Recensioni / L'arte dell'intreccio che ci fa tornare umani

La locandina è affissa sulla bacheca degli incontri: «Laboratorio di cesteria». Dura dalle 14.30 alle 17, i materiali usati costano 10 euro e possono partecipare tutti, dagli 8 anni in su. Dopo i corsi di cucina, cucito, maglia e lingue straniere, approda nell'offerta il corso di cesteria. Non è solo qui, in questa località della Lombardia, che l'antica arte dell'intreccio con fibre vegetali fa la sua ricomparsa a distanza di migliaia di anni. Le attività dedicate alla creazione di panieri, cesti e cestini non sono mai cessate del tutto, anche se questa indispensabile attività contadina era andata scemando sino a che se ne erano perse le tracce al Nord, mentre in località del Sud c'erano ancora donne, e in alcuni casi anche uomini, istruiti in quella che Lévi-Strauss ritiene sia una delle più antiche nell'ambito delle attività umane. Ne scrive in un testo raccolto in Guardare ascoltare leggere (il Saggiatore); vi racconta come già nel XVIII secolo l'Encyclopédie di Diderot e D'Alambert la definisse un'arte molto antica e utile, cui erano dediti i padri del deserto e i pii solitari che vendevano poi i prodotti della loro attività per l'uso sulle tavole dei grandi, nobili ere. L'antropologo nota come questa arte - non artigianato! - non trovi spazio nei nostri musei a fianco della pittura, della scultura dell'arredamento e delle arti applicate. Una mancanza rimarchevole, dal momento che l'arte dell'intreccio è per alcuni aspetti precedente la stessa arte della ceramica, questa sì esposta nei musei. La ragione è presto detta: si tratta di un'arte deperibile rispetto a quella che sovraintende alla creazione di contenitori di terracotta. I panieri di cui parla Lévi-Strauss servivano non solo per contenere le vivande, ma anche l'acqua e i liquidi. Nel suo scritto l'antropologo parla delle presenze che vivono nei manufatti di vimini e come questi rappresentino uno stato di equilibrio instabile tra natura e cultura. Sono prossimi alla natura per i materiali d'origine vegetale, per il lavoro non eccessivo che comportano, la facilità di realizzazione e l'uso limitato nel tempo: sono oggetti destinati naturalmente allo scarto. Uno dei temi più interessanti di cui parlano gli studiosi della cesteria è quella della "porta" che occorre lasciare in ogni manufatto per permettere allo spirito del cesto la possibilità di fuggire verso una dimora celeste. Di questa strada d'uscita parla anche Italo Calvino in un suo scritto dove descrive come ì navajos lascino anche nei tessuti che realizzano una menda, un vuoto o un errore, per consentire alla divinità dell'oggetto di scappare via. Ruggero Pierantoni ne tratta in un libro appena uscito, Il nodo, il canestro, il pane e il filo spinato (Quodlibet), dove connette oggetti così diversi tra loro. Chissà se nei corsi di cesteria, che si stanno diffondendo, il dettaglio del punto di fuga viene insegnato? Oggi siamo sempre più consegnati a destini che invece di essere liberatori risultano delimitati da sbarre invisibili. Intrecciare canestri con le mani forse aiuta a contrastare le attività immateriali e costrittive che compiamo ogni giorno. Lavorare con le mani libera il cervello e lo dispone alla preghiera, alla riflessione e alla fantasia. Bentornati cesti!