Recensioni / In libreria per Quodlibet lo scritto del 45 dedicato alle dottrine politiche nella trattatistica del seicento italiano

L'artista la dedica principalmente all'evoluzione (o involuzione) del concetto di Ragion di Stato dopo la stagione di Machiavelli
Il soggetto sovrano e le sue controparti
La laurea del giovane Manganelli

È il novembre del '45. Alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Pavia si discute la tesi di un ventitreenne di belle speranze: un quadro delle dottrine politiche nella trattatistica del Seicento italiano. Gli pronosticano tutti una brillante carriera diplomatica; ma questo giovane, in segreto, commercia con ben altrimenti insidiosi congegni verbali.
Versi, scrive, per il momento: come fanno da sempre sua madre e la sua fidanzata, e avrà anzi persino 1'ingenuità di sottoporli all'indiscussa auctoritas giuridica, ma altrettanto certamente non letteraria, del suo prof. Beonio Brocchieri. Si parla naturalmente di Giorgio Manganelli, del quale prosegue la stagione stimolantissima dei recuperi «archeologici» (e con grande curiosità che si leggono ora quegli acerbi versi del '45, proposti dalla figlia di Manganelli Lietta sul numero di luglio-agosto del mensile «Poesia» mentre la Bur porta in libreria, per le cure di Viola Papetti le inedite manganelliane dai Drammi celtici di William B. Yeats, pure risalenti ai tardi anni Quaranta; recentissima infine 1'edizione a cura di Luca Scarlini, nella collezione teatrale Einaudi, della traduzione della Duchessa d'Amalfi di John Webster, realizzata nel 1979 per uno spettacolo di Missiroli allo Stabile di Torino).
Il raffinato editore Quodlibet di Macerata ci propone la tesi di laurea del Manga, a cura di Paolo Napoli e con introduzione di Giorgio Agamben. È uno scritto, la tesi del Manga, breve (si immaginano le condizioni di fortuna nelle quali dovette maturare la ricerca e procedure la stesura) e di assai alterna intensità. Non può stupire, d'altro canto, che il futuro scrittore sollevi decisamente il tenore della propria trattazione quasi in mise en abime e si potrà magari scorgere, in nuce, l'invenzione della forma pseudotrattatistica che gli consentirà un ingresso, tardivo ma fragoroso, nel piccolo ma vivace parnaso degli anni Sessanta parlando di autori che all'originalità del pensiero associano non accessorie veneri stilistiche: Campanella e Boccalini su tutti. La tesi è in sostanza dedicata all'evoluzione (o involuzione) del concetto di Ragion di Stato dopo la stagione del pensiero politico rinascimentale (Macchiavelli in testa). Il formalismo esasperato delle procedure conduce alla «coscienza della politica come fatto autonomo», sino ad accedere a una visione dell'organismo statale ferocemente, gelidamente meccanicistica. A fronte di questa astratta tecnologia del dominio (per la quale non pare peregrino il richiamo di Agamben alla futura interpretazione foucaultiana della politica), il giovane Manganelli sottolinea il ruolo di pensatori che più acutamente di altri avvertono la decadenza, civica dell'età, e che, richiamandosi ai testimoni inquieti di un’altra età argentea (Seneca, Tacito), ritagliano perl’individuo vie di fuga all'interno del complicato labirinto della scena pubblica. Tuttavia proprio la «decisa e violenta volontà morale» di Tacito indica agli scrittori del Seicento di una «insistenza continua», nei confronti del «male», che può portare persino a confondere il proprio sguardo con quello del tiranno...
L'acuminato scritto introduttivo di Agamben gioca spregiudicatamente la carta di rileggere la successiva produzione dello scrittore nella chiave di questo scritto giovanile. Per Agamben «il lessico di Manganelli è politico (o teologico-politico) come quello di Kafka è giuridico (giuridicoteologico)» la sterminata teoria di Sovrani, Tiranni, Troni, Regge e Stemmi che punteggia ossessivamente la sua opera andrebbe interpretata, dunque soprattutto in relazione alla «scena immaginaria del theatrum politicum barocco».
C'e senz'altro del vero (anche se l'opera del Manga costitutivamente renite alla reductio ad unum del proprio senso), soprattutto su due punti direi che si possa consentire con Agamben: da un lato la futura ideazione di una letteratura come disumanizzato e autotelico «ordigno» trova un antecedente effettivamente impressionante nell'«assolutizzazione barocca della Ragion di stato»; dall'altro il teatro della dissimulazione più o meno onesta che è la scena politica barocca comporta per 1'individuo una sorta di divisione di sé da se stessa: quella scissione identitaria che il Manga chiamerà «eterodossia del cuore» e che metterà esplicitamente in scena con una delle sue ultime, folgoranti visioni in prosa:l'Encomio del tiranno.
Ma già l'esordio di Agli dei ulteriori, con il monologo paranoide di Un Re, non diceva, a ben vedere nulla di diverso: il soggetto, sovrano di se stesso e del proprio ripugnante covile mentale, si inventa incubiche controparti immaginarie, alle quali di volta in volta dà il ruolo di preda o carnefice. L'invocazione finale procede però da una regione dello spirito innominabile se suona: «Ti ubbidirò, mio suddito o mio re».