa c’è di caratteristico nella tua psiche?». Ci ho pensato: non eravamo mica a Chrapunovo, eravamo alla Sorbona, bisognava dir qualcosa di intelligente. Ci ho pensato e ho detto «A me, come fenomeno, è caratteristico il logos autocrescente». E il rettore della Sorbona, intanto che pensavo a qualcosa di intelligente, mi si è avvicinato furtivamente da dietro e mi ha dato una pacca sul collo: «Un coglione, sei tu, – ha detto – e non hai nessun logos. Fuori! – ha gridato – Fuori Erofeev dalla nostra Sorbona!». Quella è stata la prima volta che ho rimpianto di non esser rimasto a vivere nell’appartamento del compagno Luigi Longo…
Cosa potevo fare, se non andare a Parigi? Vado. Sto camminando dalla parti di Notre-Dame, cammino e son stupefatto: da tutte le parti non ci sono altro che dei bordelli. In piedi c’è solo la torre Eiffel, e su di lei il generale De Gaulle che mangia delle castagne e guarda col binocolo da tutte e quattro le parti. Ma che senso aveva guardare, visto che da tutte le parti non c’erano altro che dei bordelli?