Recensioni / Scripta manent

Le reliquie parlano di noi. Ma non ci sono solo quelle dei santi. Anche l'oro, a suo modo, lo è: nell'era del bitcoin, resta materia in apparenza anacronistica ma conservata gelosamente.
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In Italia, si sa, siamo molto ferrati in fatto di reliquie. Quelle dei santi, più o meno miracolose, convivono insieme a noi fra venerazioni di massa e distaccata osservazione. Più che il trasferirsi di un potere sacrale, in loro riemerge un sentimento pagano, di cui si avverte necessità a costo di contraddire il senso profondo della religione di cui pretendono manifestare la flagranza. Meglio allora che Mauro Orletti nelle sue schede di Guida alle reliquie miracolose d'Italia (Quodlibet, 16 euro) sia animato giammai da ironia, né da fanatismo, bensì dal desiderio di raccontare storie che parlano di noi e che valgono la pena di essere conosciute. Se le ossa di Sant'Antonio, o le spoglie di San Marco traslate a Venezia (come da tela di Tintoretto), o il corpo di Santa Rosa, o quanto resta dell'intemazionalissimo San Nicola sono a grandi linee popolari, ci sono anche i più ricercati San Gengolfo, San Romedio e San Mamante, i più frequentati Sant'Ubaldo e San Ciriaco, e i ben più sbalorditivi Lettera del diavolo, Santo Prepuzio, Sacro Cingolo, Sacra Spina, Sacro Capello, Sacro Legno, Vera Icona e Sacro Latte.