Recensioni / Un curioso indagatore di tormenti barocchi

Ripubblicata la tesi di laurea di Giorgio manganelli, un saggio «confidenziale» sulla politica italiana del «secolo d’oro»

L’uomo barocco aveva viscere di prudenza. E di segretezza, soprattutto. Era il «segreto», il magistero cupo e recondito di un secolo intero. Dei suoi artifici e dei toni ombrosi. Dell'insidiosità e delle fosche bellezze. Delle tortuose virtù e delle sontuose menzogne.
Il «segreto» barocco era altra cosa dall'inespugnabile riserbo cinquecentesco, che scrittori e pittori avevano compendiato nell'indice sulle labbra del dio Arpocrate e nel lucchetto che chiudeva la bocca alla dea Angerona.
Nel Cinquecento il segreto si identificava con il silenzio; e in esso si estingueva. Lo chiarivano i Ricordi di Sabba da Castiglione: «I segreti a voi commessi sempre gli terrete fidelmente sepolti nel petto vostro sotto sugello di silenzio e taciturnità». Ma già il Sancio Panza di Cervantes riluttava a siffatta tumulazione. Temeva che i segreti gli si marcissero in corpo: che fossero semi di dolore, nel loro corrompersi. E più volte lo scudiero Sancio si trovò a supplicare il fantasioso cavaliere don Chisciotte perché lo liberasse dall'obbligo del silenzio. Non voleva infatti che i segreti gli andassero a male «nello stomaco».
Se il petto era nel Cinquecento il luogo di fiducia dei segreti, un tempio lindo e coltivato, nel Seicento esso divento un luogo di macerazione e di disfacimento: «Nel petto maturano e magari si putrefanno i segreti», sentenziava Graciàn. E sono la spinta degli Apophthegmata di Erasmo, che a Euripide avevano attribuito un motto sul cattivo auto di chi nel ventre lasciava corrompere i segreti, ai nobili petti subentrarono presto, nella letteratura, gli «stomachi cupi». Così, nel romanzo La Stratonica di Luca Assarino, i segreti sono ardenti: «Ardono le viscere». E nel Mondo simbolico di Filippo Picinelli, come anche nella Suppellettile degli avvertimenti politici, morali e cristiani di Bonifazio Vannozzi, fanno salire su dal ventre corrotto «fiati fiatosi». Contro il dilagare degli aliti pesanti e velenosi, nei Ragguagli di Parnaso di Traiano Boccalini il povero Apollo si sentì in dovere di fare allestire un «fondaco» stracolmo di «grandi vasi di confetti muschiati»: ottimi «per far odorar il fiato» a quanti erano obbligati a «lasciarsi infracidar i segreti in corpo».
Il segreto barocco è un ingorgo paludoso. Un pozzo nero, dissimulato dal discorrer fatuo e svogliato; e dal proliferare di artifici ammirandi.
Gli «stomachi cupi» della letteratura barocca sono ben serviti nel Contributo critico allo studio delle dottrine politiche del '600 italiano di Giorgio Manganelli. Il titolo del libretto, curato da Paolo Napoli e magnificamente introdotto da Giorgio Agamben, è poco manganelliano. Non è cerimonioso. Non ha sapienza di ossimori. Non ha muffe, tanfi e aromi acherontei. È accademicamente serioso e diligente. E suggerisce una modestia tutta scolaresca. Si capisce. Il Contributo critico non è un trattatello barocco dello scrittore Giorgio Manganelli. No. È la tesi di laurea dello studente Giorgio Manganelli, discussa con il relatore Beonio Brocchieri nel novembre del 1945 presso la facoltà di Scienze politiche dell'Università di Pavia. Anomala tesi, però. Che ha andamento disinvolto e narrativo; e non si prende cura di esibire quella scienza d'accatto che gli accademici impongono nelle forme di vesciconi bibliografici e di grucce a pié di pagina. Sottintende piuttosto una confidenza letteraria, quasi una complicità, con il relatore. Che non a caso seguiva, in privato, i primi tentativi letterari dell’allievo. Il nuovo numero della rivista «Poesia» di Crocetti è rivelatore. Andrea Cortellessa, Viola Papetti e Lietta Manganelli vi allestiscono un dossier prezioso sul giovane Manga che, nel 1945, aveva aspirazioni poetiche; e le sue prove ancora incerte sottoponeva al giudizio affabile del professor Beonio Brocchieri. Ma non si creda che Manganelli avesse cominciato la sua attività come poeta. Molto prima aveva scritto dei racconti. Già nel 1940, sulla rivista «La Giostra» aveva pubblicato il racconto Una casa bianca; su un giovane che, tra iperipotesi varie, si ostinava a «uccidere» la propria casa. Il racconto è un piccolo palinsesto di motivi e stilemi, che torneranno nel Manganelli maturo. Nello scrittore che non si stancherà di invitare «a passare un poco le acque barocche», per una «cura di Seicento».
Questa immersione nelle «squisite smanie» del secolo barocco, Manganelli la fece presto. Nel 1915. In una tesi di laurea, che non è una tesi di laurea. In un «saggio», che è la prima messa a punto di un universo narrativo il cui Ade, le cui ombre, tenebre, notti e paludi, si sono nutriti dell'«incantesimo della retorica» barocca.
Il Contributo critico si misura con il tacitismo e con la letteratura della Ragion di Stato. Con le opere di Paolo Paruta, Ludovico Zuccolo, Tommaso Campanella, Ludovico Settala, Paolo Sarpi, Traiano Boccalini e Famiano Strada. A Manganelli interessa la «palude» secentesca. Nella quale il Rinascimento, con la sua vocazione discenditiva, si «intrista» per dissolversi «in un buffo di labirintica interiorità»: nella «fetentissima latrina degli animi... puzzolenti»; negli «stomachi cupi»; e nella tenebrosità del «segreto», per l'appunto. Manganelli e interessato tanto alla svagatezza del «lasciar vagabondare le questioni» e alla severa e fantasiosa frivolezza delle cicalate barocche; quanto alla radicale negatività di un «atroce sviluppo di male», alla «lucidità d'incubo», alla «fisiologia» delle virtù e alla «retorica dei cadaveri».
Il Manganelli del 1945 è già un indagatore di incubi. Si turba ai «sogni» di Campanella; e con «fraternità dolente» si avventura in quell'«incubo», piuttosto che «visione», che per lui è la Città del Sole.
Manganelli è sempre più letto. Sempre più tradotto nel mondo. E sempre più studiato. Due libri recenti si segnalano per stile e per acume: Mania Cavadini, La luce nera. Teoria e prassi nella scrittura di Giorgio Manganelli (Bompiani); De Benedictis, Manganelli e la finzione (Lithos editrice, viale Ippocrate 96 A, 00161 Roma, tel. 06/44.238.852).
A questo punto sarebbe bene che anche la filologia manganelliana si facesse più rigorosa. Il Contributo critico e ben curato. Tuttavia non sempre la trascrizione dal dattiloscritto e convincente. E non si capisce perché il curatore (a pag. 91) abbia lasciato un «pedica», addirittura con tanto di sic tra parentesi quadre quando è evidente l'errore battitura per «medica».

Giorgio Manganelli, «Contributo critico allo studio delle dottrine politiche del '600 italiano». Quodlibet (via Padre Matteo Ricci 108, 62101 Macerata), pagg. 120, L 22.000.