Recensioni / Che bella ossessione darsela a gambe

Il running è un fenomeno di massa. E una "malattia" che colpisce anche celebri scrittori, sondaggisti, docenti di storia bizantina, giudici... Ecco il loro pensiero. E le loro storie.
«Perché corriamo?». Una domanda solo apparentemente banale che Roberto Weber undici anni fa trasformò nel titolo di un piccolo-grande libro. Weber è stato, in gioventù, un ottimo mezzofondista prima di diventare uno dei principali sondaggisti italiani. Conosce bene i numeri, dunque, e dai numeri ha preso le mosse per analizzare quello che già nel 2007 era un fenomeno sociale dirompente. La «fortunata massificazione» delle grandi maratone non competitive, le corse amatoriali di lunga distanza che si svolgono ogni fine settimana in mezzo mondo. Oggi, per dire, ll 51 per cento degli italiani corre almeno una volta al mese, come certificato da un'indagine Piepoli-Fidal e ogni anno in quasi 40mila portano a termine una maratona ufficiale, ovvero la misura "regina" dei 42,195 chilometri (secondo le statistiche di Maximaratona, curata dal magazine «Correre», nel 2017 sono stati esattamente 39.460 contro i 39.098 del 2016, una crescita spinta soprattutto dalle donne, aumentate del 4,9 per cento a 6.705, mentre gli uomini hanno segnato un più 0,2 per cento a 32.755). «Tutti corrono» scrive Weber «In un mondo spaesato, l'attività più povera, semplice e non tecnologica, è diventata una simmetria universale. La corsa è un'ascesi senza religione, un percorso di liberazione dai luoghi e dai non luoghi, dai limiti dello spazio e dei tempi. È sottrazione del meraviglioso superfluo che anni di benessere ci hanno regalato» [...] Anche il proliferare di libri che raccontano la passione per il running è ormai il segno di un fenomeno culturale e sociale inarrestabile. «Correre una maratona è un'esperienza che desertifica, che livella le differenze» scrive in Lungo lento (Quodlibet Studio, pp. 144, euro 15) Paolo Maccagno, antropologo all'Università di Aberdeen e naturalmente runner anche lui. Nel toccare il fondo ci si scopre uguali, si accettano ritmi intimamente personali e al tempo stesso aggreganti, che mettono in secondo piano posture simmetriche, competitive, gerarchiche». La democrazia della corsa, appunto. [...]