Recensioni / Grande Musica Nera: Storia dell'Art Ensemble of Chicago

Lo scorso settembre, nel recensirne su «Musica Jazz» l'edizione americana, Enzo Capua si augurava che questo saggio fosse tradotto da noi in tempi brevi. La prontezza c'è stata e il libro è stato scelto per inaugurare, presso un editore intelligente come Quodlibet, la collana Chorus, curata da Fabio Ferretti e Claudio Sessa; il quale ultimo è conosciuto e apprezzato dai lettori di «Musica Jazz» essendone stato a lungo direttore. Proprio Sessa firma una introduzione nella quale, oltre a ripercorrere le vicende italiane dell'Art Ensemble of Chicago, in primis di Lester Bowie, aggiorna la storia del gruppo. Perché quando Steinbeck pubblicò il suo lavoro l'Ensemble pareva ormai cosa del passato; mentre invece, poco dopo, Roscoe Mitchell e Don Moye lo avrebbero resuscitato, ingaggiando nuovi musicisti (Joseph Jarman continua a restarne fuori sia per seri motivi di salute sia per la sua dedizione allo zen e all'aikido).
Il titolo americano di questo bellissimo lavoro, Message To Our Folks, riprende quello di un disco che l'Art Ensemble of Chicago registrò nel 1969 e che è famoso anche per la foto di copertina: dove Mitchell ha in una mano un coltello e nell'altra due dadi; Favors, che indossa una tunica bianca e un cappello di paglia, regge una vanga; Jarman potrebbe essere un cappellano militare della Guerra di Secessione; e Bowie - sigaro in bocca e smoking - punta la pistola verso l'obbiettivo. Quella copertina, oltre a rappresentare tutto il senso del gioco dell'Ensemble, metteva in risalto come la forza del quartetto (al quale si sarebbe aggiunto Moye di lì a non molto) consistesse nel suo riunire personalità diverse, benché mosse da una comunione di intenti. Come la band di Duke Ellington o i Beatles.
Steinbeck segue la storia dell'Aeoc fin nei minimi particolari ma, grazie a una scrittura assai gradevole, non diviene mai pedante. La documentazione è ricchissima, grazie anche all'apporto dei musicisti superstiti. E poi, dalla narrazione l'autore estrapola tre ingrandimenti, prendendo in esame un disco di studio (A Jackson In Your House), una registrazione dal vivo (Live At Mandel Hall) e un video (Live From The Jazz Showcase), il che permette di avvicinare una materia incandescente e non facilmente trattabile quale è la produzione del gruppo.
Altro grosso merito di Steinbeck è stato l'aver sempre posto l'attività dei musicisti in relazione con l'ambiente. L'autore incomincia a seguirli in paragrafi separati rievocando le origini famigliari, le frequentazioni, gli esordi artistici, e sottolineando che la «geografia sociale», di Chicago è stata il retroterra della nuova scena musicale. È curioso notare che le fortune dell'Art Ensemble of Chicago sono poi passate principalmente per un altro luogo: l'Europa. Infatti, grazie al sostegno del batterista-organizzatore Claude Delcloo, il vero decollo del gruppo avvenne a Parigi nel 1969, dove i quattro furono accolti dalla gauche come campioni della Rivoluzione e del terzomondismo, ruolo al quale tutto sommato si sottraevano. Nel 1978, inoltre, vi fu una seconda svolta con il passaggio alla casa discografica tedesca Ecm, che garantiva partecipazione agli utili, ampia diffusione degli album anche negli Usa e organizzazione di concerti. Ma naturalmente, questi eventi furono accompagnati da un certo talento imprenditoriale che l'Ensemble avrebbe mostrato soprattutto dopo gli anni Settanta, garantendosi la longevità.
Resta da dire che leggendo Steinbeck si ha la conferma che anche le attività artistiche obbediscono qualche volta a quelle che potremmo chiamare «congiunzioni astrali» oppure giochi del Caso. Per esempio, la storia dell'Aeoc sarebbe stata sicuramente diversa se Lester Bowie non avesse sposato la cantante Fontella Bass, se questa non fosse diventata una star del soul con la canzone «Rescue Me», se il marito non le avesse fatto da direttore artistico, col risultato di una cospicua disponibilità di danaro: quella che avrebbe permesso all'Ensemble di trasferirsi a Parigi. E cosa sarebbe successo se, quando le finanze del gruppo stavano precipitando proprio durante il soggiorno francese, non fosse intervenuto lo psichiatra Jean-Paul Rondepierre? Costui, in forze presso una clinica di periferia ma anche trombettista, diede al gruppo un po' di respiro ospitandolo proprio in quell'istituto, negli alloggi dei medici... Ecco, Steinbeck ha avuto il pregio di intrecciare l'aneddoto e la riflessione, dimostrando che i cinque dell'Art Ensemble of Chicago hanno avuto una storia non meno eccezionale della loro musica. E facendo uscire dalla narrazione tutto il capitale umano che illuminava ciascuno di loro.

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