Recensioni / Roberto Moliterni, La casa di cartone

Un romanzo in cui ogni capitolo è intitolato a un diverso oggetto del celebre magazzino svedese di mobili a contrassegnare una fase (prima crescente, poi calante) di un rapporto di coppia all’epoca dei social network: è La casa di cartone di Roberto Moliterni, pubblicato da Quodlibet. Raccontata in prima persona plurale, la vicenda accoglie in sé più varianti (di mezzo, di luogo, di espressione), ma converge inevitabilmente verso lo stesso esito: ci si conosce nel mondo virtuale; dopo essersi frequentati per un po’, si azzarda una convivenza; si sprofonda nella noia; si prende un gatto; ci si tradisce; ci si lascia, pronti a riprendere il ciclo degli incontri. L’Ikea non è solo la ditta che produce il letto in cui si consumano gli amplessi o la tazza comprata per la simbolica unione dei due spazzolini, è “un paese a sé, uno stato immaginario dentro le nostre nazioni, come San Marino e il Vaticano ma alle porte di tutte le grandi città, con le sue regole, coni suoi riti, e i suoi piatti tipici. Ci fa sentire in vacanza, senza mai uscire dal raccordo anulare”: nel suo parcheggio sotterraneo ci si perde, il suo magazzino è un luogo freddo e ostile, il suo succedersi di stanze perfette crea dipendenza. Nell’universo moliterniano il virtuale ha soppiantato il reale, i consumatori hanno avviato una sorta di autoconsumo; l’amore è un concetto evaporato più che superato