Recensioni / Il certificato di nascita di Franco Fortini

Si ripete spesso, con buone ragioni, che la poesia italiana d'argomento resistenziale non è all'altezza della produzione narrativa coeva. Il discorso comincia tuttavia a equilibrarsi se si prende come riferimento la Seconda guerra mondiale nel complesso. In questo caso, libri di poesia anche di grande valore non mancano. Il Diario d'Algeria di Vittorio Sereni, ad esempio, che è il racconto in versi di una Resistenza mancata o capovolta (un po' come La casa in collina di Pavese), oppure La bufera e altro di Montale, che esce soltanto nel 1956, ma che porta con sé la memoria, trasfigurata magari per via allegorica, dei morti del conflitto e del genocidio degli ebrei in particolare: «Ho annusato nel vento il bruciaticcio/ dei buccellati dai forni». In ogni caso, tante poesie di rilievo legate alla guerra si trovano in Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, Andrea Zanzotto e parecchi altri.
In questo contesto, il primo libro di poesia di Franco Fortini, Foglio di via e altri versi, costituisce il caso più singolare. Per due motivi, anzitutto. La raccolta si colloca infatti in un territorio di confine e d'azione reciproca tra ermetismo, surrealismo, neorealismo e il magistero montaliano, che non trova eguali in quegli anni, tanto più se si aggiunge che già si faceva sentire il peso della tradizione e della particolarissima vocazione classicista del poeta, nonché il suo legame con il linguaggio e gli schemi narrativi d'ascendenza biblica. D'altro canto, tra consapevolezza e inconsapevolezza (o azzardo poetico), tutti questi squilibri, tutte queste tensioni e contraddizioni, aprono di fatto al lungo e altrettanto singolare percorso a venire, di cui in qualche modo intuiscono lo sviluppo e perfino gli snodi che resteranno irrisolti. Prima fra tutte l'asimmetria e di conseguenza l'attrito tra il linguaggio adottato e l'intenzione di poesia, come se il poeta dovesse costruire una casa con mattoni inadatti, non conformi al progetto. Se la poesia di Fortini, insomma, porterà sempre con sé qualcosa di sbilanciato, di volontaristico e di forzato, le ragioni si possono in buona misura riconoscere già qui.
Questa complessa partita di spinte e controspinte si può esplorare ora anche negli elementi più minuti grazie all'edizione critica e commentata di Foglio di via, curata con grande attenzione da Bernardo De Luca per le edizioni Quodlibet. Se è difficile leggere questo libro, tanto più nella forma originaria della prima edizione del1946, senza traguardarlo verso gli sviluppi futuri, ciò accade perché alcuni suoi tratti si riveleranno indelebili. Fortini non ha ancora scoperto Brecht, la sua ideologia è appena allo stato larvale (come farà presente il poeta, non c'è ancora la consapevolezza della divisione in classi), eppure il tono grave della voce, quel di più d'eloquenza che è tutt'uno con la vocazione non solipsista del discorso poetico, l'impiego della metrica e del traliccio retorico come elemento di distacco e mediazione nei confronti della realtà rappresentata (si tratta di un poeta ab origine ostile all'immediatezza), il procedimento anti-mimetico, l'attitudine volutamente formale e manierista, sono tutti ben presenti fin d'ora. E non solo, perché anche l'immaginario poetico mostra benissimo i suoi territori e le sue figure d'elezione: la notte, l'inverno, la neve, il ghiaccio, il disgelo, i fiori, le spine, vale a dire i tratti del Fortini maggiore: «Lo spino apre la gemma e l'acqua apre il mattino/ Dentro il turchino di marzo, al nostro paese:/ Io ricordo per te parole antiche d'Italia/ E fissano gli amici dai vetri la sera e la neve».
Fin dalla prima raccolta di versi, con una scelta di campo discriminante e mai più ritrattata, a determinare spostamenti e forma del sistema poetico di Fortini è «la volontà», così De Luca, «di fare della poesia il campo delle tensioni della storia». Pressoché tutto viene di lì. Poco più di vent'anni dopo, nella prefazione scritta per la terza edizione del libro (1967), Fortini stesso rimarcherà come il vero strappo, la vera differenza rispetto alla poesia di quegli anni, fosse stata l'assumere «a deliberato soggetto la relazione fra la propria individualità (o immaturità) e grandi eventi collettivi». Foglio di via, non a caso, si può leggere come una vicenda di formazione, a patto di riconoscere come gli eventi storici - la Firenze degli anni Trenta, il servizio militare, la guerra, la fuga in Svizzera, la resistenza in Val d'Ossola - non costituiscano la semplice scena o il fondale su cui si muove il personaggio del soldato-poeta, bensì l'elemento qualificante, l'unico per Fortini davvero reale, che agisca in profondità come misura della sua comprensione e coscienza. Del resto, questo percorso di torpori e risvegli fin da subito viene proposto più per i colpi a vuoto, per i mancamenti, per le premonizioni, che per le conquiste effettive. Come poi sempre sarà, già qui è il da farsi, e dunque il futuro, il vero tempo della sua poesia: «Domani sopra i tetti il sole griderà/ Le grandi opere ignude delle montagne/ E noi e voi torneremo al lavoro».