Recensioni / L'avventura coraggiosa del traduttore ignoto

Sulla traduzione si accendono i riflettori: abbaglianti, scintillanti, spettacolari. E una notizia. Il tema infatti è oscuro più per vocazione che per tradizione accade­mica. Tradizionalmente riservato a oscuri addetti ai lavori che il cliché vuo­le rinchiusi in casa col computer acceso, trincerati dietro pile di voca­bolari e che la funzione e il rigore professionale vogliono silenziosi, inauditi, nascosti, invisibili (nonché, per abne­gazione, «fatalmente votati al martirio», commentava un consapevole Aldo Busi). Sul­l'atto che, una volta compiu­to, può essere con buona co­scienza dimenticato, almeno dal lettore che ne gode i frut­ti, si concentra ora invece un'inedita attenzione. Com­plice l'inedito e segretissimo saggio cui Umberto Eco ha dedicato gli ultimi sei anni di ricerca e che, attualmente in corso di stampa, sa­rà in libreria il 9 aprile. Ma se con il suo Dire quasi la stessa cosa (così si intitole­rà il libro Bompiani) l'autore italiano più letto e tradotto nel mondo, il più discusso nei salotti nostrani, rischia di trasformare un cruccio da studiosi in un must, il trend che porta traduzione e traduttori alla ribalta è in corso da qualche tempo. Recentemente e letteralmente se ne è avuta prova al Teatro Franco Parenti di Mila­no dove, sulla ribalta teatrale, tra gli applausi di folle emozionate, le star della filosofia italiana di­squisirono della nuova versione degli Holzwege di Martin Hei­degger.
Tra il pubblico c'era anche Umberto Eco. Imbucato nella sala da heideggeriano abusivo (per evitare la ressa all'ingresso ‑ ci racconta Giulio Giorello ‑ entrò acrobaticamente per la scaletta dei pompieri), invitato di diritto alla cena dopoteatro, pare che abbia tenuto banco al filosofico convivio commentan­do «l'effetto che fa», a orecchie italiane, la ritradotta prosa del pensatore tedesco. Il semiolo­go a tavola non improvvisava. Sosteneva anzi la tesi fonda­mentale che, argomentata nel­le oltre quattrocento pagine del suo nuovo libro, già aveva annunciato nel precedente La ricerca della lingua perfet­ta nella cultura europea (La­terza, 1993). La tesi cioè secondo cui l'importante, quando si tradu­ce, è creare nella lingua di destina­zione un effetto analogo a quello suscitato dall'originale nella lingua di partenza. Con tutti i problemi di fe­deltà tradita, letteralità riscritta, appro­priazione, forzature, aggiunte, esplicita­zioni che questo comporta. Molto dunque in termini di elaborazione di pensie­ro stava dietro alla boutade à la Jannacci pronunciata dal professore. Come mol­ta è la sostanza teorica malcelata dietro l'effimera spettacolarità della serata tea­trale e la frivola mondanità dell'incon­tro conviviale. E se il pubblico evento contribuisce a fare sensazione intorno a un argomento di per sé poco sensaziona­le, non è solo per un desiderio di rivinci­ta che, da sempre paladini dei traduttori, raccontiamo quel che di non meno appassionante accade fuori scena e die­tro le quinte.
Anzitutto, per chiudere una volta per tutte il siparietto heideggeriano, segna­liamo il mai troppo lodato studio di Gi­no Giometti: Martin Heidegger. Filoso­fia della traduzione (Quodlibet 138 pagi­ne, 10 euro) in cui l'autore vede nella traduzione la chiave di tutto un pensie­ro. Heidegger in effetti, continuamente traduce. Quando ascolta e ripete le paro­le dell'origine. Quando si appropria del detto dei greci antichi, dei filosofi mo­derni, dei poeti. E, a conforto dei suoi più scoraggiati lettori, tedeschi compre­si, lo stesso filosofo invita il proprio in­terprete a «tradurre» un verbo che vuole e deve essere estraneo, straniero, stra­niante. Lasciando dunque Heidegger per tornare agli argomenti di Eco, è ap­punto quell'impressione di calcolato di­sorientamento che si deve mantenere trasportando si dal tedesco all'italiano lungo i Sentieri Interrotti (o Erranti nel­la selva o come altro si voglia descriver­li) battuti dal filosofo.
