Recensioni / Tetti

Tra la grande mole di manuali prodotta da Yona Friedman – molti dei quali purtroppo definitivamente dispersi o attualmente ancora difficilmente disponibili o consultabili – spiccano per quantità e complessità quelli dedicati alle coperture degli edifici, ai ripari, in poche parole tutto ciò che questo volume unisce sotto la definizione inclusiva di Tetti. Anche se spesso di tetti veri e propri non si tratta, piuttosto di strutture orizzontali composte da forme e materiali le più varie e improbabili. Se Friedman rivolge una particolare attenzione a questi elementi costruttivi è perché tutte le parti di un edificio possono essere realizzate in autocostruzione con tecniche e materiali locali, senza particolari competenze tecniche, tranne spesso quelle che debbono rispondere alle maggiori sollecitazioni e dimostrarsi durevoli nel tempo: le strutture di copertura orizzontali, appunto. 

  In particolar modo questi manuali sono stati pensati per favorire la partecipazione in progetti di auto-costruzione nei Paesi Terzo mondo, in gran parte prodotti per conto dell’Unesco a partire dagli anni Settanta e prodotti in un gran numero di copie in India per iniziativa dell’allora presidente Indira Gandhi come strumento di sviluppo nelle aree rurali più povere. Risultato finale di queste iniziative fu l’istituzione del Museum of Simple Technology, una delle grandi iniziative sociali promosse da Yona Friedman nell’allora Madras negli anni Ottanta. Il museo stesso, costruito da maestranze locali sotto la direzione di Friedman, sperimenterà per l’occasione una copertura in cupole in struttura di bambù. L’obiettivo di questi manuali non era fornire tavole di progetto da eseguire, ma suggestioni, metodi, pratiche da sperimentare e modificare in loco, secondo le esigenze del momento. Soprattutto ingenerare l’attività partecipata di autocostruzione e di autogestione comunitaria.

Il modello di questi e di tutti i manuali che seguiranno, a volte come semplici fogli ciclostilati o riprodotti a mano, anche su lavagne, a supporto della pratica di auto-costruzione è il testo Comment vivre entre les autres sans être chef et sans être esclave? apparso nel 1974 che vuole essere un po’ ‘la versione a fumetti’ – come lui stesso lo definisce – di Utopies réalisables apparso negli stessi anni. Questi primi schemi e disegni verranno utilizzati nel processo di progettazione partecipata in occasione della realizzazione del Lycée Bergson ad Angers, in Francia, unica architettura pienamente realizzata da Friedman e diventeranno da quel momento in poi il suo principale strumento operativo. 
 
La prima raccolta organica dei manuali relativi alla realizzazione di coperture risale al 1991, in due volumi editi a Parigi per conto dell’UNESCO: Roofs part 1 e Roofs part2. Local materials, simple technology, sophisticated ideas, Manuals for self-help buildings, Collections “Etabilissements humains et environnement socio-culturel”, e a questa edizione fa riferimento il curatore Andrea Bocco, con piccole aggiunte e modifiche. Il commento finale al testo che il curatore redige insieme a Laura Trovato, oltre ad adempiere pienamente a una doverosa contestualizzazione dei manuali e alla loro genesi storica, acquista a mio avviso un particolare pregio dal fatto che Andrea Bocco non sia prevalentemente uno storico, ma che insegni Tecnologia dell’Architettura al Politecnico di Torino, e soprattutto che abbia sperimentato molte delle strutture proposte da Friedman nei suoi seminari con gli studenti, realizzandole in laboratorio. Non sempre, ammette, confermandone la realizzabilità: molti dei disegni di Friedman non erano mai prima stati verificati realmente dal punto di vista statico e dei materiali. Bocco dalla mancanza di verifica strutturale di alcune proposte di Friedman non trae una critica o tanto meno una condanna all’utilizzo possibile degli schemi grafici, ma ricorda che l’enorme produzione di disegni e strutture attraverso manuali capillarmente distribuiti voleva soprattutto fungere da veicolo di promozione delle tecniche di autoprogettazione. Tecnica collettiva che ha sempre cercato di promuovere in sintonia con l’idea di convivialità perseguita dal suo grande ‘compagno segreto Ivan Ilich’, come lo definisce Bocco, di cui in quegli anni era divenuto amico. Ilich credeva fermamente che l’architettura potesse essere strumento conviviale per eccellenza e soprattutto potente strumento di partecipazione sociale e generatore di comunità. Idea che affonda nella tradizione di pianificazione libertaria che risale alle teorizzazioni dei geografi anarchici Petr Kropotkin ed Eliseo Reclus, via Geddes, Patrick Mumford e tanti altri il cui pensiero Friedman molto probabilmente aveva conosciuto nei suoi anni di permanenza in Israele attraverso alcuni esponenti del Movimento per la Città Giardino che operavano a Tel Aviv. Yona Friedman nei suoi scritti non cita mai nessuno né allega note o biografie che ci diano l’indizio di qualche influenza, e anche quando stimolato, nega qualsiasi contatto con altre esperienze o idee, ma innegabilmente in quegli anni condivideva un clima culturale che avvicina il suo percorso ad architetti quali Christopher Alexander, Enzo Mari, Viktor Papanek e soprattutto Bernard Rudowsky, come ci ricorda Bocco, e, aggiungo, lo pone in sintonia con architetti e militanti anarchici attivi nel secondo dopo-guerra quali Andrea De Carlo in Italia e Michel Ragon in Francia con i quali ebbe stretti rapporti.