Recensioni / Esperienze sensoriali tipiche della natura umana

Nella sua «Storia naturale della sinestesia» (Quodlibet) Marco Mazzeo rilegge il rapporto tra sensi, mente e linguaggio. E mette in relazione l'eccesso sensoriale che caratterizza l'animale umano con quella indeterminatezza che ci spinge a costruire i nostri mondi cercando il confronto con gli altri

Quando, nella seconda metà dell'Ottocento, Baudelaire e Rimbaud intravidero nella sinestesia quel tipo peculiare di esperienza estetica che svela intime, inaspettate corrispondenze tra vissuti, il tema aveva già alle spalle un secolo e mezzo di intense discussioni filosofiche. Sinesteta è colui per il quale un'esperienza legata a un senso, come l'udito o la vista, ne richiama immediatamente e, spesso apparentemente senza motivo, una seconda, legata a un senso diverso. Non sono poche le domande che ci si possono porre di fronte a questo fenomeno: in che modo i singoli sensi contribuiscono a rivelarci le proprietà distintive di un oggetto? Le esperienze legate a un senso, sono interamente o in parte traducibili in quelle legate agli altri?
È una questione che affiora in tutta la sua portata in un testo centrale per la riflessione filosofica settecentesca, il Saggio sull'Intelletto umano di John Locke: nella seconda edizione del 1694, il filosofo inglese riporta la domanda di un suo lettore, l'ottico William Molyneux, sul ruolo dei sensi per la conoscenza umana. Il quesito suona, grosso modo, così: ammettiamo che a un uomo privo della vista vengano sottoposti un cubo e una sfera di metallo che egli può riconoscere al tatto. Immaginiamo, poi, che quest'uomo riacquisti improvvisamente la vista e che gli si pongano davanti, a una certa distanza senza che li possa toccare, i due solidi metallici. Saprà egli distinguere tra il cubo e la sfera? Il cieco ha, fino a quel momento, collegato alle parole «cubo» e «sfera» solo delle impressioni tattili. Saprà, al primo colpo, tradurre queste impressioni nel dato visivo a cui non ha avuto accesso sino allora? La «questione di Molyneux» apre un dibattito che continua sino ai giorni nostri sui rapporti tra sensi, conoscenza razionale e linguaggio. Filosofi come Berkeley, Diderot e Herder affrontarono il tema con esiti diversi. Operazioni alla cornea e al cristallino su ciechi dalla nascita, via via sempre più avanzate tecnologicamente, furono usate per dare una risposta al quesito, ma non si arrivò mai a una risposta definitiva.
Oggi un bel saggio di Marco Mazzeo titolato Storia naturale della sinestesia (edito da Quodlibet, 21 euro) ci guida nella ricostruzione storica della «Questione Molyneux» inoltrandosi nella selva di filosofi, studiosi e scienziati che affrontarono il tema, sul piano teorico e in forme empiriche, dal Settecento a oggi. Da questo nodo intricato di problemi teorici e di parziali verifiche empiriche Mazzeo riesce a trarre un filo conduttore unitario e una tesi filosofica forte. Il filo conduttore sta nel dibattito sulla gerarchia tra i sensi e sulla traducibilità dei dati sensoriali tra loro. Mentre filosofi come Locke negano che un'armonia sinestetica tra i sensi possa darsi senza il contributo dell'esperienza e del linguaggio, altri come Herder arrivano a una concezione più attiva e complessa della sensorialità umana: per Herder una delle caratteristiche centrali dei sensi umani, la Besonnenheit o «sensatezza», consiste in un intreccio tra i sensi che va molto al di là della pura necessità di stabilire collegamenti causali con il mondo: essa si rivela da subito come una tendenza ad accogliere un profluvio di stimolazioni plurisensoriali. Ma diversamente da quanto accade nelle altre specie animali, la cui plurisensorialità è assai più fortemente vincolata a connessioni rigide e prestabilite tra i sensi, nell'uomo questa disponibilità a gestire l'eccesso sensoriale è da subito rivestita di riflessione, di coscienza.
È proprio a partire dalle riflessioni del filosofo tedesco, allievo di Kant, che Marco Mazzeo sviluppa la sua tesi: la sinestesia è una caratteristica sensoriale decisiva e specifica della natura umana. E stabilisce, allora, un corto circuito tra la dimensione sinestetica e un'altra caratteristica distintiva della natura umana, cara a protagonisti dell'antropologia filosofica della prima metà del '900 come Scheler e Gehlen. L'idea è che l'uomo sia, nella sua costituzione biologica, un animale carente di istinti, sprovveduto rispetto alla rigida predeterminazione con cui altre specie sono vincolate, in forme innate, alle caratteristiche del loro ambiente. Se lo squalo attacca qualsiasi oggetto che lascia una scia di certe dimensioni, si tratti di un pesce o di un artefatto come una barca, l'uomo è dotato da subito di una sensorialità multipla e dubitante che lo spinge in più direzioni, ma anche per questo lo costringe a elaborazioni progettuali e complesse e lo spinge ad affidarsi agli altri. Lo squalo vive in un «ambiente», l'uomo in uno o più «mondi culturali», in parte creati da lui stesso. L'eccesso sensoriale lo spinge a districarsi tra pulsioni contrastanti, attraverso l'autocoscienza, la socialità e il linguaggio.
Così la sinestesia, secondo Mazzeo non sarebbe altro che la manifestazione sul piano sensoriale di questa utile indeterminatezza che caratterizza la specie umana e la spinge a costruire, continuamente, i propri mondi nel confronto con gli altri. La tesi è interessante soprattutto perché spinge a una rivalutazione del tema, nel suo contesto storico, e porta a una rilettura del problematico rapporto tra sensi, mente e linguaggio, spingendosi fino ad affrontare la letteratura più recente. Nella parte finale, in particolare, Mazzeo si confronta con una questione centrale per la filosofia del linguaggio, attuale e meno attuale: se la sinestesia, esibizione di qualità universali dell'animale umano e non fenomeno da baraccone proprio di pochi, permette di comprendere la nostra tendenza ad affidarci a mondi costruiti linguisticamente, tuttavia il linguaggio permette, a sua volta, di ricalibrare ed estendere la portata dell'esperienza sinestesica. Del resto, cosa è la metafora se non la potenzialità di stabilire connessioni tra domini sensoriali e di pensiero diversi tra loro? Le figure metaforiche, dunque, estendono il potere di mediazione e di traduzione, già insito nella sinestesia. Si intravedono, qui, molti e decisivi problemi aperti e possibilità di risoluzione ancora più radicali: ad esempio, che cos'è il linguaggio e l'uso delle parole, se non una continua esperienza sinestesica in cui sonorità, emesse dall'apparato vocale, richiamano sensazioni e pensieri legati ai più diversi domini sensoriali? E ancora: se i sensi sono sottilmente intrecciati tra loro, questo non dipenderà, forse, anche dal carattere sempre mediato da simboli della prassi umana, dove la corrispondenza tra azioni, gesti e parole avviluppa i sensi per poi dissociarli al bisogno?
Insomma è, davvero, possibile scindere linguaggio e sinestesia, se accettiamo una nozione abbastanza ampia di linguaggio? Sono questi alcuni degli interrogativi che il libro di Marco Mazzeo ci invita a riprendere in considerazione, all'interno di una riflessione più ampia sulla natura umana che merita di essere conosciuta per la sua originalità e per il coraggio teorico di cui è dotata.