Recensioni / Malerba, lo scrittore ai confini del reale

Dieci anni fa, l'otto di maggio del 2008, moriva Luigi Malerba. Un grande scrittore: uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano. La sua amicizia è stata per me un immenso onore. Così in questi giorni, «L'Immaginazione», la storica rivista di letteratura edita da Manni, a Malerba ha dedicato l'apertura; Mondadori ha pubblicato una raccolta di racconti apparsi su giornali e riviste, con il titolo Sull'orlo del cratere, a cura di Gino Ruozzi; Quodlibet ha fatto uscire Strategie del comico, un inedito che Malerba aveva preparato accuratamente, ma che aveva lasciato nel cassetto. I romanzi di Malerba, i suoi racconti, sono universi di parole. Il suo linguaggio agisce sempre ai confini del reale, del conoscibile, dell'immaginabile, dell'ipotizzabile, tende continuamente allo sconfinamento nei territori della finzione, della sconfinata immaginazione, del sogno. Spesso il linguaggio preesiste alla realtà, assume il valore di un fenomeno totale capace di tradurre in espressione qualsiasi condizione esistenziale, qualsiasi contenuto del pensiero. Eppure, nonostante la potenza generativa e rigenerativa, il linguaggio vive costantemente in una situazione di precarietà, di inadeguatezza, nella continua difficoltà di esprimere il senso e la sensazione, irrigidito dall'ossessione di potersi trasformare in strumento di falsificazione del senso e della sensazione. Una volta, a chi gli chiedeva per quale motivo scrivesse, rispose così: «Scrivo per sapere che cosa penso». Sembrava una battuta, ma non lo era. Quella risposta sintetizzava la sua teoria della scrittura, la sua idea dell'impossibilità di decifrarne compiutamente i motivi e i moventi, la sua convinzione che molto spesso sono le parole a determinare i concetti, perché riescono a raggiungere le profondità della memoria, a stringere i significati dell'esperienza. Attraverso la scrittura, l'esperienza soggettiva si trasforma in paradigma, elabora il passaggio dal sé all'Altro, costituisce universi semantici di riferimento. Diceva Malerba: «se uno ha vissuto anche una sola storia d'amore potrà scrivere mille storie d'amore, ma se uno non è mai stato innamorato non potrà mai scrivere due righe credibili su questo argomento». Se gli si obiettava che un'esperienza d'amore si può comunque inventare senza averla mai vissuta e che tutta la letteratura non è altro che l'invenzione di una storia d'amore, lui rispondeva che sì, questo era vero, ma che questo è possibile soltanto se prima di inventare la storia d'amore, si è capaci di inventare il sentimento dell'amore. Parlammo a lungo di questo e di altro, un pomeriggio di giugno del Novantotto, nella sua casa romana di via Tor Millina. Anna, sua moglie, andava e veniva dalla stanza, premurosa e discreta. Ora, con la stessa premura e la stessa discrezione, continua a seguire l'opera di Gigi. Era uscito da qualche giorno per Omicron il libro dal titolo Elogio della finzione a cura di Paola Gaglianone, che si chiudeva con un saggio mio. Mentre andavo via mi disse: salutami le rondini di Lecce.