Recensioni / Gran Tour tra i sacri resti

I sandali di Gesù, la lancia di San Sergio, il dente d’Apollonia e il seno di Sant’Agata. Guida alle reliquie sparse per l’Italia

Italiani, popolo di santi, e di teste di santi, e di piedi di santi, e di sangue di santi, e di ampolle, sindoni, sudari, croci e amuleti vari: è questo lo spassoso catalogo che apparecchia Mauro Orletti nella sua Guida alle reliquie miracolose d’Italia, un Grand Tour dei tesori nascosti, rubati, spostati, veri o falsi, ma tutti incredibilmente magici.
Nel Bel Paese cinico eppur superstizioso «si venera di tutto: il prepuzio di Gesù, la lancia che lo ha trafitto, la tovaglia usata per la lavanda ai piedi degli apostoli, la mangiatoia, il sacro capello della Vergine, la coda dell’asino della natività, i denari di Giuda, una piuma dell’Arcangelo Michele…». Mercanteggiando col sacro in modo ironico, non eretico, Orletti ricorda che le reliquie sono «oggetti (perlopiù parti del corpo, ndr) attraverso cui può esprimersi la divina volontà», e proprio per questo furono contesi e ricercati in mezzo mondo, da Gerusalemme a Costantinopoli, dalla Spagna di Franco – che rubò e conservò come un talismano la mano di Santa Teresa – alla Francia e alla Germania, dove è diffuso il culto di San Gengolfo, patrono dei malmaritati, leggasi cornuti.
Quella delle reliquie è una storia di globalizzazione ante litteram: «Il furto era uno degli sport più praticati del Medioevo: il corpo di San Nicola fu sottratto a Myra (attuale Turchia, ndr) da una spedizione di mercanti baresi, le ceneri di San Giovanni Battista vennero trafugate – sempre a Myra – dai genovesi, i quali, per la verità, cercavano il corpo di San Nicola ma, appunto, vennero preceduti dai baresi». Se le ruberie erano permesse, il mercimonio no: la compravendita di oggetti sacri è da sempre giudicata blasfema, se non grama, in grado cioè di inficiare le proprietà taumaturgiche della reliquia, classificata come di «prima, seconda, terza e quarta classe in base alla provenienza» e alla prossimità col santo, dalle sue stesse membra a parti del vestito, dai suoi accessori agli scalpi delle sue mostruose vittime, tipo la costola del drago ucciso da San Giorgio, da qualcuno erroneamente scambiata per un osso di balena.
L’ipotetico Grand Tour dei sacri resti non può che partire da Roma, dove nei secoli «arrivano i sandali di Gesù, la sacra culla, un pane e tredici lenticchie dell’ultima cena, la canna e la spugna imbevuta d’aceto usate perla crocifissione, la colonna della flagellazione, le pietre prelevate dal Santo Sepolcro, una delle cinque teste del Battista, quella di San Sebastiano, quella di San Valentino e via dicendo». Se la capitale si spartisce con Benevento le spoglie di San Bartolomeo (la cui celebre pelle è conservata però a Pisa), Catania e Galatina si contendono i seni di Sant’Agata, reclamati pure da Gallipoli, mentre una mammella di Santa Barbara è finita in Russia e la povera Santa Lucia è sparsa un po` dovunque, da Venezia a Siracusa, dal Medioriente a Metz, in Francia.
A Napoli si trova il mitico bastone di San Giuseppe, ad Andria la Sacra Spina proveniente dalla corona di Cristo, a Milano i raggi della stella dei Magi e il loro sarcofago vuoto (i resti sono a Colonia, deportati dal Barbarossa), così come il corpo di Mamante, le cui due teste però stanno all’estero. A Trieste è conservata l’alabarda di San Sergio martire, che invero è una lancia, o meglio uno «spiedo alla furlana»: Sergio è passato alla storia con il compare Bacco in quanto «patroni degli omosessuali casti». San Sebastiano è invece il leader indiscusso del culto Lgbt, anche se non era un giovane procace ma un anziano guerriero, di cui oggi si venerano persino la colonna cui fu legato e la freccia che lo trafisse, entrambe a Roma.
Il corpo di San Marco fu rubato dai veneziani ad Alessandria, sempre che quello non fosse il cadavere di Alessandro Magno o Santa Claudia. Venezia fu tra le città più rapaci e assetate di reliquie: scippò pure San Rocco a Voghera, salvo poi cederle «un braccio, l’altro a Roma, una tibia a Montpellier, una rotula a Locorotondo, un frammento osseo a Genova, un tallone a Frigento, una porzione di scapola a Scilla, un dito ad Alezio». Padova preserva la lingua e il mento del loquace Sant’Antonio, lui che parlando faceva miracoli. Nel 1991 la mafia del Brenta rubò il prezioso resto: il mento, però, non la lingua, poiché gli scagnozzi di Felicetto Maniero erano un po’ tonti e inesperti di sacre rarità.
A Montevarchi è conservata «una goccia di latte caduta dalle labbra di Gesù durante la fuga in Egitto»; a Prato il «Sacro Cingolo, ossia la cintura che Maria donò a San Tommaso prima dell’ascensione»; ad Ancona la pietra che colpì al gomito Santo Stefano, di cui esistono più corpi, sparpagliati per la penisola. L’unicità e veridicità delle reliquie non è importante: «Non importa se sono false: San Giorgio, probabilmente, non è mai esistito – eppure più di cento Comuni italiani lo hanno scelto come protettore –, Santa Barbara è una figura più che altro leggendaria, i Magi non erano tre e forse non erano nemmeno re».
Solo quello scettico e pignolo di Calvino poteva prendersela con il sacro folclore: «Se tutti i pezzi (della Croce, alias Sacro Legno, ndr) ritrovati fossero raccolti, formerebbero un grande carico di nave. Tuttavia i Vangeli mostrano che poteva essere trasportata da un solo uomo». Certo la Veronica non si riferisce al nome della donna che avrebbe asciugato il volto di Gesù sul Golgota, ma è una distorsione di «Vera Icona» e oltretutto è un falso d’artista, come la Sindone: la prima parrebbe un autoritratto di Dürer, la seconda di Leonardo da Vinci, il primo selfie della storia conservato a Torino. Tra gli oggetti più contesi e rubati ci furono i denti di Sant’Apollonia, invocata proprio per evitare il dentista: per porre fine alla querelle, Paolo VI decise di raccoglierli tutti, raccattandoli in giro per il mondo. Infine li condannò all’oblio, gettandoli nel Tevere: la cassetta pesava tre chili e mezzo, carie comprese.