Non del tutto d'accordo con la tesi di Eco è uno studioso francese che, prema­turamente scomparso (quarantanoven­ne) nel 1991, immeritatamente trascura­to quando a Parigi insegnava al Collège International de Philosophie (lo oscura­va la fama di colleghi come Jacques Der­rida e Jean Lue Nancy) sta ora vivendo una stagione di riscoperta. E Antoine Berman, di cui in contempora con il saggio di Eco all'inizio di aprile uscirà per Quodlibet La traduzione e la lettera. L'albergo del lontano.
Ritenuto, a ragione il pioniere se non il fondatore della critica della traduzione, Berman è considerato, a torto (per eccesso di semplificazione) l'anti-Eco. In effetti viaggiano in Internet gli elementi di una querelle «Antoine Berman versus Umberto Eco» in cui il francese entra in polemica con l'autore de Il nome della rosa (nonché di quelle ricerche semiotiche che gli stranieri conoscono meglio degli italiani) su traduttori e questioni.
I due, in realtà, per moltiversi sono d'accordo. Un punto cruciale però li allontana: al contrario di Eco, Berman privilegia decisamente la fonte. A costo di trascurare i destinatari della versione. Rifiutando tutti quegli accorgimentiche, col pretesto di chiarire, affinare, nobilitare, esplicitare il testo di partenza, in realtà vogliono omologano alla cultura di arrivo, Berman sostiene che è anzi quest'ultima a dover compiere lo sforzo necessario ad avvicinarsi all'originale. Ed è proprio a La prova dell'estraneo (come recita il titolo del saggio che Berman ha dedicato all'esperienza dei romantici, Quodlibet nel1997) che si svelano nuovi usi di una lingua: e lo scontro con un idioma estraneo a favorirne lo sviluppo vitale e l'arricchimento.
L'atto del tradurre, insomma, riserva sempre delle scoperte,caso per caso, da rendere impossibile una teoria generale della traduzione: la ricerca di Berman era perciò concentrata, secondo la definizione ch'egli stesso ne diede, sulla «traduzione delle opere», affrontata di volta in volta come un'avventura linguistica e letteraria.

A chi ancora non sia convinto che quella del tradurre possa essere un'esperienza avventurosa, raccomandiamo infine la lettura di un giallo, pubblicato in Italia da Sellerio. L'autore è l'argentino Pablo De Santis, scrittore quarantenne che (coraggiosamente) ha riservato a La traduzione l'onore del titolo e (audacemente) ai traduttori, la parte dei protagonisti. Niente intellettuali gravezze però, niente cervellotiche stravaganze per il romanzo che l'autore ha costruito con estrema consapevolezzateorica e grande agilità narrativa, frammentandolo in una sequenza di fulminanti colpi di scenascanditi da epigrafi del tipo: «Lingua madre: non esiste una cosasimile. Nasciamo in una lingua sconosciuta. Il resto è una traduzione». La vicenda si consumatutta nel corso di un convegno linguistico (organizzato in una sperduta località della costa sudamericana) e intorno a un linguistico arcano: la lingua segreta dei morti, che più di un morto lascia sull'esoticaspiaggia di Porto Sfinge. A sciogliere il mistero sarà il lettore, invitato da De Santis a vestire per l'occasione il ruolodel «traduttore» di un enigma. Per lui loscrittore, abile a creare una suspensetanto filosofica quanto poliziesca, dissemina nel racconto indizi e avvertimentiin molti sensi rivelatori. Utili a chiarire idelitti più torbidi e a spiegare i più arduiparadossi della filosofia.